Rivolta anti-Usa a Jalalabad

Esplode l’ira dei musulmani dopo le rivelazioni di Newsweek su profanazioni del Corano a Guantanamo. L’esercito spara sulla folla: quattro morti e 70 feriti. Saccheggi. Il presidente Karzai: la Nato deve restare ancora molti anni

Migliaia di musulmani in strada a gridare «Morte all’America, a Bush, a Karzai» e «Sì all’islam», il consolato pakistano e le sedi di alcune organizzazioni non governative assaltati, saccheggi e almeno quattro morti che restano sul selciato alla fine di una giornata di scontri, particolarmente violenti nella città di Jalalabad. Quella di ieri in Afghanistan è stata la più grande esplosione di ostilità anti-americana dalla caduta del regime dei taleban, nel dicembre 2001. Una rivolta che ha spinto il presidente, Hamid Karzai, a dichiarare da Bruxelles – dove è intervenuto al vertice dell’Alleanza atlantica – che «la Nato in Afghanistan sarà necessaria per molti, molti anni». Nel paese che, alla vigilia dell’invasione statunitense del novembre 2001, la propaganda di guerra aveva dipinto come simbolo dell’arretratezza e dell’oscurantismo, la scintilla che ha fatto esplodere la sommossa si è accesa a Guantanamo ed è arrivata a Jalalabad passando per Washington, seguendo percorsi tipici della società globalizzata. Già l’altroieri centinaia di persone avevano protestato – chiedendo la liberazione dei prigionieri di «Camp delta» e lo smantellamento delle basi Usa in Afghanistan – dopo che Newsweek aveva pubblicato la notizia di profanazioni del libro sacro degli islamici nella prigione dell’isola di Cuba dove sono detenuti circa 500 sospetti terroristi, la metà dei quali afghani.

Secondo il settimanale statunitense copie del Corano sono state gettate nelle latrine a disposizione dei prigionieri, nel tentativo di piegarne la resistenza durante gli interrogatori. Dall’Amministrazione Bush non è arrivata finora nessuna smentita. Annunciando che il suo governo sta indagando, Bryan Whitman, portavoce del Pentagono, ha dichiarato ieri che «si tratta di un’accusa grave. Noi comunque – ha aggiunto – abbiamo grande rispetto per i detenuti che tratteniamo e per le loro pratiche religiose».

Ma nel paese dove gli Stati uniti comandano un contingente di 18.300 soldati a caccia di quello che resta dei taleban e di al Qaeda (mullah Omar e Osama bin Laden compresi) e dove si fanno sempre più insistenti le testimonianze su prigioni segrete Usa dove verrebbe praticata la tortura, le parole di Whitman non sono bastate a sedare gli animi e migliaia di uomini sono scesi in strada a Jalalabad, Khost e nella provincia di Laghman, tutte zone nella parte nordorientale del paese dove la guerriglia taleban continua a combattere quotidianamente quelli che considera invasori. La situazione più grave a Jalalabad, dove solo in serata sarebbe tornata la calma, grazie all’intervento di centinaia di soldati. Il caos è scoppiato quando i soldati Usa – secondo quanto riferito all’Associated press dal responsabile locale dell’intelligence, Sardar Shah – hanno sparato in aria per disperdere i manifestanti e si sono ritirati nelle loro basi, lasciando il lavoro sporco ai loro colleghi afghani che hanno fatto fuoco sulla folla, uccidendo almeno quattro persone e ferendone una settantina. Un cameramen dell’Aptn ha raccontato che la manifestazione si è fatta ancora più massiccia dopo che i soldati hanno sparato: migliaia di persone si sono allora abbandonate alle devastazioni, mentre tutti gli stranieri – tranne il personale Onu indispensabile – abbandonavano la città. Il viceconsole pakistano, Murat Khan, ha riferito che l’edificio della rappresentanza diplomatica del suo paese è stato dato alle fiamme. Stessa sorte sarebbe toccata alla sede di una ong svedese e due sedi dell’Onu. E non è detto che il fuoco di Jalalabad non si propaghi oltre frontiera: nel confinante Pakistan i partiti islamisti hanno indetto per domani uno sciopero nazionale contro le presunte profanazioni Usa del Corano.