Rive Gauche: Politica industriale, piccole imprese, modello renano

La politica industriale non è accettabile, nel quadro delle politiche europee, anche dopo Lisbona che, almeno a parole, impegnerebbe l’Unione ad operare per lo sviluppo. La politica industriale sarebbe legittima se l’UE avesse caratteristiche statuali, ma nella situazione attuale non ci si può illudere che il processo d’integrazione arrivi a dare poteri di politica industriale all’Unione. Il risultato è che le politiche di cambio, determinate dalla BCE in una qualche implicita relazione con la Riserva federale degli USA, e le politiche di bilancio, determinate a loro volta dall’obiettivo anti inflazionistico della BCE, dominano le scelte imprenditoriali, e creano un’incertezza generalizzata. Se il cambio dell’Euro è dominato dalle politiche USA, questa incertezza non sarà mai corretta o ridotta di intensità. Tra i tanti effetti della situazione, si verifica indirettamente il classico favore alle attività protette, dall’edilizia ai servizi pubblici, dalle TLC alle banche, comprendendo i servizi personali e le attività localizzate vicino ai mercati di sbocco.

Per verità, l’UE ammette alcune politiche industriali. Lascio da parte la più importante, la politica agricola comune, che è sostanzialmente protettiva, ma che non frena il declino del settore. Non tengo conto degli aiuti di Stato permessi con i Fondi Strutturali, date le limitazioni di cui soffrono e il declino annunciato. Non considero nemmeno la politica di laissez faire per i settori protetti. La prima politica industriale vera e propria sono gli incentivi (nazionali ed europei) all’innovazione, alla ricerca e alla conoscenza. La seconda, è la cosiddetta politica di sviluppo locale, che si adatta bene al caso italiano (di cui più avanti). La terza è la politica legata alle produzioni nucleari, della difesa, dello spazio. La quarta è la politica (o la mancata politica) nel settore degli idrocarburi. La quinta è la politica delle telecomunicazioni, dove vige una blanda regolazione, ma si consente la produzione pubblica. Infine, sarebbe una politica industriale anche quella nei confronti dell’“industria finanziaria”, dove le regolazioni europee lasciano ampia libertà di movimento agli imprenditori finanziari, ma in questo caso i paesi dell’Euro non hanno costruito il proprio mercato dei capitali, e l’industria finanziaria originaria si localizza a Londra, New York e Chicago.

Si noterà che l’industria manifatturiera – siderurgia, metallurgia, meccanica, chimica, elettronica, ecc. – è esclusa dalle politiche industriali mentre i settori protetti (e non tutti) sono soltanto soggetti alle regolamentazioni antitrust. Qualcuno dovrà spiegare le ragioni di questi trattamenti settoriali diversificati nella storia dell’UE. Per il momento, si può soltanto sostenere una banalità, e cioè che è stato il rapporto di forza sul mercato politico a determinare la situazione. Poiché l’assetto attuale delle politiche di bilancio e monetarie non è orientato allo sviluppo, occorre chiedersi cosa possano fare i singoli paesi, e in particolare l’Italia, per assicurarsi uno sviluppo sufficiente a mantenere e a migliorare il proprio modello sociale.

E’ noto che il nostro paese è caratterizzato da un’industria con forte presenza di piccole imprese in settori cosiddetti tradizionali. Si producono non soltanto beni di consumo (pelli e calzature, tessili e abbigliamento, legno e mobili, minerali non metalliferi e ceramica, alimentari, elettrodomestici) ma anche beni di investimento (macchine, metallurgia) e beni intermedi (marmo, materiali da costruzione). Una parte importante è rappresentata da produzioni di subfornitura rispetto ad imprese assemblatrici nazionali o internazionali. Si tratta, infine, di produzioni localizzate in distretti o agglomerazioni. Da notare la singolare struttura produttiva delle piccole imprese industriali: che vedono la compresenza di piccole imprese con qualche grado di monopolio e piccole imprese che riforniscono o dividono il lavoro con le prime –con un elemento di forte concorrenzialità tra i subfornitori, la cui esistenza oscilla al procedere del ciclo.

E’ anche noto che la grande impresa industriale ha continuato a praticare il downsizing e che da tempo non rappresenta più il motore della crescita del paese. Ci si lamenta, da noi, che la dimensione aziendale, sia della grande sia della piccola impresa industriale – a cambio forte – è insufficiente a determinare il processo di innovazione necessario per far crescere la produttività e la competitività dei prodotti (vecchi e nuovi). Così, mentre si “lasciano fare” le grandi imprese, anche se si trasformano verso produzioni protette (costruzioni, TLC, energia), ci si trastulla immaginando di far crescere le dimensioni delle piccole, senza specificare se è possibile o come fare.

Ora, mentre è da noi molto diffusa la capacità imprenditoriale, la dimensione delle imprese non può certo aumentare spontaneamente in tempi che siano congrui con le esigenze di crescita dell’economia. Inoltre, non è consentito, per favorire la crescita dimensionale delle singole aziende, spezzare il modo di produzione distrettuale, separando le imprese con mercato da quelle contoterziste, e distruggendo una risorsa organizzativa (altro che fordismo o postfordismo!) unica al mondo. Resta vero che la condizione dello sviluppo industriale è nell’innovazione di prodotto e di processo anche nelle piccole imprese, e sarebbe forse più facile immaginare una politica industriale di disseminazione di innovazione, se il cambio dell’euro stimolasse le esportazioni dei distretti. Il problema è che, con il cambio forte, da un lato le produzioni di qualità hanno buoni mercati ma di piccola dimensione, dall’altro le imprese distrettuali non possono far crescere le vendite dei prodotti di qualità all’interno, perché i redditi italiani sono più bassi del livello necessario per acquistare i beni di qualità elevata. Poiché non possiamo immaginare un rovesciamento nelle politiche distributive in assenza di crescita, occorre inventarsi gli spazi per una politica industriale, purtroppo sempre basata sull’offerta, ma di nuovo tipo.

Mi sembra occorra un “modello renano” (nel quale banca e impresa collaborano per la crescita dell’impresa, l’espansione dei suoi mercati, l’introduzione di innovazione) per lo sviluppo locale, con una forte funzione creditizia locale legata strettamente ai distretti – non può trattarsi di un ritorno alle antiche condizioni create dalle Casse di Risparmio, distrutte nella loro funzione locale dalle tendenze ad universalizzare un unico modello bancario, sostanzialmente impersonale ed economicamente stupido. E allora non resta che immaginare lo sviluppo di mercati locali dei capitali sostenuti da funzioni bancarie nuove. Occorre anche un “modello renano” per le grandi imprese, per le medie imprese che crescono, per i gruppi conglomerati. L’osservazione della via francese e tedesca alla privatizzazione, e il non abbandono del loro modello renano, spiegano il mantenimento delle grandi strutture produttive in quei paesi, pur nelle difficoltà di politiche avverse alle politiche industriali. Scrivo nei giorni delle grandi scalate bancarie, favorite in ragione della loro italianità: il paradosso è che le scalate hanno come obiettivo un’espansione della capacità di deposito, con la quale giocare future altre acquisizioni o cessioni sul mercato internazionale dei capitali. Così, non c’è nulla di italiano nelle scalate, ma non c’è nemmeno alcun valore ai fini della crescita del PIL: ci si scambia vecchie azioni, che non corrispondono a nuovi investimenti effettivi.

Prima di descrivere le conseguenti possibili politiche industriali per l’Italia, vorrei fare un’ennesima premessa. Le difficoltà dei nostri settori esposti non sono semplicemente dovute al cambio forte dell’Euro. I tassi di crescita in Europa erano bassi anche quando l’Euro era debole, e prima della formazione definitiva della moneta unica. Si può forse dire che è in particolare dal 1991 (ma forse molto prima, a partire dal 1978, con le nuove politiche di Volker, per non ricordare il 1971, quando il dollaro diventa moneta fiduciaria) che l’Europa si rivela meno dinamica degli USA. Ci sono molte ragioni per il differenziale di crescita, ma una mi sembra importante e dimenticata. Per tutto il lungo periodo del dollaro forte, gli USA hanno requisito finanza per coprire il disavanzo estero e quello interno. La loro domanda effettiva costituiva il motore internazionale della crescita, attraverso le esportazioni dei paesi le cui monete non erano denominate in dollari. Il moltiplicatore in Europa derivante dalle esportazioni funzionava bene (a parte i freni dovuti alle politiche di bilancio), ma i risparmi generati dalla nuova domanda effettiva rifluivano negli USA, dove alimentavano il mercato dei capitali. L’ampiezza e la sofisticazione della Borsa, le regolazioni più spinte su quel mercato, la scarsa concorrenza di altri mercati dei capitali (solo Londra resiste, ma è sostanzialmente una succursale di New York) determinavano flussi verso gli USA, facilitati dalle politiche sui tassi di interesse, che impoveriscono i mercati finanziari europei. Si può allora sostenere che quel mercato affamava la finanza della produzione europea, e la sua relativa scarsità costituiva un ostacolo alla propensione ad investire nei paesi d’origine delle imprese europee. Si formò un vincolo finanziario all’investimento, proprio nelle economie con il più alto tasso di risparmio.

La svalutazione del dollaro del 2004 e 2005, oggi forse frenata, ha cambiato la situazione: il minor valore del dollaro non ha migliorato la bilancia corrente USA, e le importazioni americane provenmgono essenzialmente da paesi diversi dall’Europa, così, mentre l’Europa non ha più goduto del motore delle importazioni americane, il mercato dei capitali USAA continua a requisire finanza europea. In queste circostanze, è facile prospettiva che il dollaro resti forte, sempre che rimanga l’unica vera moneta internazionale. La scommessa dell’Euro, allora, è quella di affiancare il dollaro nella funzione di moneta di riserva, ma il processo è costoso, perché obbliga le due parti ad un conflitto che fa oscillare i valori relativi delle due monete, come si è visto durante gli ultimi anni. Il conflitto non è risolvibile, perché gli USA non possono fare a meno del risparmio internazionale per alimentare la loro crescita e tenere basso il loro tasso di disoccupazione – garanzia di consenso politico. Ogni aumento di domanda di Euro come moneta di riserva, mette in pericolo il valore del dollaro, in ragione dell’enorme debito estero degli USA, ma si è anche visto che ogni svalutazione del dollaro accresce i surplus dei paesi asiatici, non favorisce la deindustrializzazione degli USA, crea pericoli inflazionistici. Logica vorrebbe un accordo tra le due monete, per una lenta, graduale, parziale sostituzione del dollaro, e una nuova industrializzazione negli USA che compensasse con il risparmio nazionale il mancato trasferimento di risparmi internazionali a Wall Street. Il problema è di politica estera, e con la presidenza Bush, e in genere con la cultura della destra americana (ed europea), l’accordo è impossibile. Si può, unilateralmente, svalutare l’Euro, recuperando competitività, ma lo impedisce la politica anti inflazionistica della BCE.

Nei mesi più recenti, sembra che l’Euro si sia stabilizzato con un cambio del dollaro appena sotto 1,25 che, se si mantiene stabile, dovrebbe ricondurre ad un surplus la bilancia corrente dei pagamenti dei paesi dell’Euro. Non è un cambio che rafforza la crescita della domanda, ma nemmeno la deprime eccessivamente. Ostacola questo equilibrio l’aumento del prezzo del greggio. Anche se questo aumento non influenza in modo decisivo la competitività relativa dei diversi paesi che competono sul commercio internazionale, la tentazione di combattere l’inflazione da petrolio è forte per le banche centrali, e non si deve escludere una politica della BCE volta a rafforzare l’Euro per ridurre il costo delle importazioni.

In queste circostanze credo sia difficile, ma non impossibile costruire una politica industriale. Solo non si tratta di una politica che riguarda direttamente le imprese. Tornando alle riflessioni precedenti, è un nuovo modello renano che penso sia necessario. Bisogna evitare il “buco nero” del mercato dei capitali americani, e questo buco nero non si chiude da solo, né il mercato agisce per riequilibrare internazionalmente i flussi di capitale. La soluzione consisterebbe in una forte spesa pubblica al livello dell’Unione, ma lo spirito nazionalista dei paesi membri per il momento lo esclude.

Il passo principale consiste, a mio parere, in un nuovo patto tra sistema bancario italiano, governo, imprese non protette, sindacati: una forma di concertazione, che espliciti per la prima volta il ruolo del settore finanziario. Le banche non sono proprietà di nessuno, e ciò spiega bene perché sono diventate oggetto di scalata da parte di altre banche, di improvvisati investitori-speculatori, di insider trader, di riciclatori, per non parlare della criminalità organizzata. Che altre banche europee (tedesche, spagnole, francesi) siano capaci di scalare le nostre banche, significa che il ruolo economico di quegli scalatori è forse più chiaro del ruolo economico degli scalati. Significa anche, però, che a loro volta le banche dei paesi che scalano non investono nell’industria e nelle attività produttive, e preferiscono speculare sui valori proprietari. Significa soprattutto, è bene rilevarlo, che non esiste una vera autorità di regolazione antitrust sul sistema bancario europeo, quasi che il mercato finanziario sia più utilmente oligopolistico del mercato delle merci (il che implica che la finanza non è una merce come le altre!). Legittima un modello renano, con rapporti strutturati tra imprese e banche, (sindacato e governo), il fatto che il mercato unico e la libera circolazione non impediscono quasi qualsiasi attività bancaria nei paesi membri: sono le banche che si danno parametri patrimoniali (a Basilea), ma al solo scopo di difendersi dai loro stessi clienti –nulla come quei parametri, in assenza di politiche industriali, dimostra l’autoreferenzialità delle banche e del sistema finanziario europeo.

Andando un po’più in dettaglio, comincio dal finanziamento della ricerca e dell’innovazione. Qui, l’Italia ha bisogno di finanza pubblica per la ricerca di base, e di imprese private di ricerca, sostenute dal credito bancario. Gli aiuti di Stato alla ricerca sono ammessi, e dunque si deve procedere con incentivi in quella direzione, a scapito degli incentivi generici. Naturalmente, serve una finanza specializzata, non un generico settorista, e strutture finanziarie capaci di misurare le potenzialità delle nuove imprese, insieme ai loro rischi. Se le banche in quanto tali non sono subito in grado di produrre le competenze necessarie, occorre far operare le Fondazioni Bancarie, come strumenti per una finanza di ricerca. Da non dimenticare che una parte dei fondi pensione complementari possono costituire un ponte tra la vecchia finanza e le nuove esigenze delle politiche industriali. Mi rendo conto che si tratta di costruire una cultura nuova, che in parte era presente nelle PPSS, e che si è persa con le privatizzazioni. Non sto parlando del venture capital, che opera soltanto per lo sfruttamento di prototipi già presenti sul mercato della ricerca, ma del finanziamento di imprese che fanno prototipi. A ben vedere, è richiesta una triangolazione tra enti di ricerca, sistema finanziario, imprese di ricerca (governo e sindacato): un’idea vecchia, mai realizzata, sia per l’ostilità del sistema finanziario di fronte a tentativi di finanza specialistica sia per l’autoreferenzialità dei centri di ricerca pubblici, tanto maggiore quanto minori sono gli stanziamenti pubblici a loro favore.

La finanza per le imprese nei distretti e nelle agglomerazioni è un‘altra politica. Data la struttura produttiva – imprese con un piccolo potere oligopolistico e imprese controterziste o subfornitrici in quasi perfetta concorrenza – è opinione comune che si debba operare sia per far crescere le dimensioni delle prime sia per favorirne i raggruppamenti, peraltro già in corso da almeno due decenni. Il problema è nel mancato supporto finanziario ai gruppi o alle singole imprese con potere di mercato, cui non basta l’apporto delle poche banche locali (credito cooperativo). Da sempre le Regioni cercano di stimolare le banche nei propri territori ad investire nello sviluppo dei distretti, e da sempre, invece, le banche operano nei distretti come se si trattasse di una serie di imprese staccate le une dalle altre. Si può forse rovesciare la politica bancaria, se si usano a questo scopo i Confidi, accrescendole la dimensione, facilitandone la fiscalità, aumentandone le risorse anche con l’aiuto pubblico, e presentando i nuovi Confidi come la controparte delle banche, piuttosto che come una loro appendice. Qui è interessante un’eventuale cooperazione tra diverse Regioni, per accrescerne il potere contrattuale di fronte a banche che non sono più locali.

La fine di Mediobanca e dell’IMI non è stata accompagnata da alcuna struttura finanziaria in grado di rappresentarsi il tema della capitalizzazione dello sviluppo della grande impresa, soprattutto in epoca di globalizzazione. Anche se le banche sono state spesso preda dei loro stessi debitori, proprio questa situazione illustra bene l’assenza di una strategia economica industriale del sistema bancario. Il tentativo di Ciampi con la nuova legge bancaria ha determinato confusione di ruoli, perché né il sistema bancario né le grandi imprese erano pronte a mettere in atto strategie coordinate, nazionali e internazionali, di crescita. La debolezza del sistema politico degli anni 90 e la necessità di ridurre il rapporto debito/PIL hanno prodotto molte privatizzazioni senza obiettivo. Si può ricostruire un sistema ordinato strategicamente, senza stravolgere le regole dell’Unione Europea? Si possono mettere in campo tutte quelle istituzioni che hanno un ambito pubblico o collettivo (fondazioni bancarie, fondi previdenziali, finanza pubblica di progetto, proprietà pubbliche non ancora privatizzate, servizi pubblici locali, banche locali) e che possono svolgono ruoli economici e non soltanto aziendali? E’ possibile ricostruire una politica industriale, senza ricorrere a meri strumenti protezionistici, ma organizzando gli interessi?

Se un grande disegno non è possibile, perché l’Italia non ha una classe politica unitaria come quella francese né è capace di darsene una, allora la politica industriale può soltanto essere una sublimazione nazionale e interregionale delle politiche di sviluppo locale. Quali comportamenti ne seguono?