Rive Gauche – Lo stato dell’Europa

Feticismo del denaro o state-building?

«Comunque sia, un risultato è stato raggiunto. Ieri Peter [Mandelson, n.d.r.] ha chiuso un importante accordo con i produttori norvegesi di salmone al fine di evitare il dumping sul mercato ittico: in Scozia ne saranno deliziati. Non male, no?».

Commento di un anonimo senior official britannico, Lussemburgo, venerdì 17 giugno 2005 (cit. da «L’Europa finisce nel congelatore. Stop al Trattato e lite sul bilancio», Il Riformista, 18 giugno 2005).

Che cos’è il feticismo e perché a proposito della costruzione europea per come fin qui s’è data possiamo parlare di feticismo?

Nella sua più celebre discussione del tema (Feticismo, 1927), Sigmund Freud riconduce l’essenza del feticismo alla negazione di un’assenza: «Le cose, dunque, sono andate così: il maschietto si è rifiutato di prendere cognizione di un dato della propria percezione, quello attestante che la donna non possiede il pene. No, questa cosa non può essere vera giacché, se la donna è evirata, vuol dire che egli stesso è minacciato nel proprio possesso del pene».

Il feticcio, dunque, sorge come mezzo per combattere la paura indotta dalla possibilità della castrazione. Ne è un classico esempio il piede femminile (Freud ne riferisce in una riunione della Società psicoanalitica di Vienna dell’11 marzo 1914): esso, infatti, viene a fare le veci di quella rappresentazione – il pene femminile – che il principio di realtà ci esorta ad abbandonare, ma alla quale affettivamente non siamo capaci di rinunciare senza per ciò stesso compromettere la nostra sicurezza nei riguardi del mondo esterno; «è il segno – scrive ancora Freud – di una vittoria trionfante contro la minaccia di evirazione e una protezione contro quella minaccia». Il bambino ha mantenuto intatta la propria fede nel fatto che la donna abbia il fallo, ma al contempo l’ha abbandonata: nella sfera psichica, infatti, la donna continua a possedere il pene, ma il feticcio ha preso il suo posto e ha ereditato l’interesse narcisistico che gli era rivolto.

Anche per Marx il feticismo possiede la medesima funzione di «negare un’assenza». Assenza di cosa? Fintanto che le merci sono il prodotto di un lavoro privato (ricordiamo che il prodotto del lavoro acquista forma di merce proprio in quanto risultato di un lavoro privato), il processo di produzione rappresenta qualcosa che padroneggia gli uomini, onde «il loro proprio movimento sociale assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo»: «Questo io chiamo il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci», si legge nel Capitale. E poiché su questa base l’individuo può vivere del proprio lavoro privato soltanto scambiandone i prodotti con quell’equivalente generale di tutti i lavori che è il denaro, quest’ultimo si rivela come un sostituto feticistico della mancanza «di un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale»: la vendita della propria merce, infatti, conferma a ciascun produttore che il suo lavoro è stato speso in modo socialmente utile, cioè per soddisfare un bisogno socialmente valido, e l’equilibrio costi-ricavi testimonia che per esaudire quel bisogno è stato profuso un lavoro pari alla media socialmente necessaria per soddisfare bisogni simili.

Come si vede, è qui all’opera la medesima struttura logica analizzata da Freud: il produttore diretto ha perduto il controllo sulle condizioni della propria riproduzione, che dipendono adesso dal processo complessivo della produzione capitalistica, e al posto di questo controllo ha eretto un feticcio, il denaro, conseguendo il quale egli s’illude d’essere tenuto indenne dalle conseguenze. In entrambi i casi il feticcio è come se dicesse a chi se ne avvale di non aver paura, ma ciò è possibile a prezzo di un parziale sacrificio del principio di realtà: per dirla con Freud, «nel conflitto fra l’importanza della percezione indesiderata e la forza del controdesiderio, [l’individuo] è giunto a un compromesso, un compromesso possibile soltanto quando dominano le leggi inconsce del pensiero, i processi primari».

Per il feticcio-denaro, ciò si manifesta in primo luogo nelle difficoltà connesse al calcolo. Per essere un sostituto perfetto di quell’assenza terrorizzante connessa alla mancanza di un’allocazione organizzata del lavoro sociale, il denaro dovrebbe essere un mezzo capace di consentire a ciascun individuo di prevedere il futuro, cioè come si muoveranno tutti quegli altri produttori e consumatori dal cui interagire reciproco dipende anche la sua propria riproduzione. Ma per quanti progressi si siano fin qui compiuti nella statistica economica, ci sono limiti insormontabili alla possibilità che tramite il denaro si consegua un simile obiettivo.

Di alcuni di essi stiamo cominciando ad avere consapevolezza da quando è stato introdotto l’euro. Se gli individui agissero come dei calcolatori elettronici, un problema banale come quello del cambio della scala di misura dei prezzi non avrebbe dovuto suscitare problemi di sorta. Invece, il change-over ha dato luogo ad una ridda di polemiche fra consumatori e produttori, organi di stampa e istituti di rilevazione statistica, governi e associazioni professionali, graficamente rappresentata dalla divaricazione fra l’inflazione rilevata (circa il 2%) e quella percepita (circa il 30%) in tutti i paesi dell’Euroarea.

Gli studiosi sono soliti al riguardo richiamare l’«illusione monetaria», ossia quel processo per cui, quando facciamo i conti, ragioniamo essenzialmente in termini di prezzi nominali e non di prezzi reali o relativi, quindi confondiamo sistematicamente i prezzi storici con quelli di sostituzione. Ma il carattere «appiccicoso» (sticky, dicono gli anglosassoni) dei prezzi è nient’altro che una manifestazione del feticismo del denaro, perché è solo l’adozione dei prezzi storici espressi nominalmente nella valuta che usiamo prevalentemente che ci permette di rappresentare il mondo come qualcosa di stabile e ordinato – senza di che, saremmo incapaci di agire.

Per ciò che riguarda l’euro, peraltro, si aggiunge un problema ulteriore. Il carattere di feticcio del denaro è stato talmente compreso dalle società in cui domina il modo di produzione capitalistico che da sempre esse hanno sentito il bisogno di imprimervi il sigillo dell’autorità politica, quasi che essa potesse davvero assicurare quella stabilità rimessa perennemente in discussione dall’assenza di un’allocazione organizzata del lavoro sociale.

Tenendo ciò bene a mente, si prenda una qualunque eurobanconota e la si confronti con quel «denaro mondiale» che è il dollaro: da un lato ponti, porte e strade (tutti stilizzati in modo da sopprimere qualunque riferimento a luoghi reali e simbolizzare solo la comunicazione e il passaggio delle frontiere) e nessun riferimento ad un’autorità politica o ad una storia comune; dall’altro, abbondanza pletorica di icone della memoria (presidenti storici dell’Unione o luoghi simbolo dell’identità americana), onnipresenti stampigliature dell’autorità politica, financo un appello alla divinità («In God we trust»).

È evidente che questa differenza rimanda al fatto che lì la moneta unica è espressione di una compiuta unificazione politica, mentre qui ne dovrebbe essere vettore, ma intanto si pone un problema: in che modo la moneta europea può assolvere degnamente alla sua funzione di feticcio sostitutivo di una «libera associazione di individui» europei se non può presupporre alcuna autorità politica? In che modo, in altre parole, l’euro può suscitare quell’appagamento narcisistico che offre la contemplazione del feticcio se gli manca l’attributo essenziale dell’«ordine» espresso dal sigillo del potere?

La mia idea è che sia sorto da qui il bisogno di una regola cogente, anzi di un imperativo categorico come quello contenuto nel Patto di stabilità. Nella sua semplicità (nessun deficit superiore al 3% del Pil e nessun debito che travalichi il 60% di esso) sembrano riconciliarsi da un lato gli automatismi dell’omeostasi che presiede alla regolazione dei processi vitali primari e dall’altro l’essenza del progresso quale emerge da una nota massima di Whitehead («la civiltà progredisce mediante l’estensione del numero di operazioni che possiamo compiere senza pensarci»). Per di più, il Patto marca una tappa importante nel processo di spersonalizzazione dell’autorità, in quanto per suo tramite una «regola» (o meglio, l’idea-forza di cui essa è espressione) viene a sostituire il «capo» nella sua funzione di veicolo del costituirsi della massa in un’unità stabile e organizzata – fuor di metafora, del costituirsi di un’Europa da una moltitudine di tedeschi, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, ecc.

Ma a questi aspetti indubbiamente «progressivi», che lasciano sperare che un’unità europea si possa costruire facendo a meno degli aspetti deteriori dei meccanismi dell’identificazione e dell’idealizzazione con il «capo», tragici vettori della nazionalizzazione delle masse nel XIX e XX secolo, il Patto di stabilità ne unisce altri assai negativi. È senz’altro vero, e lo vedremo meglio di qui a un momento, che non vi sono obiezioni «ontologiche», per così dire, a che un ordinamento giuridico sia concepito come «regola», senza cioè far ricorso all’ipostatizzazione freudiana di un’«anima di massa» come presupposto della sua normatività. Ma per conseguire questo risultato, la regola deve incarnarsi in una prassi collettiva capace di risolvere i problemi riproduttivi, cioè di assicurare a tutte e tutti di vivere e magari anche di philosophari. L’astrazione del diritto funziona solo in presenza di un apparato che quel diritto applica per il buon pro della società: «Quando, in tal senso, si parla, per esempio, del diritto italiano o del diritto francese – notava molti anni fa Santi Romano – non è vero che si pensi soltanto ad una serie di regole o che si presenti l’immagine di quelle fila di volumi che sono le raccolte ufficiali delle leggi e dei decreti. Ciò a cui si pensa […] è invece qualcosa di più vivo e di più animato: è, in primo luogo, la complessa e varia organizzazione dello Stato italiano o francese; i numerosi meccanismi o ingranaggi, i collegamenti di autorità e di forza, che producono, che modificano, applicano, garantiscono le norme giuridiche».

Nulla di vitale, invece, ci viene dal Patto di stabilità; et pour cause, direbbero i francesi, che coi tedeschi l’hanno mandato a picco. Alla base del Patto, infatti, non c’è soltanto la credenza nella relazione diretta fra disavanzi pubblici e inflazione propagandata da una cattiva ma influente teoria economica: c’è soprattutto l’illusione feticistica che la stabilità dei prezzi nominali equivalga a conseguire la stabilità del mondo.

Che una simile illusione sia frutto di quel sacrificio parziale del principio di realtà che l’adozione del feticcio-denaro comporta è quanto oggi stiamo sperimentando. Le politiche di rientro dal debito pubblico implicano infatti una contrazione della domanda interna che, se può essere relativamente tollerabile quando viene compensata dalla crescita della domanda estera, diventa insostenibile quando anche quest’ultima ristagna, perché allora si traduce immediatamente in recessione e disoccupazione. L’aumento della disoccupazione, d’altra parte, induce una crescita del disavanzo pubblico, sia perché cadono le entrate fiscali sia perché si attivano gli ammortizzatori sociali (indennità di disoccupazione, cassa integrazione, prepensionamenti), e in tal modo si creano le premesse perché la situazione s’incancrenisca: se allo sforamento del rapporto deficit/Pil si reagisce tagliando ulteriormente la spesa pubblica, infatti, si avranno altre diminuzioni della domanda, altri aumenti della disoccupazione, altri cali delle entrate e altri aumenti delle spese. Di qui ad identificare la causa causans della lievitazione dei bilanci pubblici nei sistemi di protezione sociale il passo è breve. A cos’altro mirano le riforme dei sistemi pensionistici?

Che teorie del genere siano frutto di «bestiale ignoranza» (per dirla con le parole che il professor Sylos Labini ha gentilmente indirizzato a quanti sostengono che bisognerebbe liberarsi dei lacci e lacciuoli di Maastricht per adottare una robusta politica di sviluppo) si può dimostrare facilmente a proposito del caso italiano. Con un debito pubblico pari al 100 e passa per cento del Pil, il nostro Paese è fra quelli che maggiormente subiscono le micidiali conseguenze del Patto di stabilità, perché in pratica è condannato per i prossimi quindici-vent’anni ad accumulare «avanzi primari», cioè a incassare con le tasse più di quanto spende per pensioni, ricerca, personale, infrastrutture, ecc., e a girare la differenza ai possessori di titoli del debito pubblico.

Una manovra del genere implica una redistribuzione delle risorse dagli stipendi e dai salari a quella rendita che pure tutti dicono di voler combattere e, ovviamente, induce una contrazione della domanda effettiva: quel che per lo Stato è «spesa», per qualcun altro è «reddito», quindi il calo dell’una implica automaticamente il calo dell’altro. E la relazione è tanto più pericolosa non appena si consideri il nostro obsoleto modello di specializzazione produttiva, che non ci consente di «compensare» la minor domanda pubblica con alcun aumento delle esportazioni, se non con (non più possibili) svalutazioni della moneta o (non certo desiderabili) abbattimenti del costo del lavoro.

Ne viene che l’obiettivo dell’abbattimento del debito non può non generare impoverimento, disoccupazione o tutt’e due cose insieme. E la conseguenza paradossale è che, in grazia del nostro sistema di protezione sociale (o meglio, di quel che ne resta), disoccupazione e povertà sono destinate ad aggravare gli oneri di bilancio, perché mettono capo simultaneamente ad un calo del gettito fiscale e ad un aumento delle prestazioni sociali per i disoccupati e i poveri. Si innesca così un ciclo infernale: la riduzione del debito genera disoccupazione e/o povertà, queste ultime generano nuovo debito, quindi nuovi tagli, quindi nuovi cali della domanda effettiva, nuovi aumenti della disoccupazione e/o della povertà, e così via fino allo sfinimento.

Se dunque vogliamo pensare a costruire l’«Europa sociale» e non accontentarci di chiosare il fallimento di quella che fin qui s’è data con lo stesso cinismo di quel senior official britannico citato in esergo, dobbiamo cambiare rotta: abbandonare l’illusione feticistica che ha fatto fin qui da mentore del processo di unificazione e pensare concretamente a qualcosa che gli anglosassoni chiamano state-building – costruzione dello Stato.

Ci sono evidenze rilevanti che confermano che solo l’organizzazione dei pubblici poteri, che intermedia prelievo fiscale obbligatorio e spesa pubblica secondo logiche non di mercato, disponendoli in un orizzonte di senso collettivo che sfugge al contingente, è in condizione di sostenere i rischi e le aspettative collegati ad un progetto di così lunga durata, che impegnerà una sequenza di generazioni, come quello di costruire una libera associazione di cittadini europei. Dovremmo ricordarci che le identità nazionali non esistevano in natura, ma sono prodotti storici; e solo l’abitudine alla convivenza e alla collaborazione fra tedeschi, francesi, italiani, spagnoli ecc. può far nascere una identità comune, secondo un processo analogo a quello che è intervenuto, a partire da mezzo millennio fa, in concomitanza con la formazione degli Stati moderni, che prima di consolidarsi si sono dibattuti in difficoltà secolari.

Ciò significa che, se l’Europa vuol essere il luogo di una lunga durata – un luogo cioè dove possa prendere corpo un processo di civilizzazione strutturato intorno a valori simbolici condivisi come tolleranza, giustizia, democrazia, libertà individuali, laicismo, integrazione e costruzione della ragione collettiva attraverso il dialogo e la discussione – deve dotarsi di una struttura fiscale e di bilanci pubblici (intesi come luoghi della decisione collettiva delle entrate e delle spese) analoghi a quelli finora espressi dagli Stati, che – intesi nella duplice articolazione gramsciana di società politica e società civile – sono stati non a caso i vettori su cui ha viaggiato la connessione tra passato, presente e futuro. Il che, tra l’altro, è pienamente coerente con un risultato fondamentale del classico approccio di Mundell alla teoria delle aree valutarie ottimali, che ha fatto da supporto teorico principale della costruzione europea: quando in un’area valutaria la mobilità del lavoro non è molto elevata, occorre un bilancio centralizzato

È vero che molti sostengono che una base comune di principi, istituzioni, risorse, uomini e mezzi, che sia sostenuta da un nucleo di fiscalità imposto e praticato come espressione di un comune potere pubblico non sarebbe necessaria, perché – in ragione del principio di sussidiarietà – potrebbe essere esercitata a livello dei singoli Stati, pur nel quadro di principi generali comuni. Ma – come ha chiarito un economista non certo sospettabile di simpatie stataliste come Dani Rodrik – nel lungo periodo non possono coesistere lo Stato-nazione, lo Stato sociale e la piena integrazione delle economie: uno dei tre va abbandonato, e su quale sia caduta la scelta lo testimonia il dato della media della spesa sociale sul Pil, che negli ultimi dieci anni è scesa dal picco del 29% al 25,7%.

«L’idea che in cima alle nostre priorità ci debba essere il rafforzamento dello stato, e non la sua riduzione o il suo contenimento, potrà sembrare ad alcuni perversa. La tendenza dominante della politica mondiale nella passata generazione è stata, dopotutto, la critica al “big government” e il tentativo di sottrarre attività al settore pubblico a beneficio dei mercati o della società civile. […] Il dominio degli economisti nel campo della teoria organizzativa durante gli anni ’80 e ’90 […] rappresenta, in effetti, una regressione delle scienze sociali. Alcuni economisti, riconoscendo i limiti del proprio approccio, stanno ora ritornando [alle] teorie precedenti, nel tentativo di reintegrarle nei confini dei propri presupposti metodologici. Stanno in effetti reinventando una ruota vecchia di quaranta o cinquant’anni, della cui caduta in disuso sono responsabili».

Tra costoro c’è Francis Fukuyama, già cantore della «fine della storia» e adesso autore di un libretto molto interessante intitolato State-building, da cui ho tratto la citazione che precede. La storia dunque non è finita, e a conferma si può ricordare la (gustosa) polemica ferragostana fra Tommaso Padoa-Schioppa e Oliviero Diliberto, reo di aver indicato nella forte crescita della «Cina comunista» un fatto che dovrebbe indurre la comunità finanziaria a non temere per un eventuale avvento dei comunisti al governo dell’Italia.

Come forse si ricorderà, sul Corriere della sera del 15 agosto, Padoa-Schioppa ha duramente bacchettato Diliberto: ma quale comunismo, in Cina si cresce perché, dall’avvento di Deng, di comunista c’è rimasta solo la politica repressiva, mentre l’economia è diventata «capitalista». Anzi, ha aggiunto, brutalmente capitalista: se oggi volessimo emulare i cinesi, dovremmo smantellare il welfare, adottare una settimana lavorativa di sessanta ore su sette giorni, abrogare le norme sulla sicurezza nel lavoro, introdurre restrizioni alla libertà di cambiare residenza e abbattere drasticamente stipendi e salari.

Padoa-Schioppa ha certamente ragione a suggerire che non si può credere sic et simpliciter alle professioni di comunismo: un vecchio e saggio canone del materialismo storico ci dice che non si può giudicare un’epoca storica dall’opinione che ha di se stessa. Ma definire «capitalista» l’economia cinese non è meno ideologico che definirla «comunista». Come ricorda lo stesso Padoa-Schioppa, la crescita cinese è dovuta principalmente a una domanda interna che, pur aumentando rapidamente, viaggia a un ritmo inferiore di quelli di produzione e produttività, così garantendo che il gigante possa espandersi senza spinte inflazionistiche a tassi dell’8-10 per cento all’anno. Solo che un simile risultato è possibile in grazia di una politica economica statale, che garantisce – all’uopo anche con mezzi repressivi – il fine tuning nell’allocazione e distribuzione delle risorse, disciplinando politicamente gli aumenti salariali, gli spostamenti fra città e campagna, la crescita di posti di lavoro fuori dall’agricoltura, la dismissione e/o il rinnovamento delle industrie pubbliche e (ma questo Padoa-Schioppa non lo ricorda, ed è ben strano per un analista attento come lui è) il cambio della propria valuta e il movimento dei capitali con l’estero.

Se ciò è vero, non è necessario risalire al «dispotismo illuminato dei sovrani assoluti» o addirittura all’«oligarchia che governò Venezia per secoli» per trovare qualche antecedente capace di illuminarci sui pregi e difetti del modello cinese: basta fermarsi all’Europa degli anni Cinquanta e Sessanta (inclusa l’Italia del «miracolo economico»), che aveva dovuto imparare a proprie spese quella varietà di tecniche economiche – nel campo della finanza pubblica, della pianificazione statale, del controllo dei cambi e del commercio con l’estero di merci e monete – che Keynes aveva raccomandato come essenziali per sottrarre alle cieche forze monetarie (e ai loro sconquassi cumulativi) il potere di decidere cosa, come e per chi produrre.

Che un sistema del genere fosse capitalista o comunista è tutto da vedere: Keynes riteneva che l’essenza del comunismo stesse appunto in questa detronizzazione del denaro a vantaggio della politica e come lui la pensava la comunità finanziaria internazionale, che infatti prese per bolscevichi Roosevelt e Léon Blum quando, negli anni Trenta, si provarono a introdurre negli Stati Uniti e in Francia misure del tipo di quelle che avrebbero governato lo sviluppo postbellico. Negli anni Sessanta, invece, ebbe molta fortuna (specie qui da noi) una certo marxismo che vedeva in tutto ciò un «piano del capitale», nonostante un autore spesso citato ma raramente capito come Claudio Napoleoni avesse ammonito che trattavasi di categoria da respingere perché «non omogenea al marxismo».

Se la discussione sulla natura e sulle cause della crescita cinese fosse solo una chiacchierata estiva, si potrebbe liquidarla dicendo che l’opinione di Diliberto è di matrice liberal e quella di Padoa-Schioppa operaista. Ma la questione è seria, e il grave stallo in cui versa l’Europa dopo aver ripudiato gli insegnamenti economici degli anni Trenta non fa che confermarlo.