Rive Gauche – Introduzione di Riccardo Realfonzo

Rive Gauche – Tavola rotonda
La sinistra e il programma di politica economica della coalizione progressista

Testo dell’intervento introduttivo di Riccardo Realfonzo (Università del Sannio)

La discussione di oggi è stata estremamente ricca e articolata. Il dibattito si è concentrato sul rapporto tra la teoria economica “critica” e le recenti esperienze di “coalizioni progressiste” in Italia, sulle proposte di politica economica per il nostro Paese, e sul possibile contributo della politica economica alternativa alla costruzione di una Europa diversa, di una “Europa sociale”.

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Nonostante alcune differenze di vedute, che pure sono emerse nella discussione, mi pare di poter dire che gli economisti oggi intervenuti concordino nel giudizio di fondo sullo “stato di salute” dell’economia italiana. L’economia italiana è in recessione. Ma non si tratta di una fase di difficoltà transitoria, collocata su un trend di lungo periodo positivo, bensì di una situazione di grave difficoltà, dalla quale rischiamo di venir fuori con una posizione drasticamente ridimensionata nel quadro della divisione internazionale del lavoro.

I dati macroeconomici italiani sono ben noti, e non mi pare qui il caso di richiamarli. Vorrei piuttosto sottolineare – anche qui riprendendo spunti dal dibattito di oggi, nonché da quello ospitato dal “manifesto” nelle scorse settimane – che la nostra economia langue in una crisi complessa che è contemporaneamente di offerta e di domanda.

Dal lato dell’offerta, il modello di specializzazione che caratterizza il nostro sistema produttivo si presenta sempre più incapace di fronteggiare la concorrenza internazionale. Siamo come chiusi in una morsa in cui, da un lato, ci sono economie che realizzano merci utilizzando nuove tecnologie, che noi, a parte alcune eccezioni, non possediamo; e, dall’altro lato, ci sono economie che realizzano le medesime merci che noi proponiamo al mercato internazionale, con le nostre medesime tecnologie, ma a costi estremamente più bassi.

Dal lato della domanda, vi è tutto il peso della questione distributiva. La grave caduta della quota del prodotto sociale che va ai salari, a tutto vantaggio delle quote delle rendite e dei profitti, ha appesantito notevolmente il passo alla domanda interna. A ciò si aggiunge la lunga serie di avanzi primari messi a segno dai quasi tutti i governi succedutisi dai primi anni ’90 ad oggi per rispettare i vincoli europei.

Una situazione paradossale in cui le imprese non riescono a intercettare la domanda estera, proprio mentre la domanda interna cala perché calano i salari, perché ristagnano gli investimenti e perché lo stato sociale si ritira anno dopo anno.

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Il consenso tra gli economisti oggi intervenuti riguarda, nelle linee generali, anche il giudizio sulle politiche economiche del governo Berlusconi. Un giudizio che difficilmente potrebbe essere più negativo. E tuttavia se, come scrive l’Economist, l’Italia è il “malato d’Europa”, è chiaro che la malattia è sopraggiunta ben prima di Berlusconi.

E infatti, l’adozione da parte del nostro apparato industriale di un modello di specializzazione fondato sulla competitività da costi non è una novità. La strada la si imboccò sin dai primi anni ’70, con le “ristrutturazioni fuori della fabbrica” e con l’ideologia del “piccolo è bello” che le accompagnò. Da allora, la tendenza delle nostre imprese al “downsizing”, e la loro conseguente incapacità di investire in ricerca, sviluppo, formazione, si è perpetuata senza soluzione di continuità. Una incapacità incoraggiata dalle politiche di svalutazione competitiva e a cui non è stato posto alcun rimedio anche nel corso degli anni ’90. E oggi i nodi vengono al pettine.

Anche la questione distributiva non nasce con Berlusconi. Dopo le conquiste della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, che avevano visto la quota dei salari sul prodotto interno lordo raggiungere valori inediti per l’Italia, l’inversione di tendenza venne sancita con l’accordo del gennaio 1983, e soprattutto con il referendum sulla scala mobile (1985). Poi venne l’accordo del luglio ’93, dal quale scaturì il modello contrattuale adottato negli anni del centrosinistra. Un modello che, con l’istituto della inflazione programmata e i due livelli di contrattazione, ha fatto sì che i lavoratori si sobbarcassero tutto il peso dell’ingresso nell’Europa di Maastricht. E’ bene essere chiari su questo punto: quel modello non può essere riproposto. Occorre emendarlo nella direzione di un rafforzamento del contratto nazionale e di una maggiore democrazia sindacale.

Inutile dire che la questione distributiva è risultata appesantita dallo smantellamento dello stato sociale e dalle “riforme” del mercato del lavoro. Qui il riferimento è non solo – e non tanto! – alla legge Biagi (legge 30 e d.lgs. 276 del 2003), che solo ora comincia a dispiegare i suoi effetti, ma anche e soprattutto al famigerato pacchetto Treu, varato nel 1997. La politica della flessibilità del mercato del lavoro si è risolta in un attacco violento alle condizioni di vita delle famiglie lavoratrici e al potere contrattuale dei lavoratori e delle organizzazioni che li rappresentano.

Alla luce di tutto ciò non stupisce che i salari reali siano rimasti al palo, che la quota del pil che va ai lavoratori sia significativamente calata, soprattutto a vantaggio dei profitti delle imprese che operano in settori non esposti alla concorrenza internazionale e delle rendite in generale.

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Questa disamina serve a ricordare a tutti noi un punto: che anche le coalizioni progressiste degli anni ‘90 portano responsabilità nella drammatica crisi dell’economia italiana. Pesanti responsabilità.

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Difficile è comprendere le ragioni sociali e politiche per le quali i governi dell’Ulivo non potettero, o seppero, mettere in atto politiche più efficaci. È un po’ come se si fosse perso di vista il soggetto sociale di riferimento e si fossero confuse le idee circa il “per chi” dell’azione politica.

Per tentare di coprire questa confusione i governi dell’Ulivo si affidarono al verbo di alcuni economisti “moderati”, di formazione social-liberale, nel senso che nel dibattito di oggi è stato precisato. Costoro hanno sempre più guadagnato audience, anche nel maggior partito del centrosinistra e anche nel maggior sindacato italiano. E ancora oggi essi imperversano tra le forze moderate dell’Unione. Basti pensare al clamore suscitato dalla boutade di Nicola Rossi sulla introduzione della flat tax in Italia. O meglio, io voglio augurarmi che sia una boutade.

Questi economisti credono in fondo nelle capacità di autoregolamentazione del mercato e per questo si battono per le liberalizzazioni e per la sempre maggiore concorrenzialità dei mercati. Credono nei benefici effetti della flessibilità del mercato del lavoro e nella necessità di una contrattazione salariale decentrata. E pensano che l’intervento pubblico debba limitarsi a garantire il funzionamento del mercato, intervenendo con dei meccanismi di “incentivo e punizione”, e debba attenuare le differenze nelle “condizioni di partenza” degli agenti con un po’ di welfare.

Naturalmente, questi economisti moderati credono fermamente nell’Europa così come è stata disegnata a Maastricht. Credono nel rispetto dei vincoli previsti dal Patto di Stabilità e credono nella teoria del banchiere centrale conservatore, e quindi in una Banca Centrale Europea che sia austera, indipendente e soprattutto che si guardi bene dal monetizzare il disavanzo pubblico. Insomma, che tenga la moneta quanto più lontana è possibile dai parlamenti e dai popoli.

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Certo è che l’imperversare ancora oggi tra le forze di centrosinistra delle posizioni ispirate da questi cantori del liberismo, proprio gli stessi che ispirarono le politiche fallaci dei governi dell’Ulivo, rende ancora più difficile una autocritica e rende legittima la preoccupazione che quelle stesse politiche ci vengano riproposte domani.

E invece, sarebbe indispensabile che le forze del centrosinistra riuscissero a fare autocritica rispetto alla passata esperienza di governo e trovassero risposte nuove alle drammatiche domande che giungono dal Paese.

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In primo luogo, è indispensabile intervenire nella questione distributiva e nelle condizioni del lavoro. Ciò è ovviamente vitale, considerata la ragion d’essere delle forze politiche progressiste. Ma ciò è anche decisivo per ragioni di carattere macroeconomico e strutturale.

Il Pacchetto Treu prima e la legge Biagi poi, producendo una precarizzazione estrema, hanno infatti aggravato la condizione dell’economia italiana. Recenti studi hanno mostrato che la cosiddetta “flessibilità” del mercato del lavoro genera una serie di effetti perversi. Innanzitutto, la flessibilità indebolisce i lavoratori, abbatte i salari reali ed accresce l’incertezza circa i flussi di reddito futuri. La spesa dunque si riduce e diventa instabile, e ciò ancora aggrava il ristagno della domanda. Inoltre, si è visto che il lavoro flessibile può risultare correlato negativamente alla produttività e all’innovazione, e ciò perché in condizioni di assoluta flessibilità l’imprenditore non guarda lontano, ossia non è incentivato a investire nell’impresa e nella formazione del lavoratore.

Occorre quindi cambiare strada e andare verso una redistribuzione a favore dei redditi da lavoro. Ora non vi è dubbio che questo significhi rivedere in senso progressivo la curva fiscale, tassare rendite e successioni, combattere evasione ed elusione. Ma significa anche introdurre meccanismi che difendano i salari dall’inflazione, rafforzino il contratto nazionale, accrescano la democrazia sindacale, e soprattutto significa fare autocritica sul pacchetto Treu. Se non si fa autocritica sul pacchetto Treu non si avranno le idee chiare nemmeno sulla legge Biagi, questo mi pare ormai ovvio!

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In secondo luogo, vi è la necessità di portare il sistema produttivo italiano verso un nuovo modello di specializzazione. Passare dalla spasmodica ricerca della competitività da costi ad una competitività legata all’impiego delle nuove tecnologie. A questo proposito è ormai chiaro che le cosiddette “politiche incentivanti”, sulle quali tanto puntò il ministro Visco, sono del tutto inadeguate.

Occorre dunque una vera politica industriale. Ed occorre tornare a una politica di programmazione pubblica della attività produttiva. E vediamo di essere chiari su questo punto: non mi risulta che esista “programmazione” in assenza di intervento pubblico negli assetti proprietari. Insomma, se si parla di programmazione, come molti di noi auspicano, si deve allora essere conseguenti. Si deve invertire completamente direzione rispetto alle privatizzazioni. Detto in altri termini: vediamo di smetterla di giocare con le parole, e attribuiamo loro il giusto significato storico.

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È chiaro quindi che un futuro, auspicabile, governo dell’Unione dovrebbe concentrarsi su una politica industriale per la riconversione dell’apparato produttivo e su una nuova politica del lavoro, della occupazione e dello stato sociale. Tutte cose indispensabili per dare una svolta al Paese; tutte cose cui un governo progressista non dovrebbe poter rinunciare.

Ma soprattutto: tutte cose che costano.

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E qui veniamo alle dolenti note. Il finanziamento dell’attività di governo.

A questo proposito la sinistra sembra orientata – il condizionale è d’obbligo, considerando quanto sia esiguo il dibattito sul programma – a proporre ai moderati dell’Unione una lotta seria all’evasione e all’elusione, nonché l’aumento delle imposte sulle rendite e sulle successioni.

Ora, nessuno discute l’opportunità e anzi la necessità di questi interventi. Ma la domanda è: sono sufficienti? Possono generare un gettito adeguato a finanziare le politiche cui ho precedentemente fatto cenno? Certamente no. Lo stesso Sylos Labini, fautore di una lotta senza quartiere all’evasione, ammette che sarebbe un errore pretendere da una guerra di lungo periodo dei risultati positivi nel breve. Quanto poi alla tassazione di rendite e successioni, sono circolate stime che vanno dai 3 ai 6 miliardi di euro.

Insomma, mi pare che quelle proposte siano insufficienti. Occorre trovare altre risorse.

Il problema è che il centrosinistra sembra muoversi in direzione esattamente opposta!

Pensiamo alle proposte avanzate dagli economisti che hanno sottoscritto l’appello al rigore di bilancio pubblicato dal Sole 24 Ore, e a cui molti leader del centrosinistra e del sindacato hanno plaudito. La più forte preoccupazione è che i moderati dell’Unione possano cadere vittime di questi sostenitori del cosiddetto “rigore” dei conti pubblici e riproporci una nuova versione del piano Ciampi, secondo il quale il debito pubblico andava abbattuto al valore indicato dal Trattato di Maastricht – il 60% del pil – in dieci anni.

La riproposizione di una politica di questo tipo avrebbe conseguenze nefaste. Per fare chiarezza su questo punto fondamentale vi propongo solo qualche stima. Da alcuni calcoli, effettuati con ipotesi prudenti circa l’andamento del pil nominale e dei tassi di interesse sul debito pubblico, emerge che per portare in dieci anni il debito pubblico al 60% del pil occorrerebbero avanzi primari – e cioè eccessi delle entrate correnti sulle spese correnti – nell’ordine del 5,5% del pil. Se già quest’anno un governo avesse adottato il Piano Ciampi avrebbe conseguentemente dovuto fissare un avanzo primario nell’ordine degli 80 miliardi di euro.

Se invece il medesimo governo si fosse ripromesso più semplicemente di tenere stabile il rapporto tra il debito e il pil, sarebbe stato sufficiente fissare un avanzo primario appena superiore all’1% del pil, ciò significa un avanzo primario per l’anno in corso di circa 15 miliardi di euro.

Come si vede la differenza è enorme. E in questa differenza sta la possibilità o meno di condurre le politiche di cui abbiamo precedentemente parlato. La linea dell’abbattimento del debito è incompatibile con le politiche industriali, del lavoro, della occupazione e del welfare di cui il Paese necessita.

È quindi assolutamente indispensabile respingere qualsiasi proposta di abbattimento del debito.

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Ovviamente occorre rispondere alle giuste sollecitazioni di Rossana Rossanda, in merito alle possibili conseguenze di una linea simile. La Rossanda si chiede e ci chiede: è possibile rifiutarsi di abbattere il debito senza risultare penalizzati?

Naturalmente, a questo proposito, gli economisti moderati e i cosiddetti “rigoristi” avanzeranno lo spauracchio delle agenzie di rating, che potrebbero penalizzarci, declassando il nostro debito e quindi spingendo verso una lievitazione dei tassi. Ma non si tratta di critiche fondate. In primo luogo, perché la credibilità delle suddette agenzie di rating si è significativamente incrinata a seguito delle vicende recenti – si veda tra tutte il caso Enron -, in cui hanno dato prova di ben scarsa affidabilità. In secondo luogo, perché qui non si sta proponendo di imprimere accelerazioni incontrollabili al rapporto debito/pil, bensì di muoversi, per esempio nell’arco di una legislatura, in un intorno dei valori attuali. Ma soprattutto, perché non esiste nulla che consenta di parlare di “fondamentali” quando si tratta di struttura per scadenza dei tassi d’interesse. Quella struttura è un fatto convenzionale, ed è dunque fortemente influenzata dalla dinamica politica.

Ecco allora che moderati e rigoristi ci diranno che in questo modo si va diritti incontro alle sanzioni della Unione Europea. Ma anche qui non si tratta di affermazioni fondate. Per cominciare, tutti sappiamo che il Trattato di Maastricht non prevede sanzioni per quel che riguarda il rapporto debito/pil, ma si limita a rilevare la necessità di un ritmo di convergenza “soddisfacente” al vincolo del 60%. E poi è ormai chiaro, tanto più a seguito dei recenti “sforamenti” non sanzionati del vincolo del 3% del rapporto deficit/pil e della recente revisione del Patto di Stabilità, che non vi sono sanzioni automatiche.

Ma soprattutto, ogni atto sanzionatorio è ancora una volta un atto politico. E per fare politica occorre scontrarsi. Abbiamo un precedente gigantesco, quello di Francia e Germania. Ed abbiamo una ancor più grande sollecitazione democratica, proveniente dai no francese ed olandese al Trattato Costituzionale, ossia anche al Trattato di Maastricht!

Cosa aspetta l’Unione a fare autocritica su un passato rigorista che ci ha messi in ginocchio, e a spingere finalmente verso una rivisitazione del modello di Maastricht?

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In conclusione quindi, è chiaro che l’Italia ha bisogno di interventi radicali e che questi interventi non sono conciliabili con tentativi di abbattimento del debito.

Io ho già posto questa domanda, ed ora la ribadisco. Cosa pensano i leader della Sinistra e del sindacato rispetto alla eventualità che fosse loro riproposta una linea di rigore della finanza pubblica? Cosa ne pensano di un nuovo piano Ciampi?