Rive Gauche: Distribuzione del reddito…

…e “vincolo esterno” alla crescita dei salari

* Facoltà di Economia, Università Roma Tre

1. Quando si parla di distribuzione del reddito in Italia vi sono due questioni che per le loro dimensioni e gravità stanno ormai attirando l’attenzione e cominciano a trovare spazio sulla stampa e in alcuni interventi politici, entrambi in passato non particolarmente attenti a tali problemi. La prima questione è quella che possiamo chiamare “Questione salariale”, e cioè la stagnazione prolungata e addirittura progressiva erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni che oggi si manifesta anche nella riduzione dei consumi di generi non di lusso come alimentari e abbigliamento. La seconda questione è quella della forte crescita delle cosiddette rendite (dirò poi perché il termine non mi sembra del tutto appropriato) nei settori dei servizi e public utilities (in generale, nei settori non esposti alla concorrenza internazionale) a cui si associa la crescita dei prezzi relativi di questi ultimi settori rispetto a quelli del settore manifatturiero.

In quanto segue cercherò di dare alcuni elementi di interpretazione di questi due fenomeni e di mostrare le loro interconnessioni, e nel far questo, anche di far emergere il ruolo del “vincolo esterno” cioè del vincolo alla crescita dei prezzi nel settore esposto alla concorrenza internazionale in presenza di cambi nominali fissi e poi della unificazione monetaria. Guarderò a un periodo di riferimento piuttosto lungo, perché sia il contenimento della crescita dei salari reali al di sotto di quanto consentito dalla crescita della produttività, sia l’aumento dei redditi da capitale nei settori dei servizi, sebbene emergano oggi con particolare evidenza, cominciano a manifestarsi già dalla fine degli anni 70, inizio anni 80.

In conclusione cercherò di dare alcune indicazioni generali delle possibili direzioni di politica economica che appaiono suggerite dall’analisi precedente.

2. Cominciamo dalla questione salariale. La stagnazione dei salari reali si è aggravata nell’ultimo decennio. Tuttavia è dalla fine degli anni 70 che i salari reali crescono meno della produttività: ciò vale sia per le retribuzioni contrattuali e di fatto nell’industria e nel commercio (i due settori da soli comprendono il 70% del lavoro dipendente nell’insieme del settore privato), sia per le retribuzioni di fatto nel settore privato nel suo insieme (figure 1 e 2).2

L’analisi statistica condotta (cfr Levrero & Stirati 2004 e 2006) suggerisce che l’andamento dei salari reali sia fortemente associato non tanto, come si vede sopra, alla produttività, ma soprattutto a due fattori che tendono ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori in particolare nell’industria (il settore leader nella contrattazione): il tasso di disoccupazione generale nel paese e l’andamento dell’occupazione industriale. Vi sono tuttavia due fasi in cui la caduta della crescita dei salari reali (o del loro livello) non appare interamente spiegata da questi fattori: si tratta degli anni 77-80 e del 93-95, dopo la svalutazione della lira. In questi due momenti concorrono all’andamento dei salari anche mutamenti nel complessivo quadro politico-istituzionale ed economico; mutamenti che continuano a giocare un ruolo anche negli anni successivi. Nel primo caso si tratta della sconfitta politica e sindacale maturata in quegli anni, e del mutamento dell’orientamento delle politiche macroeconomiche (in Italia e nei principali paesi industrializzati), che ha portato nel periodo successivo ad una lunga fase di aumento della disoccupazione e declino dell’occupazione industriale. Nel secondo momento, a noi più vicino, un elemento importante di cambiamento è stata la disdetta della scala mobile (subito prima della forte svalutazione della lira) e la riforma Amato della contrattazione, che dà l’avvio ad una lunga fase di stagnazione delle retribuzioni reali (tabella 1) per le difficoltà che essa ha determinato nel tenere le retribuzioni al passo con l’inflazione effettiva e per il mancato decollo, in una situazione di complessiva debolezza del lavoro, della contrattazione aziendale.

Nell’ultimo decennio la crescita dei salari reali in Italia è stata inferiore a quelle realizzate in Francia, Germania e Stati Uniti, con una crescita dei salari monetari in valuta nazionale allineata a quella di quei due paesi, e inferiore a quella degli Usa (tabella 1).

L’andamento di lungo periodo delle retribuzioni dopo la tassazione è se possibile ancora peggiore (le retribuzioni di fatto nell’industria al netto delle imposte raggiungono nel 2000 allo stesso livello che avevano 1979, senza che ciò sia compensato da una correzione delle distorsioni a sfavore del lavoro dipendente del nostro sistema fiscale, e con una espansione della spesa sociale che segna il passo, in termini reali, a partire dalgli anni ’90 (Levrero e Stirati, 2004, p.68-69).

3. A questo andamento dei salari reali rispetto alla produttività corrisponde evidentemente una riduzione della quota del reddito da lavoro sul PIL a favore dei redditi da capitale e altri redditi che passa dal 70% dei primi anni 70 al 59% del 2002.3

Tuttavia, e qui entriamo nella questione delle “rendite”, se guardiamo a come questi redditi da capitale si distribuiscono tra settori, si trova che la quota dei redditi da capitale e più propriamente, il saggio di profitto realizzato sul capitale impiegato cresce a partire dalla metà degli anni ’80 nel terziario nel suo insieme più che nell’industria. In quest’ultimo settore poi, dopo l’incremento degli anni ’80, inizia una fase di declino (figura 3).

La ragione immediata di questo è che i prezzi nei settori del terziario e non esposti alla concorrenza internazionale sono cresciuti più di quelli del prodotto industriale, determinando un aumento del costo, in termini di prodotto industriale, sia di beni e servizi che entrano nel costo della vita dei lavoratori, sia di quelli utilizzati come inputs dal settore industriale. Si noti che il fenomeno ha inizio negli anni 80, sebbene si sia accentuato dal 1988 (anno di adesione alla ‘banda stretta’ dello SME) in poi.

Tale variazione dei prezzi relativi tra industria e terziario è maggiore in Italia che in Francia e Germania, paesi molto importanti per gli scambi commerciali con l’estero dell’Italia (cfr Levrero e Stirati, 2005, par 5). Ciò è in parte attribuibile alla minore crescita della produttività nel settore terziario rispetto a quella dell’industria che si verifica in Italia; per un’altra parte tale variazione dei prezzi relativi è invece associata all’incremento della profittabilità in tali settori, come mostra il grafico precedente.

Dalla figura 4 vediamo che in una prima fase, negli anni ’80, i settori del terziario in cui cresce la redditività del capitale sono soprattutto il commercio e i pubblici esercizi; dai primi anni ’90 invece il saggio di profitto realizzato cresce in particolare, oltre che nel settore immobiliare, nei settori oggetto di privatizzazione: Trasporti e telecomunicazioni e Produzione di energia; dal 1998 anche cresce molto rapidamente anche nel settore della Intermediazione finanziaria (figura 4).

E’ evidentemente in relazione a questi fenomeni che si parla oggi di crescita abnorme delle rendite. Tuttavia il termine rendite, ed il modo in cui oggi se ne parla, appaiono in qualche misura fuorvianti in quanto sembrano suggerire che esse traggono origine puramente nella capacità di chi opera in alcuni mercati di fissare i prezzi ‘arbitrariamente’ in virtù di un potere di mercato derivante da condizioni non concorrenziali. Queste ultime tuttavia non sono in grado da sole di spiegare quanto avvenuto. Se esse fossero l’unico fattore in gioco non potremmo spiegare ad esempio perchè l’aumento delle “rendite” non si sia verificato in altri periodi – per esempio gli anni 70, in cui ostacoli alla concorrenza di dimensioni non inferiori a quelle odierne erano certamente già presenti nel commercio, nelle professioni, nelle le banche e le assicurazioni, ed inoltre tali attività erano allora più di oggi al riparo della concorrenza internazionale.

4. Si tratta allora di mettere in rilievo alcuni aspetti di tale crescita delle ‘rendite’ che rimangono, mi sembra, generalmente nell’ombra.

Il primo aspetto da sottolineare è che innanzitutto all’origine della crescita di tali redditi sta proprio la pluriennale riduzione della crescita dei salari reali al di sotto di quella della produttività, che è il fattore che ha determinato la crescita complessiva della parte del Pil che può essere distribuita ai redditi da capitale e in generale ai redditi non da lavoro.

Il secondo aspetto è che la redistribuzione di tali redditi verso i settori non esposti alla concorrenza internazionale emerge in particolare in fasi caratterizzate dalla tendenza all’apprezzamento reale del cambio determinata da un’inflazione ‘inerziale’ maggiore che in altri paesi. Ciò determina una pressione nel settore esposto alla concorrenza internazionale (la manifattura) a ridurre il tasso di incremento dei propri prezzi allineandolo a quello estero, pena la perdita di quote di mercato; mentre ciò non accade, almeno nel breve termine, nei settori non esposti del terziario. Questo genera, come in un sistema di vasi comunicanti – date le interdipendenze tra settori (i servizi entrano come inputs nella produzione industriale e viceversa; i prezzi in entrambi i settori determinano il costo della vita e l’andamento dei salari monetari) – una riduzione del saggio di profitto nei settori esposti alla concorrenza dei prodotto esteri e un loro aumento nei settori protetti, e ciò del tutto indipendentemente dall’esistenza o meno di condizioni di ‘potere di mercato’ nei settori del terziario. Nel lungo periodo, in presenza di libera mobilità dei capitali, tali differenze tenderebbero ad essere eliminate, e qui l’esistenza di barriere all’entrata, elementi di monopolio ecc hanno molto probabilmente giocato un ruolo nel rendere tale redistribuzione più persistente. D’altra parte se l’inflazione interna rimane per varie ragioni (tra cui anche la minore crescita della produttività) più elevata, questi fenomeni di redistribuzione dei redditi da capitale tra settori esposti e non esposti può reiterarsi.

Il terzo aspetto da porre in rilievo è che un altro elemento che ha contribuito alla redistribuzione dei profitti tra settori – in particolare a partire dagli anni ’90 – sono stati i processi di privatizzazione attuati in alcuni settori (energia, trasporti, banche). Anche questo problema viene generalmente discusso con riferimento all’esistenza di condizioni di monopolio od oligopolio in tali settori. Senza voler nulla togliere alle conseguenze negative che possono derivare da tali condizioni, anche in questo caso sono però all’opera anche meccanismi economici indipendenti dall’assenza di concorrenza e connaturati agli stessi processi di privatizzazione. Infatti, mentre in attività a gestione pubblica (che si tratti di energia, di pensioni, di assicurazioni, di servizi sanitari) il profitto sul capitale può essere assente o comunque inferiore a quello percepito sul capitale impiegato in altre attività produttive, quando l’attività viene privatizzata deve poter emergere un saggio di profitto sul capitale che sia remunerativo, cioè pari a quello normalmente percepito su altre attività, e ciò richiede, a parità di altre circostanze, un aumento del prezzo relativo nei settori privatizzati. L’incremento del prezzo richiesto per tale ragione può essere molto rilevante se nel settore che si privatizza il valore del capitale impiegato per unità di prodotto è molto elevato.4

L’opinione prevalente che processi di privatizzazione e liberalizzazione avrebbero portato e portino in generale a riduzioni dei costi e dei prezzi nei settori privatizzati si basa sull’opinione che tali processi portino ad una maggiore crescita della produttività in tali settori. Questo è effettivamente accaduto nella esperienza italiana: nei settori bancario e assicurativo e nella produzione di energia la crescita della produttività era stata molto modesta o, nel caso del primo, era addirittura crollata (sempre stando ai dati di contabilità) negli anni 1980 mentre è cresciuta negli anni ’90 (nel caso del settore di intermediazione finanziaria tornando così ai livelli di produttività del 1970). Ma tali incrementi di produttività, come è noto, finora non hanno dato i risultatati sperati (forse avventatamente sperati) non solo, per il sussistere di condizioni di “potere di mercato”, ma anche per il necessario emergere di una remunerazione del capitale. Ciò non significa che non sia necessario monitorare e combattere comportamenti collusivi o monopolistici in tali settori, ma che quando si ragiona di privatizzazioni ne debbono essere opportunamente considerati tutti gli effetti. Uno di questi è di contribuire ad inasprire il conflitto distributivo in quanto, a parità di salario reale e di produttività del lavoro, l’emergere di un saggio di profitto nei settori privatizzati tende a ridurre il saggio di profitto negli altri settori. Evidentemente, in presenza di debolezza del lavoro, e di un salario monetario che non riesce a tenere il passo con l’incremento dei prezzi si potrà determinare anche, o invece, una riduzione del salario reale.

Alla luce di quanto appena detto ci sembra più appropriato parlare di profitti o di ‘extraprofitti’ piuttosto che di “rendite” nel terziario (elementi di rendita sussistono però nel settore immobiliare) generati dal contenimento dei salari reali e dalla redistribuzione dei profitti complessivi operata dalla rivalutazione reale del cambio e dalle privatizzazioni.

6. Quanto esposto ha alcune implicazioni di carattere generale.

In primo luogo va sottolineato che l’incremento della quota dei profitti e del saggio di profitto non ha portato a maggiori investimenti e ad una crescita maggiore che in passato, e ciò coerentemente con l’analisi economica che scaturisce dalla critica alla teoria economica dominante,5 che indica nella crescita della domanda finale il principale fattore nel determinare gli investimenti e la crescita economica. La redistribuzione del reddito dai salari ai profitti pertanto può in realtà nuocere alla crescita ed agli investimenti in quanto determina una riduzione (o minore crescita) dei consumi e della domanda finale.

In secondo luogo, non si possono imputare le difficoltà della economia italiana ad una eccessiva dinamica dei salari monetari (che è in linea con quella dei maggiori paesi) o reali (che sono cresciuti meno che nei principali paesi e meno della produttività), e non si deve cercare di risolverle insistendo sul contenimento dei salari monetari per ridurre il differenziale di inflazione.

In terzo luogo, la tendenza operata dalla rivalutazione reale del cambio e dalle privatizzazioni ad una redistribuzione dei profitti verso i settori del terziario protetti dalla concorrenza internazionale ha conseguenze rilevanti sia per la distribuzione del reddito tra salari e profitti sia per il processo di accumulazione.

Per quanto concerne la distribuzione del reddito tra profitti e salari, la situazione descritta comporta un inasprimento del conflitto distributivo nel settore manifatturiero esposto alla concorrenza dei prodotti esteri, nel quale sussiste una pressione ad una crescita dei prezzi almeno in linea con quella dei maggiori paesi europei. Ciò a fronte di una crescita dei prezzi interni, e quindi sia degli inputs da altri settori, sia di una parte dei beni salario, maggiore che negli altri paesi europei, e di un declino della propria redditività relativamente ad altri settori. Questo determina evidentemente grandi difficoltà ad ottenere incrementi dei salari monetari nell’industria manifatturiera e di conseguenza, per il suo ruolo leader nella contrattazione, in tutto il settore privato. Il vincolo alla crescita dei prezzi nell’industria manifatturiera nelle fasi di tendenza alla rivalutazione reale del cambio ha così contribuito (insieme ai fattori ricordati all’inizio) a determinare un ostacolo alla crescita dei salari monetari nell’industria e di conseguenza nell’intera economia, a dispetto della stagnazione dei salari reali e dell’aumento della quota dei profitti e dei redditi non da lavoro nell’insieme dell’economia italiana.

Un’altra possibile conseguenza rilevante della redistribuzione dei profitti verso i settori protetti del terziario è che, se tali tendenze riflettono tendenze analoghe nella redditività attesa dagli investimenti – cioè se il saggio di profitto atteso sugli investimenti nelle attività manifatturiere è inferiore a quello atteso in altre attività (finanziarie, o di produzione di servizi e public utilities) questo, proprio per l’operare delle forze del mercato e della concorrenza, porta ad una riduzione degli investimenti nelle attività manifatturiere e ad un loro aumento nelle attività più redditizie (investimenti finanziari o nella produzione di servizi e public utilities).

7. L’analisi precedente suggerisce possibili indirizzi della politica economica.

Innanzi tutto che è urgente e dovuta una redistribuzione del reddito verso tutto il lavoro dipendente – con precedenza dei redditi più bassi. Tale redistribuzione non solo è desiderabile per ragioni di equità, ma potrebbe dare un contributo alla crescita di produzione e occupazione, alla ripresa degli investimenti e quindi anche al miglioramento della produttività grazie ai suoi effetti positivi sulla domanda interna. Intorno a tale obiettivo, così come ad altri a questo connessi (maggiore equità fiscale; difesa e sviluppo dello stato sociale; riduzione della precarizzazione del lavoro dipendente) a mio parere si possono oggi forse più che in passato aggregare gli interessi del lavoro dipendente sia nel settore pubblico che privato – che deve costituire la base sociale di riferimento per la sinistra. Ciò per la crescente uniformità di condizioni retributive e per il peso che il lavoro variamente a termine ha assunto anche nel settore pubblico. Meno chiaro è come sia possibile realizzare tale obiettivo nelle condizioni date di crescente difficoltà del settore manifatturiero a mantenere quote di mercato a fronte della pressione di una agguerrita concorrenza internazionale.

E’ evidente che un problema di fondo è quello della crescita della produttività e della collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro – con la sottolineatura che è però molto importante anche l’andamento della produttività e dei prezzi nei settori dei servizi che producono beni salario e inputs per il settore manifatturiero.

Tuttavia una politica industriale in grado di porsi tali obiettivi, anche posto che sia praticabile nelle condizioni attuali di stagnazione della domanda e vincoli posti in ambito europeo, non potrebbe produrre i suoi risultati a brevissimo termine, mentre d’altra parte la situazione descritta nel settore manifatturiero non sembra consentire l’ottenimento di significativi incrementi dei salari monetari, a dispetto del fatto che i salari reali crescono meno della produttività, e meno che negli altri paesi.

Si deve pertanto pensare ad intervenire sulla distribuzione del reddito anche con una pluralità di altri strumenti. Quelli suggeriti dall’analisi precedente non sono certo nuovi né facilmente praticabili.

Innanzitutto vi è lo strumento fiscale, che dovrebbe essere utilizzato in modo da accentuarne il carattere redistributivo, anche con una seria azione di repressione della evasione ed elusione fiscale.

In secondo luogo, va prestata attenzione all’andamento dei prezzi in settori come quello immobiliare, energetico, dei trasporti, delle banche e assicurazioni e delle attività professionali, in cui si sono avuti forti incrementi dei profitti complessivi (inclusi i redditi da lavoro autonomo).

Una seria politica dei redditi dovrebbe oggi proporsi di abbattere il differenziale di inflazione con gli altri paesi partendo non dai salari monetari ma dai prezzi dei settori non esposti alla concorrenza internazionale e cercare di concordare con tali settori, trovando opportuni strumenti di persuasione, politiche di prezzi e tariffe6 tali da assicurarne la crescita in linea con un tasso di inflazione preso come obiettivo, in modo da allentare la pressione sul settore manifatturiero e sui salari, e chiedendo così sacrifici alle categorie i cui redditi medi sono aumentati più degli altri, non solo nel passato recente ma per una lunga fase.

Poi riemergono problemi strutturali da tempo presenti nella economia italiana, primo fra tutti la necessità di una politica per la casa, che potrebbe contemplare un tentativo di calmierare a breve termine il mercato privato degli affitti. A questo riguardo si potrebbe valutare se sia praticabile una politica che favorisce l’emersione dei contratti di locazione ed il rispetto di determinati parametri relativi al costo delle locazioni ed alla loro crescita nel tempo, in contropartita ad una riduzione del prelievo fiscale sui redditi così ricavati. Questo tipo di contropartite può risultare efficace però solo laddove vi sia la volontà e capacità di colpire l’evasione fiscale e le locazioni non dichiarate. D’altro lato, con effetti più a medio termine, si potrebbe pensare ad un rilancio dell’edilizia pubblica con accordi e joint ventures tra enti locali e imprenditori privati per la costruzione o recupero di edifici da destinare alla locazione a prezzi controllati, condizionando i permessi ad edificare alla rispondenza degli edifici e del loro uso a determinati obiettivi.7 In altri campi, come quello dei servizi sanitari, il duplice obiettivo del miglioramento dello stato sociale e della riduzione del costo e redditività dell’offerta privata potrebbe essere perseguito attraverso il miglioramento della qualità ed accessibilità dell’offerta pubblica. Qui mi sembra che vi siano ampi spazi per iniziative volte a migliorare e razionalizzare l’organizzazione dei servizi stessi, riducendo le barriere determinate dalle difficoltà di accesso (difficoltà di accesso alle prenotazioni, code per i pagamenti, lunghe attese per le prestazioni) – senza dimenticare che tali difficoltà sono talvolta artificiose e legate al “conflitto di interessi” tra attività pubblica e privata.

Nel settore delle attività professionali vi sono segmenti a reddito estremamente elevato su cui si dovrebbe garantire almeno un appropriato prelievo fiscale.

Quello che a mio parere emerge comunque è la necessità di una riflessione seria sia politica che tecnica che deve esaminare le problematiche specifiche dei vari settori.

In conclusione è necessario comunque ricordare che la sinistra non può prescindere da una riflessione e conseguente azione politica sul quadro istituzionale europeo e sui limiti che esso impone all’azione di politica economica, per la perdita da parte dei governi nazionali della politica monetaria e del cambio, la riduzione ad un ambito estremamente ristretto della politica fiscale (per i vincoli alla crescita del disavanzo e la richiesta di riduzione del debito ma anche per le limitazioni al livello e struttura del prelievo che possono derivare dalla concorrenza estera sui mercati finanziari e dei prodotti), le restrizioni alla politica industriale; senza che a fronte di ciò si sviluppino delle istituzioni europee di governo dell’economia. E’ difficile pensare che tale assetto istituzionale sia unicamente il risultato dell’applicazione delle teorie economiche liberiste oggi dominanti (sebbene provatamente deboli sul piano analitico), e andrebbe meglio compreso in che misura e per quali canali questo assetto istituzionale risponda da un lato al conflitto capitale – lavoro, dall’altro agli interessi dei paesi economicamente e politicamente più forti. La sinistra deve comunque più che in passato essere in grado di metterlo in discussione e comunque attrezzarsi ad individuare e difendere gli interessi dei lavoratori e gli obiettivi di sviluppo economico nazionale nelle varie sedi di contrattazione delle politiche europee.

1 Quanto qui sostenuto si basa su un lavoro di ricerca svolto in collaborazione con S. Levrero, (Università Roma Tre) e che ha portato alla pubblicazione di alcuni articoli, cui si rimanda per maggiore approfondimento e documentazione dei temi qui trattati (Levrero e Stirati: “Real Wages in Italy 1970-2000: Elements for an Interpretation”, Economia &Lavoro, n.1, gennaio 2004; “Distribuzione del reddito e prezzi relativi in Italia 1970-2002” Politica Economica, dicembre 2005; “The influence of unemployment, productivity and institutions on real wage trends: the case of Italy 1970-2000”, in E. Hein, A. Heise, A. Truger (curatori) Wages, Employment, Distribution and Growth – International Perspectives, Palgrave, Macmillan, 2006)

2 Nel settore privato le retribuzioni di fatto seguono da vicino le retribuzioni determinate dalla contrattazione nazionale e a loro volta queste seguono le retribuzioni determinate dalla contrattazione nazionale del settore industriale, che ha dunque un ruolo centrale nel determinare le retribuzioni nell’insieme del settore privato, anche dopo la riforma Amato, che in via di principio avrebbe dovuto restringere il ruolo della contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. Nel settore pubblico le retribuzioni hanno un andamento indipendente negli anni 70 e 80 ma a partire dagli anni 90 l’andamento è lo stesso. Per quanto riguarda i differenziali tra i livelli medi delle retribuzioni nel settore pubblico e privato, essi non sono molto elevati. Prima delle imposte, la retribuzione media nella pubblica amministrazione (il settore in media meglio retribuito nel comparto pubblico) è il 30% più alta di quella del commercio (quello con retribuzioni più basse del settore privato).

3 Questa è calcolata attribuendo ai lavoratori autonomi un reddito da lavoro pari al reddito medio dei lavoratori dipendenti nello stesso settore, (inclusivo delle imposte e dei contributi sociali e previdenziali) – mentre l’eventuale reddito aggiuntivo dei lavoratori autonomi confluisce nei redditi da capitale.

4 Qui il caso della produzione di energia può fornire una illustrazione. In tale settore il margine sul costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato continuamente e significativamente a partire dai primi anni ’90 (in concomitanza con i processi di trasformazione in società per azioni e privatizzazione di Enel ed Eni) ma se guardiamo all’andamento del saggio di profitto realizzato sul capitale fisso (vedi figura 4), i dati di contabilità nazionale sembrano indicare che questo è il risultato semplicemente di un allineamento dei saggi di rendimento in tale settore a quelli vigenti nell’industria. Certo tali dati, in particolare per quanto riguarda il livello piuttosto che l’andamento del saggio di profitto realizzato non possono essere presi come certezze, per varie ragioni tra cui in particolare le difficoltà della misurazione statistica dello stock di capitale, e non si può quindi con sicurezza escludere l’esistenza di extraprofitti monopolistici nel settore.

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6 A questo proposito è opportuno notare che mentre in base alla la teoria economica tradizionale ogni alterazione dei prezzi relativi determinata da un intervento di politica economica è causa di distorsioni, cioè di una allocazione non efficiente delle risorse, tali implicazioni della teoria cadono insieme ad i suoi più generali fondamenti con le critiche mosse da Sraffa e Keynes. Non c’è dunque nessuna ragione di ritenere che eventuali interferenze con i prezzi da parte della politica economica necessariamente determinino delle ‘inefficienze’. Si tratterà di volta in volta di valutarne le conseguenze nelle specifiche situazioni.

7 Qui naturalmente si aprirebbe la questione di come assicurare un uso che favorisca i percettori di redditi più bassi e che non risulti clientelare. Tuttavia forse potrebbero essere cercate delle soluzioni attraverso la definizione di regole generali di assegnazione a livello nazionale (lontano dagli immediati interessi locali) volte a privilegiare i lavoratori dipendenti e parasubordinati (il cui redditi sono effettivamente accertabili), su cui debba basarsi la gestione da parte degli enti locali.