Ritorno dal Libano

La delegazione del Comitato “Per non dimenticare Sabra, Chatila e Qana” ha fatto rientro in Italia dopo una settimana (dall’11 al 17 settembre) a Beirut e nel Sud del Libano. Una vera e propria “indagine sul campo”ci consegna uno scenario assai diverso da quello su cui si basa l’informazione e il dibattito politico in Italia.
Abbiamo portato materiale filmato ed informazioni sulla situazione utili per stimolare e rilanciare il dibattito all’interno del movimento contro la
guerra.

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In una intensa settimana di spostamenti ed incontri abbiamo potuto osservare sul campo le distruzioni dei bombardamenti israeliani in questo paese gia’ martoriato da recenti e remote invasioni dell’esercito di Tel Aviv e da una guerra civile durata quindici anni. Il primo giorno a Beirut, incontrando le ONG palestinesi, da oltre 50 anni intente a riparare i danni di un esilio forzato per oltre 400.000 profughi
in fuga dalle loro case e terre espropriate con la forza dagli israeliani
dal 1948 in poi, verifichiamo la prima novità. In questa ultima guerra, per la prima volta nella storia della loro cattivita’ in Libano, i campi
profughi palestinesi si sono aperti a centinaia di migliaia di libanesi in
fuga dal Sud, determinando così le condizioni di una unità senza precedenti tra libanesi e palestinesi, vittime della identica volontà di potenza del vicino Israele. Insieme a loro incontriamo Talan Salman, il direttore dell’importante quotidiano libanese As Safir, che ci offre un esaustivo quadro d’insieme dello scenario politico determinatosi dopo il conflitto, del profondo mutamento interno al paese e nell’area mediorientale, e una valutazione realistica delle luci e delle ombre della risoluzione ONU n. 1701. Salman, tra l’ironico ed il preoccupato, evidenziava il vero e proprio “ingorgo” in terra ed in mare che progressivamente si determinerà con l’insediamento di 15.000 soldati della missione UNIFIL 2 e i 15.000 militari libanesi in un lembo di terra di 1.000 kmq, tra il confine di Israele ed il fiume Litani, dove vivono circa un milione di libanesi e palestinesi. L’altro elemento di preoccupazione è il dibattito sul possibile presidio dei confini siriani. La risoluzione 1701 dell’ONU, in questo senso, pur essendo una garanzia per il cessate il fuoco, proviene da un tribunale storicamente non imparziale (il Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e contiene elementi di ambiguità sulle prospettive che può aprire.

Le preoccupazioni e le ferite di Beirut
La mattina del secondo giorno nel palazzo Presidenziale ci ha ricevuto Emile Lahoud, Presidente della repubblica libanese. Dopo aver ringraziato la delegazione per la determinazione dimostrata in 7 anni di iniziative al fianco dei profughi palestinesi colpiti dalla strage di Sabra e Chatila, Lahoud ci ha parlato con orgoglio della vittoria militare e politica
conseguita contro il nemico storico del Libano: Israele: E’ la seconda
vittoria dopo la ritirata del 2.000. Ma ci parla anche delle prospettive di
pace che si possono aprire: “Ci auspichiamo che Israele abbia capito la
lezione e si sieda ad un tavolo di trattative nella posizione che ha
assunto, di paese sconfitto”. Sulla base di questo presupposto il Presidente ha ipotizzato l’implementazione di una conferenza di pace regionale sul modello dell’ultima svoltasi a Madrid nel 1991, dove la base di discussione per la costruzione di una pace vera dovrà essere quella della restituzione dei territori, la liberazione dei prigionieri, il rispetto dei confini terrestri, marittimi e aerei La memoria di Lahoud sugli ultimi accordi non è buona, a partire dal citato vertice arabo del 2002, che aprì la strada all’assedio della Muqtada a Ramallah e all’inizio dell’agonia di Yasser Arafat Nel pomeriggio incontriamo il Sindaco (Hezbollah, NdR) del municipio di Ghobeyreh, uno dei più colpiti dai bombardamenti. Il sindaco ci ha accolto in una sala rimasta parzialmente lesionata dagli attacchi aerei, posizionandosi di fronte ad una finestra con i vetri bucati dai proiettili.
Tra le tante cose utili a capire il contesto post bellico, particolarmente
interessante il suo giudizio sulla conduzione della guerra da parte di
Israele. I vertici militari di Tsahal avevano ipotizzato il blocco
dell’offensiva ad appena 7 giorni dal suo lancio, a causa delle perdite per l’inaspettata capacità militare di Hezbollah. Solo l’intervento dell’amministrazione americana e del Segretario di Stato Condoleeza. Rice ha imposto la continuazione delle ostilità sino al trentatreesimo giorno. Nell’ipotesi degli USA,. questa offensiva doveva essere un momento di rilancio forte del progetto del “Grande Medio Oriente”, attraverso l’annichilimento della resistenza libanese, l’imposizione di un governo “amico” a Beirut e l’apertura del fronte siriano e iraniano. Le cose, come abbiamo visto, sono andate assai diversamente. Dopo l’incontro con il sindaco di Ghobeyreh siamo stati accompagnati dalla Resistenza nel quartiere di Haret Hreyk, dove avevano sede gli uffici del comando di Hezbollah e la televisione Al Manar Lo scenario che ti trovi di fronte è sconcertante: palazzi di 20 piani completamente rasi al suolo, aree densamente popolate trasformate in immense piazze di rovine fumanti.
Nel mezzo di queste rovine la Resistenza ha installato alcuni grandi tendoni dove oltre 6.000 volontari si coordinano per i lavori di ricostruzione. Intorno ai tendoni tante opere di pittori, poeti e scultori contro la guerra.

Sulla linea del fronte, dove gli israeliani hanno perso la guerra due volte Il terzo giorno siamo scesi verso il Sud, prima a Sidone poi aTiro, colpite ripetutamente dai bombardamenti e vittime dell’assedio dal cielo e dal mare.

I sindaci delle due citta’ ci hanno descritto le devastazioni
dell’aggressione israeliana ma anche la capacita’ di resistenza, l’orgoglio
e la determinazione dei loro cittadini. Ed è proprio a Tiro che abbiamo incontrato e ripreso i soldati italiani della “UNIFIL, in giro per i villaggi e i quartieri con autoblindo mimetiche, in assetto di guerra e le mitragliatrici sistemate sulla sommità dei carri. Un aspetto per niente pacifico in mezzo ad una popolazione pacifica ed impegnata in intense attività di ricostruzione. Vicino alla città di Tiro è collocato il campo profughi palestinese di Rashidiyeh, uno dei più organizzati e coesi campi di tutto il Libano. Lì incontriamo Sultan Abu Alaynen, organizzatore della resistenza dei campi di Beirut a metà degli anni ’80, e attualmente comandante di Al Fatah in Libano, il quale con sdegno rifiuta ogni ipotesi di disarmo delle milizie palestinesi poste a difesa dei campi, come previsto nella risoluzione 1701.
Nel 1982, dopo il disarmo dei feddayn a Beirut, i falangisti coperti dalle truppe israeliane portarono a termine la mattanza di Sabra e Chatila. Disarmo si – ci dice Sultan – ma solo dopo che Israele avrà rispettato le 73 risoluzioni dell’O.N.U., a partire dalla 194 per il diritto al ritorno dei profughi nella loro terra, la Palestina. Interessante la valutazione politico/militare di Sultan sui 33 giorni di guerra di questa estate.
Sulla base della sua lunghissima esperienza in materia, il comandante di Al Fatah ci evidenzia la mancanza di una strategia chiara nell’offensiva
israeliana, con attacchi mirati in alcuni luoghi simbolo come Kiam e Bent
Jbail, senza un coordinamento nelle varie offensive di terra Lasciatoci alle spalle Rashidiyeh scendiamo ancora piu’ a Sud verso il confine con Israele: Torniamo così a vedere Kiam, sede del famigerato carcere israeliano durante i 18 anni di occupazione del Sud Libano, distrutto sistematicamente nei bombardamenti di questa estate per cancellare una testimonianza scomoda della storia.
A Kiam abbiamo incontrato Nabil Qaouk, responsabile politico-militare di
Hezbollah per il sud del Libano, il quale ci accoglie sottolineando che
l’incontro stesso con lui in questo avamposto così vicino all’entità sionista (Israele) dimostra la sconfitta dei piani americani ed israeliani: “Siamo vivi, attivi ed intenzionati a mantenere le armi per la difesa della nostra terra. Rispettiamo le truppe UNIFIL ,che si possono posizionare tranquillamente sul territorio, ma le nostre armi non sono argomento di trattativa, tanto meno di una nuova e più restrittiva risoluzione di cui si parla in questi giorni a Beirut (Qaouk fa riferimento alle posizioni progressivamente assunte da quel fronte di forze coagulatosi durante la cosiddetta “rivoluzione dei cedri”, successiva all’assassinio di Rafik Hariri) e in altri paesi occidentali”. Qaouk ci saluta dicendoci che il prossimo anno ci saremmo visti e salutati nelle fattorie di Sheeba, proprio di fronte a Kiam, visibili dalle sue alture, alle pendici delle colline che separano il Libano dalla Palestina occupata da Israele.
A ridosso del confine israeliano, che abbiamo costeggiato per chilometri, si trova Bent Jbail, definita nei cartelloni stradali come “la capitale della Resistenza”. Data ripetutamente per conquistata dalle truppe speciali israeliane, questo piccolo borgo contadino non e’ mai stato preso per la feroce resistenza della popolazione e per la capacità militare espressa in operazioni minuziosamente preparate in anni di esperienza. Il centro storico di Bent Jbail porta il segno di questa resistenza. Per rendere l’idea occorre ritornare con la memoria alle devastazioni del terremoto del 1980 in Irpinia.

Ritorno a Qana, la città dei massacri
Ma il nostro viaggio al Sud ci porta di nuovo a visitare Qana dove l’aviazione israeliana ha massacrato oltre 50 civili tra cui 34 bambini nell’ultima aggressione.A Qana i bombardieri israeliani questa volta hanno colpito a poche centinaia di metri dal sacrario che ricorda la strage del “laburista” Simon Peres, Ministro della Difesa nel 1996, il quale ordino’ il bombardamento con fosforo bianco dell’edificio dell UNIFIL , dove persero la vita 11 caschi blu delle isole Figi e oltre 100 profughi libanesi che si erano rifugiati sotto nella base dell’ONU sperando di essere al sicuro. Il giorno successivo il nostro obiettivo è la valle della Bekaa. A Baalbek, colpita dal primo all’ultimo giorno della guerra dai bombardamenti e dalle incursioni delle squadre speciali israeliane respinte piu’ volte dalla Resistenza locale. Qui oltre al sindaco incontriamo i responsabili locali di Hezbollah, con i quali andiamo a visitare le rovine della recente guerra e quelle assai più antiche di un’altro occupante, l’impero romano. Gli ultimi due giorni ci consentono di incontrare gli esponenti di tutte le formazioni e dei partiti palestinesi e libanesi. Nel campo profughi di Mar-Elias incontriamo prima gli esponenti delle organizzazioni palestinesi aderenti all’OLP (Al Fatah, Fronte Popolare, Fronte Democratico) e poi le altre che – al di fuori dell’OLP – hanno dato vita all’Alleanza delle Forze Palestinesi. Ci sono elementi di ottimismo (Al Fatah) e pessimismo (Fronte Democratico) sui rapporti con il governo libanese. Le discriminazioni legali contro i palestinesi sono ancora in vigore, anche se la nuova situazione potrebbe aprire spiragli interessanti. Il rappresentante del Fronte Popolare sottolinea come la “non vittoria di Israele” rappresenti una v ittoria sia perchè è stato dimostrato che non invincibile sia perchè non è riuscita a dividere la società libanese. Particolarmente significativo l’incontro con il Segretario del Partito Comunista Libanese, che ha partecipato attivamente con i suoi militanti alla Resistenza durante i 34 giorni di guerra. Sono 13 i militanti del PCL caduti, uno dei quali della gioventu’ comunista. Il venerdi pomeriggio a Beirut sfilerà la manifestazione che tutti gli anni ricorda i massacri di Sabra e Chatila, quest’anno – per la prima volta – vi partecipano anche i deputati arabo-palestinesi alla Knesset.

Gli spettri di una nuova guerra civile
La mattina di domenica 17 settembre, mentre all’alba ci avviavamo all’aeroporto di Beirut, le agenzie di stampa battevano la notizia di un breve ma intenso conflitto a fuoco tra le milizie di Amal (organizzazione storica degli sciiti libanesi diretta da Nabil Berri, attuale Presidente del parlamento libanese) e le milizie falangiste dei Guardiani del cedro, partito di Samir Geagea, liberato dopo 15 anni di prigionia a causa della sua attività terroristica contro palestinesi e sciiti. Il conflitto a fuoco è avvenuto sulla cosiddetta “linea verde, nel centro di Beirut, dove scoccò nel 1975 la scintilla della guerra civile che per 15 anni sconvolse il Libano. Per alcune ore i timori manifestati da tutti i nostri interlocutori sull’innesco eterodiretto di una nuova guerra civile libanese, sono sembrati prendere forma ancora più rapidamente delle peggiori previsioni.

* Comitato per il ritiro dei militari italiani
** Forum Palestina