Ritornano a Roma le voci dei desaparecidos

«Nessuna società giusta si costruisce sull’impunità». Alla casa della Memoria, dove lo abbiamo incontrato, Eduardo Luis Duhalde, segretario di stato per i diritti umani in Argentina, esordisce così. Il riferimento è ai procedimenti contro i militari dell’Esma, il centro di tortura della Marina nel cuore di Buenos Aires. Lì, 4.400 persone furono torturate e uccise, molte gettate a mare con i «voli della morte». E molte erano italiane, perciò, in base alle testimonianze dei sopravvissuti – che tornano oggi alle 16.30 alla Casa della Memoria – , si è aperto un secondo processo in corso a Roma. Ieri,la difesa ha prodotto un nastro con la voce di Franca Vigevani, 18 anni, desaparecida, figlia di una giornalista dell’Ansa, che aveva registrato la telefonata temendo un rapimento a scopo di estorsione. E l’emozione è stata altissima.L’ex-avvocato Duhalde – un sopravvissuto – è parte civile per il governo di Nestor Kirchner.

Quali sono i suoi compiti al ministero?
La Segreteria di tutela dei diritti umani agisce nel quadro delle politiche statali, basate sul binomio inscindibile tra democrazia e rispetto delle garanzie: l’ossatura della democrazia e il fondamento del diritto di cittadinanza, per troppo tempo negati. In questo quadro si situa la battaglia contro l’impunità. Purtroppo, prima di lasciare il potere, i militari hanno distrutto le prove dei loro crimini, e chiudere questa tappa sinistra della nostra storia non è facile. Lo stato è parte civile nei 1000 processi pendenti, assiste le vittime e le sostiene.

Del testimone Julio Lopez, che ha fatto condannare all’ergastolo il commissario Miguel Etchecolatz, però, non si sa più niente. Probabilmente è il primo desaparecido in democrazia. E continuano le minacce ad altri testimoni. Tornano gli squadroni della morte?
Il presidente Kirchner ha fatto pulizia nelle forze armate e il governo mette grande impegno nell’educazione dei giovani alla democrazia. Chi ha goduto per 30 anni dell’impunità, però, può ancora disporre di organizzazioni potenti, terrorizzare le vittime o sequestrarle come forse è accaduto a Julio Lopez. C’è una campagna di intimidazione verso i testimoni, ma tutti quelli che hanno attraversato l’inferno non vogliono cedere. Dopo la scomparsa di Lopez, abbiamo dovuto comunque ripensare la strategia di protezione dei testimoni, anche se non è facile perché la gente non vuole vivere sotto scorta.

Eppure c’è ancora in Argentina chi considera inutilmente doloroso continuare i processi, e svelare l’identità dei veri genitori ai figli delle vittime, adottati dai torturatori.
Non siamo mossi dall’odio, ma chi dice: volete dividere la società, dimentica che la società è già stata divisa tra chi ha compiuto i crimini e chi li ha subiti, e ha peregrinato anni alla ricerca di un corpo senza ottenere risposte o riparazione. Nessuna violenza armata, compiuta da un gruppo che intenda per ragioni ideali cambiare l’ordine costituito, è paragonabile alla violenza organizzata di uno stato che abbandoni la legalità e si trasformi in una macchina criminale e fascista. La violenza dello stato non si è data per reazione a quella dei gruppi armati, ma ha origini lontane nella storia del paese. Se vogliamo vedere un inizio, possiamo andare al 16 giugno 1955, quando l’esercito ha represso e bombardato le masse peroniste…

Lei è stato avvocato, ha difeso gli oppositori, subito il carcere e l’esilio. Quali sono i suoi orientamenti generali in materia di giustizia oggi?
Anche se negli ultimi tre anni l’indice di marginalità, di disoccupazione, di mortalità infantile e abbandono scolastico è diminuito, in Argentina dobbiamo affrontare problemi gravissimi: il traffico e l’abuso dei minori, la condizione femminile. La situazione nelle carceri è invivibile: sovraffollamento, strutture fatiscenti e personale penitenziario con una formazione militare e repressiva. Il carcere è il luogo in cui la democrazia è arrivata di meno. Dobbiamo riformare il sistema penale e l’ordinamento carcerario seguendo un orientamento garantista, e niente deve farci derogare.