«Ritiro, ritiro» Ma sulla strategia l’Unione è divisa

Sul ritiro delle truppe dall’Iraq, nell’Unione, sono tutti d’accordo: laici e cattolici, moderati e radicali, atlantisti e no global. O almeno sono d’accordo a parole, tutti insomma parlano di ritiro. Ne parla anche la bozza di programma diffusa l’11 gennaio dall’entourage di Romano Prodi, un documento che per quanto contestato e accusato di manipolazioni e stravolgimenti delle intese raggiunte fra i partiti, rimane tuttora l’unico in circolazione: «Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al parlamento italiano il rientro dei nostri soldati, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite». Prc e Verdi hanno protestato perché nella bozza mancava la definizione del teatro di guerra iracheno come «occupazione» da parte degli Usa e dei loro alleati, poi si è avuta notizia che quel termine sarà «ripristinato» nella prossima stesura (ancora attesa), ma certo non si tratta di semplici questioni terminologiche su un programma elettorale, documento per definizione vago e generico. Sull’Iraq e sulla politica estera in generale si confrontano, all’interno dell’Unione, posizioni diverse e in parte antitetiche che investono la stessa collocazione internazionale del paese, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione dell’Europa: basta pensare alla guerra per il Kosovo e al ruolo del governo allora guidato da Massimo D’Alema. La discussione al tavolo programmatico dedicato alla politica estera – uno dei quattordici tavoli tematici ai quali i partiti del centrosinistra lo scorso novembre avevano affidato la prima (e in teoria riservata) elaborazione del programma – l’ha registrato: di qua i moderati, soprattutto i Ds, alcuni dei quali il ritiro dall’Iraq vorrebbero concordarlo con Washington e Londra o almeno con il governo in carica a Baghdad, quello filo-americano che tuttora chiede a tutti di rimanere; di là chi vorrebbe un ritiro «alla Zapatero», un ritiro «immediato» del contingente. Il compromesso raggiunto in quella sede, mai reso pubblico ufficialmente e destinato solo alla «sintesi» affidata a Prodi e agli altri leader, parlava di mera «consultazione» delle autorità di Baghdad «sulle modalità» del ritiro e limitatamente alla necessità di «garantire le condizioni di sicurezza».

La formula, nonostante la relativa ambiguità, ha convinto il Prc, i Verdi e i pacifisti che pure non mancano tra i Ds (Udeur e Margherita sono rimasti un po’ ai margini della discussione), mentre i comunisti italiani hanno sbattuto clamorosamente la porta e abbandonato il tavolo, lamentando anche l’assenza di una presa di posizione comune sull’Afghanistan e sulla questione più generale dei rapporti tra un futuro governo dell’Unione e gli Stati Uniti. L’Unione per il momento non sembra intenzionata a sciogliere questi nodi, né sul futuro dell’Iraq né su altro. Si accontenta di parlare di ritiro in termini generici. Del resto anche l’attuale governo delle destre annuncia ormai da mesi la progressiva riduzione del contingente (già decurtato tre volte di circa 300 uomini dai 3500 di partenza), anzi due settimane fa il ministro della difesa Antonio Martino ha parlato di dimezzamento entro giugno e di completo ritiro per la fine del 2006. C’è senz’altro molta propaganda, Silvio Berlusconi sa bene quanto la guerra sia impopolare. E intanto la situazione in Iraq è sempre più confusa, le stessestrategie americane sono in via di ridefinizione. Motivo in più, in campagna elettorale, per intrattenere le ambiguità. A destra e a sinistra.