«Risparmio, servono regole per gli investitori istituzionali»

Quattromila posti di lavoro bruciati, un buco da 64 miliardi di dollari, 38 capi di imputazione: c’è tutto questo nel processo iniziato sabato scorso a Houston, in Texas, contro Kenneth Lay e Jeffrey Skilling, ex manager di Enron, il colosso energetico crollato nel 2002, il “crac del secolo”. O qualcosa di più grande?
Per quanto riguarda il bilancio societario non è stato il più grande crac del secolo, perché Parmalat l’ha battuta. Però quanto a distruzione del valore borsistico è stato sicuramente fra i più grandi. In termini strettamente finanziari Enron ha messo in luce la fragilità degli sfrenati sviluppi degli anni 90 in campo borsistico della nuova economia della globalizzazione. Ciò che è caratteristico e che andrebbe sottolineato è che stiamo parlando di un grande gruppo, di un’impresa esaltata e teorizzata come il modello dell’impresa globale che sconfiggeva e superava in modo definitivo ogni precedente modello. Era una piccola società, ha acquisito il controllo di moltissime altre, è riuscita a far modificare la legislazione di una ventina di stati americani in modo da poter commerciare l’energia; usando in modo massiccio le tecnologie informatiche i dirigenti hanno ridotto più che mai l’impresa a mero nesso di contratti con l’obiettivo dichiarato di avere un minimo di dipendenti al centro e poi una miriade di imprese che a forza di clic fornivano i servizi; invece stava su come un castello di carte. Però Enron è stata esaltata dalle grandi riviste e nei corsi di economia delle business school.

Solo errori di valutazione?

No, la politica c’era dentro fino al collo. Così come la Borsa e gli analisti che potevano essere interessati a portare in alto la sua quotazione. Però molte altre imprese l’hanno seguita e poi sono crollate come WorldCom e Tyco.

Chi avrebbe dovuto guadagnarci in questo modello tanto osannato? E chi invece alla fine ci ha rimesso?

Se il modello avesse funzionato avrebbe dovuto guadagnarci il consumatore in termini di riduzione del prezzo dei servizi. Nel caso specifico non ci ha guadagnato nemmeno la California che ha avuto black out elettrici disastrosi e ripetuti e un forte aumento delle tariffe. E finché è durata i dipendenti avevano buoni salari e i dirigenti avevano retribuzioni complessive elevatissime. Quando è crollata molti hanno perso anche il fondo pensione perché i dirigenti avevano indotto i dipendenti a fare i versamenti pensionistici in un fondo che era unicamente aziendale che, quando le azioni Enron sono scese a mezzo dollaro, si è liquefatto.

Il caso Enron è figlio di un sistema sbagliato o un incidente di percorso?

Come ho scritto recentemente, si sta sviluppando un nuovo modello d’impresa dal punto di vista organizzativo e lo si codifica mediante nuove teorie economiche, in particolare quella della massimizzazione del valore per l’azionista: il migliore investimento che si possa fare è suggerito dal valore dell’impresa. Moltissime fanno così, alcune vanno avanti bene, in altre il modello entra in crisi organizzativa, industriale o finanziaria e i dirigenti sono – per così dire – incentivati a diventare disonesti per coprire i debiti non pagati, i buchi di bilancio e altri problemi che nascono. E’ un modello che corre sull’orlo dell’abisso, qualcuno riesce a farlo bene, altri ci cascano. Poi, per carità, ci sono anche i disonesti per conto loro. Ma è un grave errore guardare soltanto alle mele marce, come diceva Bush, perché è il canestro che è marcio.

Quali e quante similitudini ci sono fra Enron e Parmalat?

Anche Parmalat si era sviluppata molto sul piano mondiale comprando circa 130 aziende, prevalentemente medio-piccole, che a un certo punto non riusciva più a controllare e così sono venuti fuori i debiti e i mancati profitti a cui i dirigenti non hanno più saputo far fronte se non mascherandoli. Il disastro Parmalat è nato prima di tutto dal punto di vista organizzativo.

Che ruolo giocano le banche in questi crolli finanziari?

Il problema non sono tanto le banche quanto i cosiddetti investitori istituzionali non bancari che sono i fondi pensione, soprattutto anglosassoni (che sono enormi, mentre i nostri sono ancora piccoli), i fondi di investimento e le compagnie di assicurazione. Poi in moltissimi casi dietro ci sono le banche, ma si tratta di società indipendenti che agiscono anche con la forza del risparmio affidato a loro da centinaia di migliaia di persone. Uno dei paradossi dell’economia e della società contemporanea è che i risparmi di persone che contano sulla pensione a venire o su un congruo aumento dei loro conti, sono gestiti da un numero relativamente ristretto di investitori istituzionali e quindi da un numero ristretto di manager e di alti dirigenti. Queste persone manifestano un comportamento che, dal punto di vista del futuro pensionato, è razionale, mentre dal punto di vista economico è del tutto folle: cercare un ricavo più elevato possibile nel più breve tempo possibile. Il punto critico è che gli investitori istituzionali possiedono oltre il 50% del capitale delle imprese del mondo. Più della metà degli asset complessivi negli Usa, in Germania, in Francia, in Inghilterra e – anche se in misura minore – in Italia sono nel portafoglio di questi investitori. Il non senso è che cercano di massimizzare il capitale che diventerà pensione di centinaia di migliaia di persone in maniera razionale.

Se gli investitori non tutelano i risparmiatori, le imprese non puntano sui prodotti e la politica non tutela il sistema, dove è la leva di tutto questo? Non è possibile che tutti ignorino quanto lei sta descrivendo…

La cosa che mi colpisce è che invece i politici sembrano proprio ignari. Non ho mai visto un politico, neanche di sinistra, fare un discordo documentato sull’enorme peso di questi investitori istituzionali, alcune migliaia di persone che hanno un patrimonio in portafoglio superiore ai 40mila miliardi di dollari, ossia il Pil del mondo in un anno. Se non si passa per un ragionamento su questo aspetto per certi versi rivoluzionario, tutto il resto sono increspature di superficie.

Oggi in Italia si parla molto di “etica” e “questione morale”…

Se si parla di etica e affari non bisogna muoversi sul piano dei principi, delle esortazioni e cose del genere. Occorrerebbe una regolazione degli investimenti e del risparmio che incentivasse maggiormente un investimento socialmente responsabile, una realtà che si sta espandendo. Se hai un miliardo di euro da porre sul tavolo, per il dirigente fai la differenza. E se gli dici “io investo sulla tua azienda oppure ritiro il capitale a seconda che tu crei occupazione, produca beni decenti e diminuisca il prezzo dei servizi”, beh questo vale molto di più del principio etico per far comportare eticamente quel dirigente. Con i seminari, i convegni, le esortazioni non arriviamo mai da nessuna parte.