Rischio stagnazione

Alcuni giorni fa l’Isae ci aveva fatto sapere (ma la notizia ebbe scarso risalto sui quotidiani) di prevedere per l’Italia una crescita negativa dello 0,2% per l’anno in corso. Ieri la conferma da Parigi ha suscitato molto più clamore. In realtà l’Ocse non aggiunge nulla a quanto già si sapeva e probabilmente Siniscalco nascondeva. Il dato Istat sull’andamento del prodotto interno nel primo trimestre aveva già sgombrato le illusioni di una crescita che nella prima ipotesi del governo doveva arrivare all’1,9% e che con la Trimestrale di cassa era già stata ridimensionata all’1,2%. Il problema è che la caduta del pil italiano si inserisce nel contesto di un generale rallentamento dell’economia mondiale. Anche dagli Usa arrivano segnali contrastanti: l’economia statunitense marcia ancora a velocità doppia rispetto a quella del Vecchio continente, però il rallentamento è evidente. Di più: l’Ocse è molto preoccupata per le sorti del dollaro. In questo giorno la valuta Usa segna forti recuperi sull’euro, respinto da circa 1,35 a poco più di 1,25. La risalita del dollaro è favorita dal rialzo dei tassi a breve che attirano capitali negli Stati uniti in cerca di remunerazioni un po’ più alte rispetto al resto del mondo. Il messaggio che ieri l’Ocse ha inviato è chiaro: viste le condizioni dell’economia Usa e in particolare i deficit gemelli (quello del bilancio federale e quello dei conti con l’estero) il dollaro è destinato, se non saranno varati correttivi, a precipitare di nuovo, forse anche verso quella soglia di 1,60 sull’euro che molti analisti prevedevano pochi mesi fa. La debolezza del dollaro potrebbe favorire l’export statunitense, ma servirebbe un area economica forte in grado di fare da locomotiva che l’Europa non può assolvere: la crescita è troppo debole e gli scambi all’interno dell’area preponderanti rispetto all’import proveniente dai paesi extra Ue. Siamo così in una posizione di «impasse» nella quale probabilmente la Bce ridurrà i tassi d’interesse per cercare di sostenere la domanda, mentre gli Usa seguiteranno a rialzare i propri tassi perché hanno bisogno di seguitare a attirare capitali per coprire gli enormi disavanzi. Ma questi aumenti non appaiono di grado (dice l’Ocse) di tenere alto il livello del dollaro. Siamo in presenza di una situazione che potrebbe sfociare in una stagnazione generalizzata che potrebbe assumere i connotati della stagflazione se l’Opec (e gli altri paesi produttori di materie prime) riuscirà a controllare i prezzi del petrolio.

In questo contesto la situazione dell’Italia è molto difficile. Siano in presenza di una crisi di domanda che colpisce larghi strati della popolazione a causa di una distribuzione del reddito che è andata progressivamente peggiorando negli ultimi anni a favore dei non lavoratori dipendenti e più in generale di chi ha lucrato sulle rendite a bassa tassazione. Al tempo stesso c’è una crisi di offerta: è evidente la mancanza di produzioni che dovrebbero essere tipiche di un pese che si pone al sesto o al settimo posto tra le grandi potenze economiche mondiali. L’Italia, quindi, sta importando beni di consumo e ha progressivamente perso il ruolo di paese trasformatore di beni. Di paese cioè che importava materie prime per poi riesportare prodotti della manifattura. Da almeno un decennio l’Italia cresce meno degli altri paesi europei; la quota del commercio estero sul totale mondiale è scesa di un 25% e la produttività arranca, perché l’innovazione è frenata dalle scarse dimensioni delle aziende, ma anche da un sistema formativo scarsissimo che vede l’Italia agli ultimi posti per cittadini laureati, soprattutto con lauree di tipo scientifico.