Rischio povertà per 11 milioni di italiani

Eurostat: fenomeno in crescita, contenuto solo dal welfare statale

Volete lo «stato minimo»? E allora tenetevi pure percentuali di poveri da paura, in costante crescita, con ovvia instabilità sociale e frequenti esplosioni conflittuali. Lo studio reso noto ieri da Eurostat (Povertà ed esclusione sociale nell’Ue-25) è la più evidente prova della direzione folle imboccata dall’Unione europea quando ha cominciato a partorire direttive e raccomandazioni tutte improntate al più ideologico (e ormai logoro) liberismo di stampo anglosassone. Dice infatti l’istituto di statistica della Ue che nei 25 paesi ci sono ben 72 milioni di persone a «rischio povertà». Un numero in decisa crescita rispetto alla precedente rilevazione. Di questi ben 11 milioni, il 19% della popolazione, ce li abbiamo in Italia.

Eurostat considera a «rischio povertà» quelle famiglie i cui redditi sono del 60% più bassi rispetto alla media nazionale. In Europa stanno messi altrettanto male Spagna e Portogallo, mentre ci superano in peggio solo Slovacchia, Irlanda e Grecia. E non è affatto gratificante notare che tra i paesi meno «a richio» ci sono due paesi dell’Europa orientale come Repubblica Ceca e Slovenia, oltre al paradiso fiscale lussemburghese. Aumenta anche il divario tra ceti ricchi e ceti poveri. Il 20% più ricco dispone di un reddito mediamente 4,6 volte più alto di quello del 20% più povero. Se invece si prendessero in considerazione i ceti «veramente» ricchi (l’1% più in alto, per esempio), il differenziale crescerebbe enormemente.

Ma il dato più preoccupante – per la stabilità sociale interna ai singoli paesi – è un altro: queste pessime percentuali sono ancora tutto sommato «accettabili» solo grazie ai «sistemi di protezione sociale», come le pensioni pubbliche, che gli stati mantengono in piedi. Senza il dannatissimo welfare che ha fatto del continente il luogo per ora meno incivile del pianeta, infatti, la situazione sarebbe decisamente drammatica. La media Ue di «poveri» salirebbe al 40%, con picchi del 49% in Polonia e del 42 in Italia.

Se questa è la situazione – ma non potrà certamente essere Eurostat a porre un problema politico del genere – diventa davvero impossibile capire l’ostinazione con cui i «commissari» continuano a suggerire ai singoli paesi di ridurre il tasso di redistribuzione della ricchezza nazionale prodotta su tutta la popolazione sotto forma di servizi sociali, pensioni, sanità, assistenza. Basti pensare a quali disastri potrebbe combinare l’applicazione di una direttiva come la Bolkestein, che permetterebbe di pagare un lavoratore immigrato dall’est europeo con lo stipendio (molto più basso) in vigore nel suo paese.

Guardando alle misere vicende della finanziaria italiana, è evidente che i tagli alle erogazioni alle amministrazioni locali (-6,7%) si tradurranno in una riduzione generalizzata di servizi, a cominciare da quelli «altamente improduttivi» come l’assistenza o il trasporto pubblico. Pensare di arginare questa falla con la «trovata» del 5 per mille (una microtassa che dovrebbe servire a finanziare il volontariato, la ricerca e anche a risarcire i truffati da Parmalat, Cirio e bond argentini), è chiaramente «pura pubblicità, senza una strategia», come dice Guiulio Marcon di Sbilanciamoci.

Persino la «tassa sul tubo» (imposizione che va a colpire le società che gestiscono grandi reti di distribuzione elettrica e del gas) si tradurrà in un aumento delle tariffe e quindi in un impoverimento delle famiglie. Nonostante il testo preveda il «divieto di trasferire sugli utenti» il costo di questa tassa, è certo che proprio questo avverrà. Le authority che sovrintendono alla modificazione delle tariffe, infatti, debbono per legge garantire alle imprese una «data remunerazione del capitale investito».

Verrebbe quasi da ridere se non fosse che queste aziende sono state costruite con i soldi nostri (dello stato). E poi privatizzate.