Ripristinato l’inganno dell’«oil for food»

Approvata all’Onu la risoluzione «petrolio in cambio di cibo». Una maschera per il dominio Usa dell’Iraq.

Le Nazioni unite, invece di discutere della illegalità dell’attacco all’Iraq e della necessità di fermarlo, su pressione della Gran Bretagna e degli Usa desiderosi di mostrare il «volto umano» dell’impero, del segretario generale Kofi Annan e di molti altri membri del Consiglio di sicurezza, preoccupati della perdita di qualsiasi ruolo dell’organismo internazionale hanno approvato all’unanimità, nonostante le riserve di Russia e Siria, un’ambigua e politicamente pericolosa mozione per il «rilancio della oil for food» (la risoluzione «cibo in cambio di petrolio»). In realtà più che di un rilancio si tratta di un nuovo tentativo per dare all’opinione pubblica l’illusione di un protagonismo umanitario che non esiste, per pagare con i soldi stessi dell’Iraq gli aiuti alla sua stessa popolazione ormai denutrita da 12 anni di embargo e ora affamata dal crudele assedio angloamericano e per in qualche modo cercare di ridimensionare le differenze sulla guerra, che vengono così messe tra parentesi. La mozione delibera di utilizzare i 10 miliardi di dollari derivati dalle vendite del petrolio iracheno versati su un conto pegnato a New York e non utilizzati per il boicottaggio di Stati uniti e Gran Bretagna, per inviare aiuti di emergenza all’Iraq, senza che i responsabili del disastro sborsino un solo dollaro. La convenzione di Ginevra stabilisce infatti che spetta alle potenze occupanti provvedere alla sopravvivenza della popolazione nelle zone occupate. Un piano Marshall umanitario con cui fare bella figura pagato con i soldi di Baghdad. La ripresa e la gestione del programma «oil for food» , bloccato dal ritiro, non certo onorevole, da parte dell’Onu di tutto il personale umanitario presente in Iraq (che in teoria dovrebbe servire più in guerra che in pace) viene affidata interamente al segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan che però ha messo subito in guardia sui tempi lunghi dell’operazione. Una delle differenze fondamentali tra la nuova risoluzione e la Oil for food originaria sta nel fatto che il documento approvato ieri sembra voler tagliare fuori completamente dalla gestione del programma il governo iracheno che sino ad oggi lo aveva portato avanti nelle zone da lui controllate sulla base di un protocollo firmato con le Nazioni unite. E poi chi esporterà il petrolio dal terminale di Umm Qasr occupato dagli anglo-americani o dai pozzi attorno a Kirkuk sui quali puntano le milizie kurde dei marines? Gli uomini del gnerale Franks? Per ottenere l’unanimità la nuova mozione dell’Onu fa genericamente riferimento al fatto che Kofi Annan dovrà gestire il tutto «con le autorità competenti». Le truppe di occupazione o il legittimo governo iracheno? In realtà il tutto sembra prefigurare una sorta di mandato coloniale internazionale sull’Iraq. In pratica si delinea un ritorno alla situazione politico-istituzionale che c’era alla fine della seconda guerra mondiale quando le grandi potenze coloniali discutevano tra loro confini e forma istituzionale del futuro Iraq.

Mentre la guerra infuria in tutto il sud e il centro Iraq, l’immondo macello anglo americano si sta trasformando in una operazione benefica. La «battaglia umanitaria» ha così avuto inizio anche in Iraq e alle Nazioni unite. Qui, una volta approvata la risoluzione, il braccio di ferro di sposterà sui modi di attuazione della risoluzione e sul riconoscimento o meno della sovranità irachena. Per quanto riguarda gli aiuti la «oil for food» continuerà ad essere in realtà una «oil for nothing». L’embargo e la «oil for food» costituiscono infatti una delle pagine più nere, nella storia delle Nazioni unite. Dal 1991 il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha rinnovato l’embargo all’Iraq, già imposto subito dopo l’invasione del Kuwait, nonostante l’emirato fosse stato ormai «liberato». L’embargo è divenuto così, provocando oltre un milione e mezzo di vittime, un vero strumento di guerra. L’embargo riguardava naturalmente sia le esportazioni di petrolio iracheno sia ogni tipo di importazione, cibo e medicinali ne sarebbero stati esclusi ma in realtà spesso venivano bloccati anch’essi dal veto di Stati uniti e Gran Bretagna alla commissione delle sanzioni del Consiglio di sicurezza.

Nel 1996, di fronte allo sdegno, anche se minimo dell’opinione pubblica, entrò in funzione la risoluzione «oil for food»: l’Iraq può vendere parte del suo petrolio ma ogni singolo contratto di vendita dell’oro nero e soprattutto di importazione di qualsiasi merce essenziale andava approvato dalla Commissione per le sanzioni. I lavori della Commissione sono segreti e né l’Iraq né la società che chiedeva di importare una certa merce in Iraq potevano difendere le loro ragioni. Si trattava di una sorta di parziale mandato coloniale sul petrolio e quindi sull’economia irachena. I fondi derivati dalle entrate petrolifere vanno a finire su un conto pegnato presso il banco di Parigi a New York.

Ma i fondi dell’Oil for food non andavano e non vanno certo, in gran parte, a comprare generi alimentari e «beni essenziali». Un 30% era destinato a pagare di danni di guerra, stimati in oltre 360 miliari di dollari che l’Iraq dovrà pagare per i prossimi cento anni. L’entità e la legittimità delle richieste per i danni di guerra veniva decisa anch’essa da un’altra Commissione del consiglio di sicurezza, sotto egemonia americana, di fronte alla quale l’Iraq non poteva neppure presentare le proprie ragioni o sottolinearne la non fondatezza. Un’altra parte andava e va a pagare le spese dell’Onu in Iraq e un’altra l’affitto dell’oleodotto turco per portare l’oro nero. Alla fine alla popolazione non rimaneva che poco più del 50% del totale. Ma solo teoricamente. Con il veto alla commissione delle sanzioni Stati uniti e Gran Bretagna hanno infatti impedito l’importazione di gran parte dei pezzi di ricambio destinati a rimettere in piedi l’economia del paese. Soprattutto per le proteste internazionali e le dimissioni degli stessi responsabili delle operazioni umanitarie in Iraq, Dennis Hallyday e Hans Von Sponeck (che hanno a più riprese affermato di non voler «essere complici di un genocidio chiamato embargo sotto la copertura dell’Oil for food») si sono inventati, a partire dal 2000 le «sanzioni intelligenti». Un modo per rendere permanente l’embargo che, secondo la risoluzione 687 del 1991, doveva essere rimosso una volta realizzato il disarmo non convenzionale.

La risoluzione sulle sanzioni intelligenti toglie ogni limite alle esportazioni di petrolio iracheno, stabilisce una «procedura veloce» per esaminare i contratti di importazioni di alcune merci essenziali ma in realtà lascia ogni potere decisionale su una immensa lista di prodotti, di pezzi di ricambio e di merci alla Commissione per le sanzioni dove Stati u niti e Regno unito continuano ad avere diritto di veto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal dicembre del 1996, l’Iraq ha esportato oltre 64 miliardi di dollari di petrolio e ha ricevuto prodotti e merci essenziali per solamente 27 miliardi di dollari. Il resto è andato a pagare i danni di guerra o sta ancora nel conto pegnato a New York pronto ad essere rapinato dalla banda di Bush e Blair.