Ripartiamo da Firenze e Porto Alegre

Dodici mesi esatti senza una manifestazione che sia una: una pausa così lunga il movimento pacifista non l’aveva mai vissuta negli ultimi quattro anni. Da quando, era il 9 novembre 2002, la conclusione del Social forum di Firenze fu festeggiata da oltre mezzo milione di no all’incipiente attacco all’Iraq, tra monumenti impacchettati per il timore di vandalismi e le campagne della destra contro i no global. Seguirono, in un’escalation di mobilitazione come non si era vista mai, il blocco dei «treni della morte» che trasportavano le armi dirette in Iraq dalle basi Usa insediate nel nostro paese e decine di manifestazioni nei luoghi più impensati della penisola. Milioni di bandiere arcobaleno addobbarono case e palazzi, e il 15 febbraio del 2003, contemporaneamente, in tutto il mondo decine di milioni di persone sfilarono per evitare che di lì a poco si scatenasse una pioggia di fuoco su Baghdad e dintorni. Quella che il New York Times definì come la «seconda superpotenza mondiale», un’opinione pubblica irriducibilmente contro la guerra, la cui macchina riuscì a mettere in crisi e a posticipare, sia pur di poco, ma non a impedire. E oggi? Dov’è finita quell’imponente macchina di pace che l’incontro internazionale di Porto Alegre riuscì a mettere in connessione e a far sì che agisse in maniera coordinata e continuativa? «Non credo che le difficoltà del movimento no war abbiano a che fare con la mancanza di risultati» – leggi il non essere riusciti a impedire la guerra – contesta la vulgata più gettonata, il leader dei Cobas Piero Bernocchi, tra i più assidui nel volere che anche questo 18 marzo, come da tre anni a questa parte, l’anniversario della seconda guerra del Golfo venisse ricordato con una manifestazione di piazza. «Piuttosto hanno inciso le divergenze sui concetti di resistenza e terrorismo e per qualcuno la mancanza di interlocutori in Iraq. Ma in Italia, soprattutto, è risultato determinante il ruolo del centrosinistra e delle organizzazioni che nel movimento gli sono più o meno collegate».

Eh già, perché quest’anno l’appuntamento cade proprio alla vigilia delle elezioni, l’Unione ha raggiunto un qualche equilibrio sulla questione dell’Iraq prevedendo un graduale rientro delle truppe concordato con il locale governo, e più o meno tutti hanno paura di prestare il fianco, andando in piazza, a possibili strumentalizzazioni da destra di eventuali episodi come quello accaduto il 18 febbraio scorso durante la manifestazione per la Palestina, quando un gruppetto bruciò, a uso e consumo delle telecamere, una bandiera israeliana. La piattaforma della manifestazione è tutt’altro che schiacciata sul programma di politica estera del centrosinistra, in particolare per quanto riguarda la permanenza delle truppe italiane sugli altri teatri di guerra, dall’Afghanistan al Kosovo. Eppure, anche se in una fase di minore entusiasmo rispetto a qualche anno fa, il sentimento pacifista non pare per niente essere sopito. A dimostrarlo è l’analoga manifestazione svoltasi un anno fa, anche allora disertata da una gran fetta del mondo politico di sinistra eppure molto partecipata, ma soprattutto la straordinaria mobilitazione per la liberazione della nostra giornalista Giuliana Sgrena, culminata con mezzo milione di persone in corteo il 19 febbraio 2005.

Stando alle previsioni della vigilia, per una volta l’appuntamento più imponente, sabato, potrebbe non essere quello di Roma ma quello di Londra, dove i cento e passa militari morti ammazzati in Iraq cominciano a pesare e non poco sul governo Blair, che vede montare l’opposizione da sinistra. Per il resto, si sfilerà anche a Berlino e Atene, Istanbul e Madrid. Più diffusa la mobilitazione negli Stati uniti, dove sono previste manifestazioni e iniziative distribuite in ben tre giorni, dal 18 al 21, in circa 400 città. E affollati cortei sono previsti anche a Caracas, La Paz e L’Avana, sull’asse Castro-Chavez-Morales, dopo la parola d’ordine lanciata dal forum policentrico venezuelano.

Sul versante orientale, manifestazioni sono previste soprattutto in Corea, Giappone e nelle Filippine. Dunque, se si guarda ai no war con una lente diversa da quella deformata dalle elezioni italiane e dalle piccole beghe di casa nostra, se ne può desumere il quadro di una mobilitazione ancora una volta dalle caratteristiche globali, sia pure con numeri che difficilmente raggiungeranno quelli, probabilmente irripetibili, del 15 febbraio 2003. In Italia, oltre alle decine di migliaia di persone attese a Roma, si manifesterà anche davanti al cpt di Gradisca, per legare le questioni della guerra ai conflitti di casa nostra, in primis sulla questione dell’immigrazione. Mentre gruppi di studenti e precari dopo lo sgombero dell’università La Sorbona si sono organizzati per raggiungere Parigi, dove è prevista una grande manifestazione contro il Cpe, il «contratto di primo impiego» con libertà di licenziamento che sta agitando la gioventù francese. Nella capitale italiana, in mattinata è previsto un incontro con militari refusenik da Stati uniti, Gran Bretagna e Israele, mentre nel pomeriggio da piazza della Repubblica partirà un corteo con destinazione finale piazza Navona.