Rino Adragna, ancora un “milite ignorato”

Sindrome dei Balcani: muore a 24 anni. Un “padre coraggio” racconta. L’appello di Falco Accame a Ciampi: «Basta disparità»

Suo figlio è morto a Trapani la mattina di Ferragosto, finito da un tumore al cervello. Ed ora a ricordare la vicenda umana di un ragazzo di 24 anni resta solo un “padre coraggio”. Ma quella di Giuseppe Adragna contro lo Stato è una battaglia difficile, deve abbattere il “muro di gomma” delle negligenze degli apparati della Difesa nazionale, deve scontrarsi con l’elefante burocrazia, deve smuovere l’inerzia della Magistratura che finora non ha mai osato, nonostante i giudici Guariniello e Capaldo abbiano voluto approfondire la questione, portare alla sbarra il vero responsabile di una strage che poteva essere evitata: il ministro della Difesa dell’epoca Mattarella.
Crispino Adragna, detto Rino, è un altro “milite ignorato” dallo Stato, uno dei tanti, troppi, colpiti dalla “sindrome dei Balcani”. Il suo nome si aggiune alla triste lista dei militari esposti a contaminazione da Uranio impoverito: Pilloni, Faedda, Serra, Melis, Porru, Diana. Dietro ogni nome il dolore di una famiglia. E’ il 1999 quando Rino, da militare di leva in Marina Militare, parte per Taranto. Pochi giorni dopo, «nonostante non sapesse nuotare» dice il padre, viene imbarcato sulla Perseo. «Ed è a bordo della Perseo – racconta il padre – che partecipa a una missione nei Balcani, ma i militari smentiscono la missione – aggiunge – e affermano che la nave non si è spostata da Taranto». Al rientro Rino accusa forti malori. «Al Marispedal di Taranto – dice il padre – gli diagnosticano una gastrite». Viene poi trasferito in vari ospedali militari: Messina, Augusta. E’ il settembre del ’99 quando Rino, ormai dimesso, viene assegnato alla Mariradar di Pantelleria. «In quella base, sotto i radar e i trasmettori – dice Giuseppe Adragna – succedevano cose strane: l’acqua per la pasta bolliva prestissimo, il televisore a spina staccata si accendeva. Rino – aggiunge – faceva turni anche di 35 ore». A novembre Rino viene nuovamente ricoverato e poi il 29 di quel mese viene congedato senza visita medica finale. Nel 2000, ad aprile, dopo una brutta botta alla gamba destra, Rino si sottopone ad analisi. Spunta il drammatico sospetto di un linfoma non hodgkin. La diagnosi viene confermata a luglio del 2000 dai medici degli ospedali riuniti di Bergamo dove Rino si era trasferito. Poi le terapie. Dapprima la chemioterapia, poi a Palermo il trapianto di cellule staminali e quindi la radioterapia. A marzo del 2001 Rino viene riconosciuto “persona con handicap con situazione di gravità al 100 per cento”. Gli riconoscono una pensione di 240 euro al mese. Arriva poi per la famiglia il momento delle proteste. «A giugno 2001 – dice padre coraggio – io e mia moglie Vincenza Colomba – ci siamo incatenati davanti al Comune di Trapani per avere un contributo economico». La protesta ebbe successo: il contributo fu concesso. A luglio del 2001 i coniugi Adragna sono a Roma sotto Montecitorio per una manifestazione organizzata dall’Associazione Nazionale Italiana di Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate. L’anno dopo, a ottobre, sono ancora lì. «Ci siamo sentiti abbandonati dallo Stato» dice Giuseppe Aragna. Nuova protesta, ancora sotto a Montecitorio, nel 2003. Ma nel frattempo le condizioni di Rino, che a gennaio, secondo quanto racconta il padre, ad un posto di blocco ha subìto pestaggi da parte della Polizia, peggiorano. A gennaio 2005 il linfoma non hodgkin attacca anche il cervello. Poi la terribile fase terminale. Rino spira alle 10.30 di Ferragosto scorso. «In questi anni dallo Stato – dice Adragna – solo bugie. Il ministro ha detto che farmaci e ambulanze sono gratis. Tutto falso».

A giugno 2005 il padre di Rino ancora una volta era a Roma, questa volta per un convegno alla Camera dei deputati promosso dall’Unione Nazionale Arma dei Carabinieri che in un Libro Bianco, presentato per l’occasione, denuncia le morti da uranio impoverito.

La vertenza è ormai tristemente nota e documentata. L’apparato militare italiano non fece adottare ai militari italiani le stesse misure di protezione che invece seguivano gli alleati Usa. Semplici accorgimenti, da legge 626 sulla sicurezza del lavoro: «usare occhiali, guanti, maschere e tute impermeabili». Non vennero adottate e la “sindrome dei Balcani”esplose. Sul fronte giuridico si è aperto un caso di diseguaglianza non ancora risolto. Da decenni ormai della questione si occupa Falco Accame, presidente Associazione Assistenza Vittime Forze Armate, che denucia una disparità di trattamento. Militari di serie A, quali i caduti di Nassirya garantiti da un fondo apposito, e militari ignorati dallo Stato come Rino. «La soluzione legislativa c’è – dice Accame – ed è il riconoscimento della “speciale elargizione” introdotta dalla legge di cui sono stato primo firmatario, la 308/1981 che prevede sia concessa una somma fissata allora in 50 milioni di lire a tutti i militari i servizio, di leva e di carriera, colpiti da evento dannoso». Pareri espressi, tra gli altri anche dal dirigente de ministero della Difesa Gaetano Corsini, sono a favore della concessione della speciale elargizione». Le parole sono chiare: «La provvidenza – si legge nella nota firmata Corsini – viene concessa ai superstiti sia del personale di leva che volontario deceduto a seguito di un evento dannoso accaduto per causa di servizio o durante il periodo di servizio». Ed ancora «l’evento dannoso non deve necessariamente essere caratterizzato dalla natura violenta della causa e pertanto anche una malattia insorta improvvisamente ad evoluzione rapidissima che causi la morte del militare si identifica con l’evento dannoso previsto dalla legge». Ma per i ricoscimenti lo Stato traccheggia e si nasconde dietro il fatto che si tratti solo di pareri. Accame però non si arrende. «Certo – commenta – la morte dei militari che sono stati colpiti da contaminazione per mancanza di norme di protezione adeguate non dà luogo ai funerali di Stato, ma non possono esservi disparità così gravi tra militari di categoria A e di categoria Z e le leggi devono essere applicate nello stesso modo per tutti». Così dopo l’ennesima morte Accame si appella ancora al Capo dello Stato perché finalmente «intervenga per correggere comportamenti che sono assai nocivi anche dell’immagine delle Forze Armate stesse».