Rinaldini: «Sul contratto dei metalmeccanici l’iniziativa è unitaria»

Intervista a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom. «No alla gestione unilaterale del tempo di lavoro in cambio di qualche euro in più»

L’intenzione del governo sui contratti di lavoro, confortato anche dall’Ocse, è abbastanza chiara: non mollare granché sul piano economico e stravolgere il «modello contrattuale». Tra i contratti in sospeso, metalmeccanici e statali stanno facendo da test generale. Gianni Rinaldini, segretario dela Fiom-Cgil, è nel pieno di questo confronto.

L’accordo tra i metalmeccanici resterà solido fino alla fine?

Ci sono due dati. Da una parte abbiamo proclamato dieci ore di sciopero e il blocco degli straordinari. Erano quattro anni che non si proclamava un’iniziativa unitaria sui contratti. Nello stesso tempo si è attivato – con l’ufficializzazione dell’assemblea dei 500 rappresentanti sindacali – un percorso democratico concordato. Un percorso che accompagna la gestione della vertenza e prevede che qualsiasi conclusione deve avvenire con il coinvolgimento dei lavoratori. C’è un testo che fa da base della piattaforma, e prevede alla fine anche il referendum. Che dentro questo percorso si discuta anche su posizioni diverse, rientra nella normalità.

Biglieri ha proposto uno scambio tra salario e flessibilità di orario?

Quello che dice Biglieri è che bisogna discutere una non meglio definita «politica industriale». Io la vedo così. Primo: la flessibilità, nel contratto dei meccanici, è già normata, non è vero che non ci sia. E’ uno dei punti dell’ultimo contratto unitario, quello del ’99. Ma anche nel più recente, che noi non abbiamo firmato, sul capitolo dell’orario di lavoro non è stato cambiato nulla. Ferdermeccanica vuole modificare l’orario di lavoro, e quindi disdettare l’accordo su questo punto? E’ evidente che non è praticabile l’idea di una gestione unilaterale del tempo di lavoro da parte dell’impresa, in cambio di 10 o 20 euro in più.

Ieri Biglieri ha messo in discussione l’efficacia di uno sciopero in un momento di crisi per le aziende del settore.

Se è così, presumo che addirittura sia contento, e che il direttore di Federmeccanica ci voglia incentivare a far sciopero.

Hai parlato dell’ipotesi di proclamare uno sciopero generale di tutte le categorie. Pensi ci si possa arrivare?

Ci troviamo di fronte ad un blocco contrattuale, con un asse tra Confindustria e governo. E’ una necessità andare allo sciopero generale per sbloccare i contratti e avviare una nuova politica industriale. Non si possono scindere le due questioni.

Tutti si stanno di nuovo posizionando sulla solita linea della «riduzione del costo del lavoro». Dove spesso c’è un consenso «bipartisan», in Italia.

Siamo di fronte al fallimento di quell’idea di crescita. Mi viene di dire proprio: «Adesso basta!». Il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nella vecchia Europa. Un lavoratore dell’auto in Italia prende la metà di un operaio tedesco. E se il settore dell’auto, la Fiat, è in queste condizioni, sarà mica colpa delle condizioni retributive dei lavoratori… In realtà è proprio quell’idea di una crescita fondata essenzialmente sulle condizioni di lavoro, la precarizzazione, le retribuzioni basse ad aver fallito. In Fiat, per esempio, sono 10 anni che non c’è contrattazione aziendale. Sempre la Fiat, per dirla tutta, ha una idea tale delle relazioni sindacali che è riuscita a fare un accordo separato anche in Polonia.

E chi ha escluso, laggiù?

Ha fatto un accordo con gli altri sindacati, ma ha escluso Solidarnosc. Abbiamo ricevuto i comunicati in cui giustamente chiedono solidarietà. E’ quest’idea che ha portato al dissesto industriale di questo paese. Invece di puntare sull’innovazione, sulla qualità, sul prodotto, sulla ricerca, sulla valorizzazione del lavoro, si è puntato sull’opposto.

Si è tornati a un’idea del lavoro che c’era alle origini del capitalismo…

Il fatto è che erano sempre cresciuti utilizzando la svalutazione competitiva della moneta. Da quando non c’è più, non sono stati in grado di fare i conti con le nuove frontiere dello sviluppo e si sono occupati solo di operazioni di natura finanziaria. Dove è cresciuta, ovviamente non dappertutto, una classe industriale di un certo tipo. Con i processi sociali avvenuti nel corso di questi anni, dal punto di vista culturale e materiale, le forme di distribuzione del reddito non hanno nulla a che fare con il lavoro.

Abbiamo perso l’unità di misura del salario?

Nel senso che si sono instaurati altri meccanismi, mentre il lavoro dipendente è stato semplicemente punito. E questo è un modello che non funziona. Non passa giorno che non ci sia una dichiarazione di crisi, di esuberi, licenziamenti, ecc. Dall’auto agli elettrodomestici, all’Ibm, alla St Microelectronics; dove abbiamo dichiarato quattro ore di sciopero insieme ai francesi.

Come ci si pone il problema di difendere il lavoro, la misura del salario, a livello europeo?

E’ una questione che noi abbiamo più volte posto: è necessario un percorso per la costruzione del sindacato europeo. Stanno crescendo, pur con tutti i limiti, iniziative comuni. Per esempio, su Electrolux proporremo un’iniziativa europea per tutto il gruppo.