Rinaldini: «La sinistra chieda una verifica al governo»

Gianni Rinaldini che chiede a Guglielmo Epifani una «approfondita discussione» nella Cgil e alla sinistra di rivendicare una «verifica nel governo». I tre leader confederali che invece festeggiano la vittoria del sì al protocollo sul welfare incontrando i giornalisti e poi con un “pranzo unitario”. I precari, che con Cobas e Action arrivano con uno striscione fino alla sede della Cisl – dove è in corso la conferenza stampa di Epifani, Bonanni e Angeletti – per urlare (pacificamente) i risultati del loro referendum autopromosso: 82 per cento di no su oltre 118 mila votanti. E, ciliegina sulla torta, il leader di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo che, all’unisono con la Cisl, punta il dito contro i ritocchi apportati dal consiglio dei ministri sull’intesa del 23 luglio, li definisce «peggiorativi» e chiede, anche lui, di «riaprire la discussione». Il day after della consultazione dei lavoratori sull’accordo governo-sindacati sul welfare è convulso, forse ancor più di quanto ci si aspettava.
Rinaldini fa salva l’ormai prossima battaglia sindacale unitaria per il rinnovo dei contratti, ma non usa mezzi termini, sia riguardo al confronto interno alla Cgil che riguardo al governo e alla sinistra. C’è un «disagio» tra i lavoratori e non può non essere notato. Se la Cgil continuerà con gli «atteggiamenti autocelebrativi» e non aprirà una «discussione sulla crisi in cui è entrato il mondo del lavoro», corre il rischio di «balcanizzarsi». Anche perchè «la nascita del Partito Democratico aprirà scenari inediti, ridisegnando la geografia politica del Paese». La Cgil non può sottrarsi ad una «analisi» di quanto sta succedendo. Il governo «sta in piedi per uno-due voti e se Confindustria decidesse di buttarlo giù, non ci impiegherebbe molto a spostare dieci persone…», è l’affondo di Rinaldini, che invita poi le forze della sinistra a «non giocarsi tutto sul protocollo, per poter dire di aver ottenuto qualcosa, ma a sostenere il governo su passaggi, magari spiacevoli, ma per pretendere che nell’arco di un anno si apra una verifica, non su documenti di 280 pagine, come il programma dell’Unione, ma su tre-quattro questioni dirimenti». Da parte sua, Epifani promette che «non ci sarà resa dei conti» con la Fiom, nel direttivo della Cgil fissato per il 22 e 23 ottobre prossimi. «Terremo conto dei lavoratori che hanno votato no», aggiunge, ma non basta per fugare le nubi che si addensano sul confronto interno al sindacato. Nella Fiom c’è anche chi, come Giorgio Cremaschi, contesta proprio i dati finora diffusi da Cgil, Cisl e Uil sul referendum. Secondo il coordinatore della Rete 28 aprile, se davvero il totale dei votanti è di 5 milioni di lavoratori, mancherebbero all’appello 2 milioni e 500 mila attivi. Perchè: circa un milione e mezzo sono gli attivi delle categorie dei metalmeccanici, pubblico, terziario, alimentari, braccianti; se vi si aggiunge il milione di pensionati che ha votato, si arriva più o meno alla metà del totale dei votanti (due milioni e mezzo). Dove lavora l’altra metà? Nell’altra categoria grossa, quella dei chimici, si potrebbe rispondere; ma è improbabile, sostiene Cremaschi, che una sola categoria comprenda due milioni e mezzo di lavoratori. In vista del confronto interno, Epifani attende di «leggere il testo licenziato ieri dal consiglio dei ministri», pur avvertendo che se si vuole modificare l’intesa «si deve ascoltare chi l’ha firmata e i lavoratori che hanno detto sì». Quanto alla sinistra, farebbe bene a lasciar perdere con la manifestazione del 20 ottobre che «non ha più senso». Ma rispetto al suo, il trionfalismo di Bonanni e Angeletti è sicuramente più sfacciato, scevro com’è delle polemiche interne. Subito dopo lo stop di Confindustria, il leader della Cisl arriva a chiedere a Prodi di «riconvocare le parti sociali», alla luce delle modifiche decise in cdm. Il Parlamento è «sovrano», dice Bonanni, ma «le modifiche le possono apportare solo i contraenti dell’accordo: non voglio correttori di bozze della politica che deve stare lontano dai sindacati». Quanto ai problemi dell’Unione al Senato, sta a Prodi «trovare la maggioranza anche a costo di allargarla accettando i voti di altri». L’annuncio: entro novembre, un’iniziativa dei sindacati «per sostenere le ragioni dei lavoratori dipendenti riguardo alla Finanziaria» e poi iniziative su fisco e politiche salariali. L’avviso alla sinistra: «Smantellino il 20 ottobre e ci diano invece una mano su queste iniziative». E Angelettì rincara: «E’ fascista pesare i voti: in una democrazia i voti vanno contati», dice riguardo all’attenzione rivolta dalla sinistra alle percentuali dei no al protocollo sul wel-fare. Il «malessere c’è», ammette, ma ora è necessario che «il Parlamento approvi la traduzione in legge del protocollo entro il 31 dicembre. Il governo dovrà trovare la maggioranza per sostenerlo, altrimenti avrà un problema di sopravvivenza».
Tra i precari, davanti alla sede della Cisl, Piero Bernocchi dei Cobas: «La “grande prova di democrazia” del referendum è stata in realtà una partita truccata come tuttala democrazia sindacale».