“Rimettere al centro l’iniziativa sindacale”

Dino Greco, segretario della Camera del lavoro di Brescia, è l’animatore di una nuova e interessante iniziativa tesa a stimolare il dibattito nella Cgil, che ha avuto battesimo martedì 11 luglio a Roma, con un’affollata assemblea.

“Il nostro obiettivo- afferma il sindacalista- è di rappresentare un movimento di elaborazione e confronto libero. La Cgil deve divenire un soggetto multipolare, rompere le ingessature create dalla preminenza dei gruppi dirigenti, per rimettere al centro la discussione sui contenuti”.

Come si può fare per rimettere il dialogo al centro dell’iniziativa del sindacato?

Sottraendosi alla logica delle appartenenze e all’ipoteca dei capibastone, recuperando per ogni singolo iscritto la propria indipendenza di giudizio e di azione. L’egemonia è un campo aperto, un terreno in cui confrontare le posizioni senza chiudersi in una riserva indiana. Per questo non ci piace fare l’opposizione di sua maestà. Per questo è nostro obiettivo costruire un forum disorganico che disorganizzi le correnti con lo scopo di affermare un’idea di democrazia e pluralismo. Non si tratta di questioni astratte, ma del tentativo di affrontare profondamente il conto aperto che il sindacato ha da sempre con la democrazia, tema da sempre irrisolto.

Come si riforma la democrazia nella Cgil?

La riforma radicale della Cgil, per noi, si fa mettendo al centro le Camere del lavoro comunali, intese come strumenti che si collochino nel territorio, ricostruendo un ponte tra diritti nel lavoro e diritti di cittadinanza. Il massimo di egemonia il movimento operaio lo ha realizzato quando alla spinta per una modifica dei rapporti di produzione il sindacato ha legato la capacità di proiettarsi all’esterno con l’ ambizione di estendere il processo di trasformazione a tutta società. Nel territorio, dunque, si creano le condizioni per una riprogettazione della società. Altrimenti la centralità del lavoro rimane un’aporia.

Tra i temi trattati nella vostra assemblea c’è il DPEF. Qual è il tuo giudizio sulla manovra economica del governo di centrosinistra?

Su questo tema abbiamo detto una cosa precisa: o la Cgil riesce ad evitare che il DPEF non transiti nella legge finanziaria, o se dovessimo trovarci dinanzi a tagli di previdenza, sanità e risorse per gli enti locali rischieremmo di cadere nella coazione ripetitiva di vecchie ricette contro le quali abbiamo già scioperato e che lo stesso governo ha dichiarato di voler scansare come sciagure. In parole povere non possiamo accettare che si parli di risanamento senza che si recuperino risorse dai piani alti dell’edificio sociale. Solo in quest’ultimo caso il risanamento dei conti potrà accompagnarsi alla ridistribuzione del reddito, a vere politiche di sviluppo, al cambiamento sociale.

Sulla legge 30 la posizione del governo è molto moderata. Sembra che la proposta delle Cgil di una riscrittura di tutta la legislazione del lavoro non abbia orecchie attente negli uffici del ministro Damiano.

Guai se il governo non seguisse i binari tracciati già nella campagna elettorale. Quello della precarietà, infatti, è stato forse l’unico tema su cui l’Unione è riuscita a fare chiarezza. Dunque è fondamentale ribadire la necessità di una riscrittura della legislazione del lavoro. Una riforma che non costa, ma che implica scelte di rotta politica su cui si misura quella svolta radicale tante volte presentata come necessaria da Prodi.

La spada di Damocle dei conti pubblici continua a pesare su ogni speranza di redistribuzione della ricchezza. Qual è la tua opinione sulla proposta di rallentare la politica di riassetto dei conti, stabilizzando il debito e ricontrattando il rientro con l’Ue?

Non si capisce perchè Berlusconi sia riuscito ad avere ampi margini per il rientro nei parametri, mentre il governo di centrosinistra, con l’ euforia del primo della classe, proceda ad un risanamento a tappe forzate, dimenticando tutte le prese di posizione sulla politica dei due tempi. Dilatare il rientro, istituire una tassa di scopo recuperata dalle grandi ricchezze accumulate, e con essa finanziare la riforma dello stato sociale: ecco una risposta democratica, ma con una chiara impronta di classe.

Per finire, la guerra. Anche di questo si è parlato nell’assemblea di martedì?

Sulla guerra abbiamo detto una cosa precisa: la Cgil ha percorso in questi anni una strada importante per mettere nel dimenticatoio la pessima idea (e pratica politica) della guerra umanitaria. Termine che non solo è un ossimoro, ma anche una contraffazione della verità e un’aberrazione della morale. Dal rapporto col movimento per la pace, la Cgil ha capito che la guerra non è relativizzabile. Dunque oggi noi diciamo: via da tutti i teatri di guerra, anche da quello afghano. In Afghanistan non si fanno asili, ma si è compartecipi di una guerra che subisce giorno dopo giorno un’autentica escalation. Anche su questo la Cgil deve chiedere conto al governo. Si tratta di un nodo ancora irrisolto nella sinistra, ma tirando quel filo si può arrivare fino al ripristino dell’art.11 della Costituzione oggi gravemente violato. E’ questo, oggi, il nostro impegno.