Rilanciamo l’autonomia comunista di Rifondazione ed il progetto di unità dei comunisti

Decisamente strana la scissione che si sta consumando dentro Rifondazione Comunista. In teoria a dare il via alla dipartita da Rifondazione, dovrebbe essere tutta l’area che ha sostenuto Vendola al Congresso di Chianciano e che proprio in quel congresso è stata messa in minoranza. Ma già prima dell’appuntamento di Chianciano del 24 e 25 febbraio u.s. (decisamente curiosa la scelta di ritornare nello stesso posto dove si è perso il congresso di partito!) era chiaro che la decisione di uscire dal Prc non sarebbe stata presa da tutti. La maggioranza degli eletti negli organismi dirigenti sarebbe uscita, mentre la maggioranza dei militanti sarebbe rimasta.
Dopo la due giorni di Chianciano, tutto è ancora più confuso, al punto che ancora non si capisce chi esce e chi resta: una scissione così, non s’era mai vista. A perderne in credibilità è innanzitutto Rifondazione, colpita dall’ennesima scissione che vede come protagonisti nomi noti ai simpatizzanti ed agli elettori del partito che, il più delle volte, faticano a capire il senso politico di questa operazione. Eppure quanto sta avvenendo è abbastanza chiaro: da anni il vecchio gruppo dirigente di Rifondazione aveva lanciato una campagna di trasformazione del Prc che veniva così a perdere i caratteri originali e peculiari del suo profilo politico. Innanzitutto la sua essenza comunista, colpita alle fondamenta da continue teorizzazioni volte ad un suo superamento, divenuto nel tempo sempre più esplicito. E poi anche delle caratteristiche peculiari che avevano caratterizzato il Prc sin dalla sua nascita, differenziandosi dall’allora Pds per l’approdo sostanzialmente moderato e interno alle compatibilità dei governi di alternanza.
A distanza di vent’anni dalla Bolognina, rileviamo che una parte del gruppo dirigente che ha retto le sorti del partito è già approdata al PD e dintorni, un’altra si è tolta dalla politica, un’altra ancora (dopo avere condotto il PRC allo sfacelo del governo Prodi e alla disfatta del 13 e 14 aprile) ritorna a sponsorizzare la ragioni “occhettiane” o “d’alemiane” che portarono l’allora gruppo dirigente del Pci a dare vita ad un partito non più comunista.
La scommessa di fondo, nel varo di questo progetto politico che viene genericamente definito “La Sinistra” e che punta a tenere insieme alcuni cocci della famigerata lista Arcobaleno, è che la crisi del Partito Democratico giunga ad una maturazione tale da arrivare alla presa d’atto del fallimento di quel progetto politico ed alla nascita, dalle sue ceneri, di due partiti: uno centrista (che guarda all’Udc e cerca di ricomporre l’area dei moderati) e l’altro di sinistra, di ispirazione socialdemocratica classica, guidato da Massimo D’Alema. Del resto Alfonso Gianni (da sempre stretto collaboratore di Fausto Bertinotti ed intellettuale di punta di tutta quell’area) ha esclamato: “Un bel partito socialdemocratico con noi dentro? Magari”.
Intanto tra pochi mesi ci saranno le elezioni europee e le amministrative, precedute dalle regionali sarde. Rifondazione corre il rischio che, possibili candidati ed eletti nelle liste di partito, decidano di uscire dal partito appena dopo il voto, fatto questo che metterebbe ancora più in difficoltà un PRC già assente dal parlamento. Sarà bene pensarci per tempo, senza ingenuità…

In virtù di tutto questo, si rende necessario invertire immediatamente la rotta dando al Paese qualche segnale forte: fermare l’emorragia e la frammentazione a sinistra e la sua dissipazione, mettere al centro un percorso di unità, a cominciare dai comunisti e dalla salvaguardia della loro autonomia e unità. Non come risposta meccanica alla scissione, ma (anche) come esigenza di rigenerazione del Prc, colpito nella sua credibilità e forza dall’ennesima scissione.
In questo ambito, l’esigenza di una lista unica alle elezioni europee che sappia far convergere, sotto il simbolo comunista, tutte le forze e l’elettorato comunista e anticapitalista, pur non essendo evidentemente risolutiva delle questioni di fondo, diventa un proposta di assoluto buonsenso, tanto più in vista dell’introduzione dello sbarramento elettorale. Non una proposta per risolvere, sul terreno elettorale, il processo ambizioso e necessario di ricomposizione della diaspora comunista degli ultimi venti anni, ma per cercare almeno di offrire subito, anche sul piano elettorale e istituzionale, una sponda politica che sia al tempo stesso unitaria e non liquidazionista: come fu invece l’Arcobaleno e come sarebbe oggi un indistinto cartello elettorale fra forze divaricanti. E anche per non cadere nel ridicolo agli occhi di un elettorato e di un popolo comunista e di sinistra, deluso ma non scomparso, e non spingerlo un’altra volta all’astensione.
Anche per questo c’è bisogno dei comunisti, uniti!