Rigidità, come vincolo per esercitare il potere

Nonostante la Francia, riemerge a sinistra – anzi viene rilanciata – la cultura della flessibilità contrapposta alla precarietà come l’orizzonte positivo del futuro del lavoro e del suo rapporto con l’insieme della società. E’ la forza dell’ideologia dominante in questi anni. Dominante anche a sinistra, in forme più o meno moderate o anche molto radicali, come effetto del sinora mancato ripensamento di un nodo cruciale della vicenda del movimento operaio del Novecento: il rapporto tra i lavoratori e le lavoratrici (o meglio il proletariato, come suggerisce Ingrao) e le organizzazioni o i gruppi di intellettuali che si propongono di rappresentarne gli interessi.
La caratteristica centrale del processo di ristrutturazione capitalistica e del modello sociale che si è affermato negli ultimi decenni è la messa in mora della possibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di esprimersi come soggetto sociale, soggetto collettivo, qui ed ora, e di poter far valere un proprio punto di vista autonomo sul lavoro e sulla società nel rapporto con il capitale, a partire dalla dimensione lavoro.
La flessibilità è nient’altro che la disponibilità subalterna ad aderire ed adattarsi a questo modello. La precarietà è la forma concreta con cui ciò non può che realizzarsi. Il patetico tentativo di distinguere, o è comprensibile (che non vuol dire condivisibile) strumentalità politicista, o è razionalizzazione intellettualistica per sentirsi comunque a sinistra, dalla parte dei lavoratori.
Ciò è possibile solo aggirando la questione centrale che si pone in questi anni per poter riaprire e rendere credibile una dialettica democratica e un processo di trasformazione della società: l’esercizio di potere da parte dei lavoratori e delle lavoratrici che, in quanto soggetto sociale e collettivo, possano quindi autotutelarsi (e quindi il tema della riunificazione del lavoro) e in relazione a ciò la verifica dei tentativi di rappresentanza organizzata, politica e sindacale, che in nessun modo possono essere intese come sostituzione, o benefattori della condizione dei «poveri» lavoratori.
Il problema non è quale flessibilità alternativa alla rigidità, ma la rigidità come vincolo da imporre e conquistare che permetta agli uomini e alle donne di affermare ed esercitare come soggetto collettivo un proprio potere all’interno della dimensione lavoro. La rigidità è in questo senso la condizione per il lavoratore e la lavoratrice di poter gestire i propri problemi di «flessibilità».
Questo era il significato della rigidità degli anni Settanta, e non le caricature che ne sono state fatte. Un esempio concreto sugli orari di lavoro. Se è sancito contrattualmente che l’orario è di 40 ore settimanali, e solo con accordi collettivi è possibile addivenire ad altre distribuzioni dell’orario di lavoro, è evidente che la rigidità è la condizione per poter far valere il punto di vista dei lavoratori nel rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita. Se invece le 40 ore sono solo indicative di una media su cui l’azienda può praticare le variazioni (settimanale, mensile, annuale,..) che ritiene per sé necessarie, il lavoro è nelle mani dell’impresa, sottoposto a un potere unilaterale. Non muta la sostanza della situazione l’introduzione di tutele nei confronti del singolo lavoratore (individuo).
E ancora, se gli straordinari sono praticabili solo sulla base di contrattazione collettiva e quindi eventuale accordo, o se sono esigibili dall’impresa senza contrattazione, magari con il vincolo della disponibilità individuale (sic!). Sarebbe interessante conoscere in modo trasparente che cosa è successo a questo proposito nei contratti nazionali di questi anni.
Per favore, quindi siamo seri, non continuiamo a confonderci le idee con le disquisizioni flessibilità/precarietà e ripartiamo dall’unica vera coppia alternativa: flessibilità/precarietà o rigidità. Se non altro si distinguono gli ambiti di ricerca e confronto comuni e quelli non comuni senza fermarci alla generica distinzione tra più moderati e più radicali. In questo un giornale come il manifesto può essere oggi insostituibile strumento di chiarificazione.
* Cgil Emilia Romagna