“Rifugiati”: ora tocca alla politica

A colloquio con Annet Henneman dopo lo spettacolo-inchiesta della
Compagnia Teatro di Nascosto di Volterra

Il primo ottobre a Volterra, in un parcheggio sotterraneo, è stata messa in scena la prima dello spettacolo Rifugiati, della compagnia Hidden Theatre (Teatro di Nascosto).
Oltre agli attori della compagnia, tra cui sei rifugiati politici di varie nazionalità, hanno partecipato al lavoro due attori del Living Theatre di New York, l’ex sindaco di Diyarbakir (Kurdistan turco), ora rifugiato politico, una decina di parlamentari o europarlamentari, l’assessore alla cultura del comune di Volterra, un’avvocatessa che difende i rifugiati.
Il lavoro, che forse verrà rappresentato nelle principali capitali europee e al Parlamento di Strasburgo, rappresenta lo sviluppo naturale di una lunga inchiesta e di intense relazioni umane. In otto anni la compagnia ha prodotto sei rappresentazioni teatrali, di cui due andate in onda alla TV e ha collaborato ad alcuni servizi televisivi. Per far questo ha dovuto accompagnare il lavoro artistico a mille beghe quotidiane per dare risposte ai problemi umani dei rifugiati-attori, spesso senza permesso di soggiorno, e ha incontrato enormi ostacoli burocratici, ristrettezze finanziarie e solo qualche sprazzo di solidarietà della società civile.
Le storie narrate sono il risultato dell’inchiesta o sono le stesse storie di alcuni attori-rifugiati che interpretano sé stessi. Storie vere: persecuzioni nei paesi di origine, diritti umani calpestati, carcere, torture, assassini di parenti, sopraffazioni verso le donne, allucinanti viaggi verso l’Occidente. E poi il percorso di sopravvivenza negli inospitali paesi “ospitanti”, i CPT, le angherie della “giustizia”, gli assurdi processi per il riconoscimento dello status di rifugiato. Infine, per i molti che non hanno ottenuto tale riconoscimento, l’inizio di un nuovo percorso a ostacoli….
La fantasia e la finzione agiscono solo nelle soluzioni sceniche, negli aspetti formali, nella scelta dei ruoli e dei simboli (per esempio il percorso di sopravvivenza è simboleggiato da un vero e proprio percorso a ostacoli con barriere da scavalcare o da superare strisciandovi sotto). Alcuni politici interpretano gli immigrati, altri il medico, un attore interpreta i politici (una spietata immagine della politica, purtroppo non inventata, anch’essa risultante dall’inchiesta). I rifugiati e la loro avvocatessa interpretano loro stessi. Tra narrazioni singole e corali, tra voci da fuori campo che interrogano freddamente i protagonisti di tante miserie, viene fuori con nettezza la condizione di uomini senza diritti nei loro paesi d’origine, senza diritti nel viaggio verso l’Italia e senza diritti nel paese raggiunto. Si potrebbe parlare di una condizione globale di assenza dei diritti.
Lo spettacolo si conclude con la storia, narrata in prima persona da Giusto Catania, risalente probabilmente agli anni 50, di un siciliano che emigra e va incontro agli stessi problemi, compreso il carcere, in America. Come per ammonire chi superficialmente e in “buona fede” fa concessioni agli argomenti dei razzisti o di chi afferma: «Ma noi italiani eravamo diversi …». La storia dell’italiano ha anche, come mi ha spiegato la regista Hannet Henneman, di immedesimare più facilmente lo spettatore e renderlo partecipe delle sofferenze attuali, visto che con questa opera «spera di trovare ascolto, di fare pensare, di toccare nel cuore…». Parliamo dello spettacolo proprio con lei.
Una domanda quasi retorica: perché hai scelto questo argomento? Solo per la sua attualità o perché si presta anche a esprimere altro, a comunicare un messaggio artistico?
«L’argomento non l’ho scelto, l’ho incontrato nella vita. A un certo punto ho sentito che non potevo fare teatro diversamente: c’era la realtà delle navi stracolme che arrivavano con un carico umano trattato peggio delle merci. Sono andata a incontrare quelle persone e mi sono immersa nella loro realtà di oppressione e di guerra. Dovevo raccontarla. Ho scelto l’argomento solo per questo, non per motivi artistici. Non so se è esatto definire il mio lavoro teatro: forse somiglia più a quello dei cantastorie. Racconto queste ingiustizie. La forma teatrale è solo uno strumento per raccontare meglio, per gridare “Guardate in che mondo vivete!”. Essa viene dopo il contenuto»
E’ un sollievo per me. Temevo che l’arte impegnata non esistesse più. Ma devo ancora capire: realtà e finzione si intrecciano nel tuo spettacolo. Gli avvenimenti narrati sono reali, ma il racconto, il teatro in sé usa, la finzione. Ad esempio i politici sono reali, incarnano personaggi reali, ma non sé stessi. Puoi spiegare meglio come hai dosato le due dimensioni?
«Ho chiesto a tutti di essere naturali e non attori. Dovevano pensare: “io sono portavoce di chi stenta a vivere o addirittura di chi non esiste più”. Ripeto, non mi interessa l’aspetto estetico ma solo come posso raccontare meglio la realtà. Le finzioni sceniche servono solo a procurare cambiamenti della nostra esistenza interiore».
Nonostante il carattere drammatico dei fatti raccontati, lo spettacolo non suscita un sentimento di pietà, quanto piuttosto di rabbia, di indignazione. A cosa pensi sia dovuto? A quali scelte artistiche?
«Ho semplicemente evidenziato, nel dolore delle persone, la loro dignità. Esse cercano di spostarsi, di sopravvivere. Non c’è niente di indegno in questo: lo facciamo tutti. Se queste vere e grandi sofferenze vengono vissute con dignità e questa dignità si scontra con la legge, con la burocrazia che decide di un essere umano, se sappiamo chi è questo essere umano, l’indignazione e la rabbia vengono spontanee».
Perché la scelta di far partecipare come attori dei personaggi politici. Cosa ti prefiggi mettendoli nei panni di “rifugiati”?
«La scelta ha una storia. L’inchiesta sullo stesso tema “Dinieghi” si concluse in un seminario al Senato. Lì incontrai politici impegnati intorno al tema dei rifugiati che collaborarono al libro bianco sui CPT. Il mio scopo era di far arrivare il più possibile la voce dei rifugiati. Indicevo conferenze stampa ma l’informazione che ne usciva sui giornali era sempre assai povera. Le notizie non circolavano e io potevo arrivare solo a un piccolo pubblico. Mi ponevo l’obiettivo di conferire più “autorità” e più notorietà, di incuriosire maggiormente. Non ho motivi di nascondere che la scelta è puramente strumentale a questo obiettivo. Ho potuto contare su politici che lavorano assai duro su questa realtà. Altri politici l’hanno scoperta dopo: posso dire che metterli insieme ai rifugiati, farli immedesimare nelle loro sofferenze, li ha conquistati a un maggiore impegno».
Ma allora, qual’è il motivo della rappresentazione caricaturale che Gianni Calastri fa dei politici, di quelli di destra, che sostengono tesi rivoltanti, come di quelli di sinistra che mostrano una comprensione corretta del problema?
«Il distacco tra la politica e i rifugiati, pur con le differenze profonde di contenuto, rimane notevole. Nelle sedute c’è spesso un parlarsi addosso interminabile. Ma intanto la vita dei migranti deve andare avanti. Sono “vite sospese” [espressione che è anche il titolo di una precedente opera della Compagnia (n.d.a.b.)] mentre la politica non riesce a risolvere i loro problemi».
E allora veniamo alla politica. Il fatto che alcuni parlamentari, anche della sinistra moderata, abbiano accettato di lavorare per questa opera dimostra che ormai è stata aperta una breccia, che è finalmente maturato un consenso sulla necessità di cambiare la legislazione e di chiudere i CPT. Lo dimostra anche il convegno degli amministratori regionali in Puglia. Immaginati di essere un politico. Cosa metteresti nel programma di governo della prossima legislatura?
«Non sono diventata una politica perché non saprei cosa fare. Quando lavoravo dentro il carcere di Volterra pensavo che non avrei mai voluto essere un giudice. Quello che dico nello spettacolo è che io posso viaggiare liberamente mentre l’80 per cento delle persone viaggia come bestie. È ingiusto che io abbia tutti i diritti e che altri muoiano di fame. Serve anche un’educazione che dia un senso collettivo alle cose, che consenta di rifuggire dall’egoismo occidentale, per cui conti solo te stesso o, al massimo, la tua famiglia. Io provengo dall’Olanda e in quel paese l’introduzione del welfare e di certi servizi per tutti incontrò forti resistenze. Ma quel lavoro ha prodotto risultati. Oggi le resistenze si incontrerebbero a smantellarlo».
Ma da noi, che hanno fortemente smantellato il welfare, le resistenze sono state inadeguate.
«È la conseguenza della scarsa educazione alla socializzazione. Per esempio, quante persone vorrebbero lavorare con noi? Negli incontri in Volterra con associazioni e organizzazioni varie, c’è gente che ci incoraggia e ci è vicina. Ma quanti farebbero della solidarietà un sistema di vita? Per tornare alla tua domanda, non so la soluzione di questi problemi. Ma non credo stia solo nella politica».

Certo, bisogna ammirare l’impegno di Annet, di Gianni Calastri, di Ridvan, Talip, Nasih, Germain, Hissain, Giorgia e degli altri. Ci auguriamo che possa continuare. Ognuno deve fare la sua parte. Se loro la stanno facendo molto bene, anche la politica deve fare la propria. Tra i compiti non rinviabili, per la sinistra e per ogni forza democratica che sia davvero tale, c’è l’applicazione della Costituzione in materia di asilo politico, la chiusura dei CPT e l’abrogazione della Bossi-Fini. E non può essere che l’inizio, perché se non vogliamo considerare gli immigrati come semplice forza lavoro più ricattabile e quindi più facilmente sfruttabile, magari da mettere in concorrenza con i lavoratori italiani, c’è tutto un terreno di diritti da assicurare, tra cui – ma non solo – quello di voto. Con l’auspicabile Cacciata di Berlusconi, Bossi e Fini dal governo, sarà possibile nella prossima legislatura almeno in iniziare bene questo percorso?