Riforme

La parola è nata innocente: riformare, restituire la forma a qualcosa che l’ha perduta. Migliorarla. Senonché raramente la riforme sono state innocenti. Cambiano più che non restaurino. La Riforma protestante, quella grande, è stata il maggiore scisma del cristianesimo: Lutero si proponeva niente di meno che di riportarlo alla purezza originaria contro la corruzione della chiesa di Roma, la chiesa di Roma lo ha scomunicato e la lacerazione non si è più chiusa.
In politica «riforma» ha una vicenda più recente. Il riformismo nasce accanto e con il movimento operaio europeo sulla constatazione di insufficienza della libertà politica in presenza della proprietà dei mezzi di produzione (i «rapporti materiali reali»). Ti dicono che sei libero mentre gran parte della tua forza e del tuo tempo di vita sono merce a disposizione di un altro. Gli uomini saranno «liberi e uguali», come suonano i principi del 1789, soltanto quando saranno assicurate le condizioni materiali della libertà. Questa tesi è rimasta indiscussa a sinistra per oltre un secolo, e non solo in essa: anche chi pensava che il non essere tutti liberi e uguali ha i suoi vantaggi, anche un nostalgico dell’ancien régime, ammetteva che il meccanismo proprietario era alla base dell’inuguaglianza. La divisione fra i socialisti, dalla Internazionale in poi, non fu sul fine, fu sul metodo: come cambiare questo meccanismo?
Nel tumultuoso 1848 Marx non ha dubbi: occorre un’altra rivoluzione, quella comunista. Sta maturando, vedrà il proletariato strappare la proprietà ai padroni e gestirla collettivamente da tutti e per tutti. È qui che il riformismo obietta: no, una rivoluzione comporta catastrofi, è un prezzo troppo alto, modifichiamo l’assetto proprietario senza rivolte, senza sangue, legiferando dentro il contesto politico che chiamiamo democrazia. Controbiezione dell’ala sinistra, poi comunista: senza un passaggio di forza, una violenza storica, il sistema proprietario non si lascerà espropriare. Quella del riformismo, se non un tradimento, è un’illusione; al meglio un compromesso che smussa le ingiustizie più patenti del sistema offrendo al capitalismo una via per sopravvivere.
Il conflitto fra riforme o rivoluzione si accende alla fine del XIX secolo e percorre tutto il Novecento. Il 1917 lo esaspera. Tuttavia neanche allora l’ala riformista e quella rivoluzionaria, pur dividendosi aspramente, mettono in causa la necessità del cambiamento: la divergenza era sul «come». Ci vorrà il congresso della Socialdemocrazia tedesca a Bad Godesberg per dire che no, nessun cambiamento radicale si impone, Marx aveva torto. I partiti comunisti ulularono, era l’ultima prova del tradimento socialdemocratico. Ma occorse la caduta del Muro di Berlino e poi il dissolvimento dell’Urss perché i comunisti sparissero. Il riformismo sembra aver vinto su tutto il continente.
Errore. Colpevole della comune discendenza anticapitalista, la socialdemocrazia si trova a essere l’ultimo nemico del liberismo. Poco importa che sia stata sempre una pallida e reticente cugina del comunismo, la rende sospetta il dubbio che non consideri ancora la libera impresa come condizione e fine della democrazia. Pochi anni ed ecco che, se si trattava di correggere il capitalismo, adesso si tratta di correggere le riforme del medesimo. Il riformismo tendeva a limitarne gli spiriti animali, affiancando o sovrapponendo alla sfera economica una sfera del politico che, in nome dei diritti della persona, si proponeva fini diversi da quelli della proprietà e tanto più del profitto? Quegli spiriti animali andavano liberati. Sono il lievito della crescita e il vero fondamento della democrazia. È il riformismo che va corretto, e possibilmente liquidato.
Come rovesciamento dei paradigmi del politico, è di 180 gradi. Ma perché non modificare il lessico? Se potessi andrei a cercare sui giornali chi ha per la prima volta usato il termine riforma per dire il suo contrario. Che ci voleva a cambiare vocabolo? Forse, le sinistre essendo parte principale della svolta, un poco ci si vergognava: riformare ha un suono mite e piacevolmente progressista. Tutti ormai aborriscono la sola idea di rivoluzione, ma a nessuno piace essere chiamato reazionario. Padoa Schioppa si sorprenderebbe di essere definito il controriformista.
In verità ce ne è voluta perché si dichiarasse chiaro e tondo che non si trattava più di correggere il meccanismo selvaggio del capitale – anche Eugenio Scalfari aveva temuto il far west – ma le briglie che si era preteso di mettergli. Nel 1989 Occhetto e Craxi si erano limitati a evocare Proudhon contro Marx, l’Assemblea Costituente contro la Convenzione, il 1789 contro il 1793. Si attestavano su una piattaforma riformista classica. Poco dopo qualcuno inaugurava una formula leggiadra: «il mercato» (espressione più amichevole di «il capitale») andava liberato da «lacci e lacciuoli».
I quali erano l’intervento pubblico, e (peggio) la proprietà pubblica, come regolatori della crescita e strumento di governo contro i mali endemici che la crescita non risolve. Li aveva enunciati nel 1938 lord Beveridge – povertà, malattia, vecchiaia, squallore – e Keynes elaborava una teoria e una pratica economica che li teneva a bada. Dopo il 1945, tutta l’Europa fece sua questa filosofia, ed è divertente che, come ricorda Stiglitz, lo stesso Fondo monetario sia nato con questi intenti. E la Banca mondiale. Il welfare non fu una semplice manovra finanziara né una forma di assistenzialismo, implicava l’esenzione dei diritti della persona dall’ambito puramente politico a quello economico-sociale.
Questa esenzione, presente anche nella Costituzione italiana del 1948, non è stata mai legiferata con la stessa precisione dei diritti politici (sanzioni incluse). Ferrajoli ritiene che al limite non possa esserlo mai, pur essendo i diritti sociali primari invece che secondari, sostanziali invece che formali. Specie la determinazione di chi potesse accedervi è rimasta incerta e ha dato luogo a molte zone di arbitrio. Nondimeno pochi osarono contestarne la necessità, a nazismo e fascismo appena chiusi, mentre la Commissione sullo sviluppo umano delle Nazioni unite cominciava a dimostrare che nella crescita complessiva della ricchezza mondiale, aumentavano smisuratamente le disuguaglianze. E si affacciava una mondializzazione selvaggia. Ragion per cui la campagna contro lo stato sociale è iniziata con circonlocuzioni e ipocrisie. Il primo colpo doveva essere la sua «oggettiva», cioè contabile, impraticabilità: il welfare sarà anche una buona intenzione, ma mancano i soldi, anche se perlopiù ricavati da una tassa sul lavoro dipendente, in parte dai lavoratori in parte dal datore di lavoro. Essa, di fatto un prelevamento sui salari, assicurava al lavoro dipendente qualche garanzia per la vecchiaia, quando si era costretti a uscirne. Inoltre, assieme ad altre fonti della fiscalità generale, finanziava la sanità, l’istruzione ed altri diritti sociali (perfino la casa) che, come tutti i diritti, dovevano essere non privatistici ma universali, pubblici.
Non lo erano. La denuncia che fece più clamore fu quella di D’Alema in polemica con Cofferati: solo il «maschio adulto e garantito» ne era il sicuro destinatario. Per cui protestarono vigorosamente le donne e altri esclusi. Ma la denuncia non portò ad allargare la platea degli aventi diritto, la restrinse fino a modificarne la natura, da diritto a merce, che chi poteva doveva acquistare e per chi non poteva diventava pubblica carità – restando per ora sottinteso che avrebbe dovuto meritarla, l’ideale sarebbe negare l’assistenza ai fannulloni. Il più esplicito nel teorizzare questo indirizzo fu il Libro verde del New Labour, accolto da lodi entusiastiche da quella parte della popolazione persuasa che delle proprie tasse beneficiano esclusivamente altri.
Da noi alla Confindustria, a Emma Bonino, a Pietro Ichino e via via tutta l’ala destra dei diesse si è affiancata anche una parte della sinistra più a sinistra, anche se per ragioni opposte: burocratico e classificatore, il welfare è un sistema appena travestito di sorveglianza dello stato sul cittadino. Meglio liquidarlo corrispondendo l’importo dei suoi costi in un assegno di cittadinanza uguale per tutti e che ognuno poi si giocherebbe per conto suo come a Monopoli. Senonché quando i suoi sostenitori francesi, fra i quali Marc Augé, tentarono un calcolo ne risultò un dato poco confortante: l’assegno di cittadinanza sarebbe stato un poco inferiore a metà dello Smic, salario minimo garantito, disseminato al posto di ogni altra forma di previdenza sull’intero scacchiere della popolazione, dai ricchissimi ai poverissimi. L’assegno di cittadinanza è rimasto uno slogan, alimentato dal condivisibile fastidio per le non disinteressate etiche del lavoro.
Quel che ha ottenuto l’ideologia dello «stato minimo» e dell’inefficienza o ingiustizia del welfare è stata, oltre alla fine dell’intervento pubblico nell’economia, una colossale privatizzazione degli ex diritti. È impressionante, negli ultimi decenni, il calo della remunerazione del lavoro rispetto a quella del capitale. Una fonte non sospetta di estremismo, come Michel Rocard, già segretario del Psu poi premier con Mitterrand, calcolava qualche giorno fa su Le Monde che la retribuzione del lavoro era scesa, nel bilancio complessivo delle imprese in Francia, da circa il 30% al 10. Con, in più, un inedito divaricarsi dei compensi all’interno stesso del lavoro dipendente fra la grandissima maggioranza dei salariati e una minuscola élite manageriale, che forma ormai una casta ereditaria (il direttore delle vendite d’una grande catena di distribuzione è stato liquidato l’anno scorso con un gruzzolo pari a 3.000 anni di lavoro d’una cassiera dei suoi supermercati). Anche la tendenza a ridurre il contratto dacollettivo a individuale, si pretende «per merito», fa parte della privatizzazione del rapporto di lavoro.
Insomma, se il senso delle riforme era passare da un rapporto puramente contrattuale a un diritto, il senso delle riforme delle riforme è l’opposto: passare dal diritto al mero rapporto di forza fra il singolo e una rete proprietario-manageriale così complessa da essere irraggiungibile. Lo slogan della Commissione europea, spesso ripreso da Romano Prodi, competition is competition, si gioca non sulla qualità del prodotto ma sulla riduzione del suo costo, attraverso la libertà di dispiegamento dei capitali verso le zone del mondo dove esso è già da tre a dieci volte più basso e attraverso le riforme – specie quelle dette (con involontaria ironia) «strutturali», che abbattono ogni supporto pubblico ai salari. Non occorre cercar lontano o ravvisare nostalgie sovraniste negli elettori – ceti operai e working poors – che in Francia e in Olanda, dov’era sottoposto a referendum, hanno votato no al Trattato costituzionale europeo.