Rifondazione teme la crisi e si trincera dietro la Cgil

Prodi si sbrighi, faccia la sua proposta e chiuda una situazione che sembra una pagliacciata», tuona un Raffaele Bonanni furioso per la fiaccolata «rutelliana» contro i sindacati. Ma se la Cisl è costretta a manifestare sotto la sede dell’Ulivo alla vigilia della proposta prodiana sulle pensioni, vuol dire che la «maionese» dell’Unione è definitivamente impazzita. Avvitata in una crisi seria, profonda e tutta politica.
Viste da sinistra ci sono tutte le premesse per una manovra «neocentrista» di Ds e Margherita che mirano all’ «autosufficienza» del Pd e a recuperare consenso al Nord in vista del voto anticipato. Sospetti avvalorati, per il Prc, dall’ apertura di Fassino all’Udc, l’accelerazione sul referendum «taglia-partiti» e dalla lettera con cui Veltroni si schiera più o meno apertamente con Padoa Schioppa e Rutelli contro i sindacati. «Se il governo prepara una soluzione che dà gli stessi risparmi dello scalone (circa 7,5 miliardi) per noi è inaccettabile», avverte Maurizio Zipponi, responsabile lavoro di Rifondazione: «Temiamo però che Prodi si prepari a presentare una proposta ‘prendere o lasciare’ scaricando sul Prc la responsabilità di una crisi che invece va tutta cercata nelle dinamiche interne al partito democratico». E’ in questo clima decisamente cupo che Giordano e Mussi, con i rispettivi stati maggiori, si sono incontrati ieri alla camera per fare il punto sull’unità a sinistra e la trattativa sulle pensioni.
Sul tavolo grandissima preoccupazione e non poca indignazione per il «delirante patto generazionale» lanciato da Veltroni su Repubblica. Proposta contro la quale Mussi e Giordano hanno convenuto di centrare la manifestazione unitaria di settembre proprio sulla precarietà, reddito minimo per i giovani e il «superamento» della legge 30.
Avanti con i piedi di piombo. Sulle pensioni Rifondazione si è allineata sulla linea Mussi ufficializzando la scelta di «affidarsi alla trattativa sindacale» e di «escludere una rottura con la maggioranza come nel ’98». Ufficialmente ci si trincera sulla proposta Epifani di uno «scalino» a 58 anni senza automatismi. Un’ipotesi giudicata «quasi impossibile» nello stesso Prc. Che va alla “guerra” quasi diisarmato. «Per la sinistra siamo alla vigilia di un Afghanistan al cubo – attacca Giorgio Cremaschi, Fiom-Rete 28 aprile – introdurre gli scalini e tagliare i coefficienti come ha fatto Padoa Schioppa nel Dpef significa fare una riforma peggiore dello ‘scalone’ e ribaltare 2 programma».
La base di partenza nel governo però è nota: «scalini» dai 58 anni nel 2008 con «quote» di anzianità contributiva. Il problema è che per Padoa Schioppa la riforma della legge Maroni deve essere fatta a costo zero per i conti pubblici e anzi portare gli stessi benefici della «stangata» a orologeria votata dalle destre. Una chiara scelta ideologica: da «salario differito» le pensioni diventerebbero una variabile dipendente dei conti pubblici a tutto vantaggio della previdenza privata già spronata con la riforma appena varata del Tfr.
Per tutto il giorno bocche ben cucite da palazzo Chigi. Tornato da Israele, Prodi ha incontrato subito sia il ministro dell’Economia che quello del Lavoro Cesare Damiano per ricevere gli aggiornamenti sull’Ecofin e l’aumento delle pensioni basse. Sullo scalone l’intenzione è di chiudere presto un «vicenda che si sta trascinando da troppo tempo». Di fatto l’unico negoziato che resta aperto con i sindacati è quello sulle esenzioni. «La base di partenza per i lavori usuranti è il testo Salvi del ’99, da lì si può ampliare ma senza discostarsi di molto», avvertono dal ministero del Lavoro.
Prodi dovrebbe presentare la sua mediazione venerdì in consiglio dei ministri. Se dovesse essere inaccettabile per i sindacati, come suggeriscono le indiscrezioni della vigilia gli scenari si fanno ancora più opachi. Il governo non cadrà subito ma è certo che la questione si affronterà a settembre, con la finanziaria alle porte, il varo del Pd, un governo sempre più logorato e lo «scalone» bene in vista. A quel punto, la sinistra sarebbe in un vicolo cieco. Per uscirne il Prc vagheggia ancora una «consultazione popolare» per decidere se restare o no al governo. Ma è certo che un nuovo ’98 terrorizza tutti i partiti. E il Prc non può sfilarsi da solo a meno di rompere anche l’unità a sinistra. Senza contare che caduto il patto con Prodi anche la presidenza della camera finirebbe nel mirino dell’Ulivo. Tutti scenari esiziali ma niente affatto impossibili per un’Unione ai minimi termini.