Rifondare un partito comunista per rilanciare la sinistra, l’opposizione e il conflitto sociale

La terza mozione congressuale, “Rifondare un partito comunista per rilanciare la sinistra, l’opposizione e il conflitto sociale”, è nata dal lavoro di compagni e di compagne provenienti da storie e percorsi diversi all’interno di Rifondazione Comunista. Racchiude, infatti, le esperienze de L’Ernesto, dei cosidetti “100 Circoli” e di “Controcorrente” l’area interna al nostro partito composta da quanti non hanno seguito Marco Ferrando nell’esperienza del PCL. La mozione propone, in estrema sintesi, la rifondazione di un partito comunista all’interno di una sinistra anticapitalista. Ne abbiamo parlato con Marco Verruggio della Segreteria Regionale del PRC, nonché portavoce di “Controcorrente”.
Partiamo da una considerazione precongressuale e postelettorale: il nostro VII Congresso, peraltro previsto come da scadenze statutarie, dopo la sconfitta nelle urne assume un sapore diverso da quello che avrebbe avuto se in Parlamento ci fossero ancora le sinistre e i comunisti. Quanto è inserita la discussione sul dopo-voto nel dibattito dentro il PRC?

C’è ma viene condotta in modo surreale. Voglio dire che non è possibile accorgersi degli errori sempre il giorno dopo. Compagni che per due anni ci hanno spiegato con una certa sicumera che Rifondazione avrebbe condizionato l’Unione e l’Unione avrebbe condizionato Prodi e che solo dei marxistosauri come noi potevano non capire un’operazione politica così innovativa, il 15 aprile hanno cominciato a dire che sì, forse a Venezia si erano valutati male i rapporti di forza e che la sinistra arcobaleno era stata imposta dall’alto (ma da chi? da me e da Pegolo?). Le conversioni in punto di morte suscitano sempre un po’ di scetticismo e questa non fa eccezione.

In queste settimane il tema centrale su cui si è focalizzata l’attenzione della cosidetta “opinione pubblica”, ben manovrata dal governo e dai mezzi di informazione, è la sicurezza: ma non quella sui posti di lavoro. Bensì la tensione securitaria che viene alimentata dalle fobie per gli stranieri, per i diversi. A Roma un giornalista di Radio Deegay è stato picchiato e gli è stato intimato di non trasmettere più. Nel quartiere del Pigneto una ventina di neonazisti ha assaltato negozi gestiti da bengalesi e da indiani. Le ronde padane pullulano dal Nord Ovest alle più remote città della Penisola. Senza parlare dell’aggressione alla Sapienza. Rifondazione Comunista ha gli strumenti per arginare questo clima di recrudescenza violenta e di intolleranza?

È un tema complesso e che non si può liquidare in poche righe. La vicenda del Pigneto dimostra che – come si diceva una volta – c’è una “contraddizione in seno al popolo”, che va analizzata in termini di classe. L’immigrazione contribuisce a ingrossare le fila di quello che Marx chiamava l’esercito di riserva, cioè una massa di disperati disposti a vendere il proprio lavoro a qualsiasi prezzo e a produrre sacche di emarginazione da cui emergono inevitabilmente comportamenti aggressivi. Una massa su cui speculano le aziende, mettendo in concorrenza lavoratori italiani e stranieri, e la Chiesa, che sulle spalle degli immigrati ha costruito un segmento di mercato per l’industria della carità. Non è un caso che Confindustria chieda più immigrati per sospingere l’economia, che Ratzinger interceda contro le intemperanze della Lega, che l’Economist promuova la libera circolazione della forza lavoro. In questo quadro la sinistra al governo regala 5 miliardi alle imprese, taglia lo Stato sociale e privatizza i servizi, promuove una politica neocoloniale al servizio di Confindustria, contribuendo a stimolare nuove ondate migratorie verso l’Europa, per due anni chiede sacrifici al suo elettorato, però inarca il sopracciglio se i lavoratori non danno un fulgido esempio di internazionalismo proletario. La realtà è che quando si gestisce la miseria – piaccia o no – scoppiano le guerre tra poveri. La destra – com’è ovvio – plana sulle contraddizioni sociali per avanzare una proposta in realtà più classista che razzista in senso stretto. E noi rischiamo di consegnare milioni di lavoratori alla Lega e a Forza Nuova, perché ci limitiamo alle giaculatorie di un antifascismo puramente ideologico, che non entra nel merito di quelle contraddizioni e alla fine si rifugia nella politica della pacca sulla spalla. Il problema non è la destra che fa la destra, è la sinistra che non fa la sinistra.

C’è un’altra emergenza che viene invece sistematicamente trascurata, salvo qualche intervento sporadico quando ci scappa la tragedia: è la sicurezza sul lavoro. Non è forse questo il vero problema sicurezza nel nostro paese?

Anche qui io credo che sia sbagliato mettere in contrapposizione la sicurezza sul lavoro e la sicurezza personale. La nostra gente sente entrambe come problemi e d’altro canto – come dicevo –è normale che quando aumentano la povertà e il disagio sociale aumenti anche la criminalità di strada. Basta andare a rileggersi La condizione della classe operaia in Inghilterra di Engels per vedere come si tratti di un fenomeno ricorrente, in cui l’immigrazione (all’epoca quella irlandese) gioca spesso un ruolo determinante. L’amplificazione mediatica c’è. Il recente studio di Diamanti dimostra che i media amplificano l’intensità con cui la gente percepisce il problema (in realtà muoiono più lavoratori in azienda che in strada). Ma attenzione: amplificano il problema, non lo inventano. Quanto alla sicurezza sul lavoro bisogna scegliere: o il mercato, la competitività e il taglio dei costi oppure l’incolumità dei lavoratori. Le lamentazioni di Napolitano tutte le volte che si verifica un “incidente” sono un raro esempio di ipocrisia: alle 10 piange e alle 11,30 va a un convegno organizzato da Assindustria per dire quanto è bello il libero mercato, così come nel ’56 scriveva su L’Unità che i carri armati a Budapest erano un contributo alla distensione e alla pace nel mondo. Aggiungo che il diritto alla sicurezza va reso esigibile nei posti di lavoro rafforzando il potere contrattuale dei lavoratori. Le migliori leggi del mondo e i più zelanti ispettori non possono contrastare il progressivo restringimento della capacità dei lavoratori di opporre resistenza a pratiche rischiose. Chi ha votato leggi che mettono i lavoratori in un angolo, come il protocollo sul Welfare, è obiettivamente complice del massacro.

Torniamo al VII Congresso di Rifondazione Comunista: da una parte si avanza la proposta della “Costituente della sinistra” e dall’altra quella della “Costiente dei comunisti”. È un bisogno di unità o una ricerca forzata di assemblaggio di culture simili che portino ad una semplificazione del quadro politico nel frammentato mondo della sinistra italiana?

In realtà nel congresso di Rifondazione c’è un’unica proposta di costituente: quella avanzata da Vendola. La costituente comunista è un’idea di Diliberto, rispetto alla quale ripeto quello che sto dicendo rispetto a tutte le formule di ingegneria partitica che compaiono sui giornali e si affacciano anche nel nostro congresso: che prima di decidere di che colore è la scatola bisogna decidere cosa ci sta dentro. Questo lo chiedo a Vendola come a Ferrero, a Diliberto come a Ferrando e a Turigliatto.

In mezzo alle “costituenti” c’è posto per una posizione unitaria e radicale allo stesso tempo: un rafforzamento dell’esistente per una prospettiva unitaria della sinistra che rispetti le singole identità?

Presentare il dibattito congressuale come una discussione polarizzata tra le due costituenti è un espediente tattico della mozione uno, che riecheggiando la retorica degli opposti estremismi prova a mettersi al centro. È un approccio che nella politica italiana ha sempre pagato, ma che in una fase di polarizzazione sociale e politica è destinato a portare male. L’espediente è assolutamente legittimo, come lo è per me ricordare le dichiarazioni di simpatia per Ferrero rilasciate da Diliberto al Corriere e anche che alle iniziative sotto la sigla Comunisti Uniti con esponenti del Pdci e della mia mozione, fanno riscontro, cito solo un esempio, i manifesti di cui Genova è tappezzata in questi giorni, coi nomi di Marco Rizzo, Gianni Vattimo, rappresentante dei Comunisti Uniti, e Claudio Grassi. Quindi diciamo che Diliberto sta aprendo una interlocuzione con settori diversi del Prc. Il punto non è con chi si discute – io discuto con chiunque me lo chieda – ma cosa si dice e dove si vuole andare. E poi, chi con Diliberto ha fatto l’Arcobaleno e ha sostenuto Prodi fino alla morte ci vuole dare lezioni? Mi sembra una barzelletta.

Noi diciamo che ci vuole un partito comunista dentro una sinistra anticapitalista e intendiamo due cose. Primo: che è l’idea dell’unità a prescindere che alla fine produce la sconfitta e la frammentazione. A noi non interessa una sinistra arlecchino, ma una sinistra dei lavoratori che si ponga in alternativa secca al Partito Democratico per costruire l’altro mondo possibile che invocavamo a Genova. Secondo: che nella storia la sinistra di classe è andata avanti quando si consolidavano al suo interno le forze più radicali, di solito comuniste, e non viceversa.

Secondo la posizione che qui rappresenti sono da escludere rapporti con il Partito Democratico o un dialogo su determinate tematiche è ancora possibile? E se sì, a che livello?

I rapporti si tengono con chiunque ma il problema è per fare cosa. Io sono disponibile all’unità d’azione con chiunque sul terreno degli obiettivi concreti. In altre parole: se domani Epifani dichiara lo sciopero generale contro Berlusconi io aderisco. Se un pezzo del Pd si mobilita insieme ai Verdi sul nucleare io ci sto, ma non sono disponibile ad alleanze politiche organiche per il semplice fatto che non possono avere alcun fondamento, se non quello di dividersi qualche assessorato. Vendola e Ferrero tengono la porta aperta all’ipotesi di alleanze con un Pd develtronizzato. Ma il Pd oggi e domani incarnerà gli interessi del blocco sociale costituito da Confindustria e dal capitale finanziario, mettendo al loro servizio le burocrazie politiche e sindacali ex Ds-Dl. Evocare dinamiche di altro segno significa ancora una volta raccontare quella dell’uva, come è successo a Venezia. Salvo poi pentirsi al novantesimo minuto dopo aver incassato tre gol.

Puoi rivolgere un invito al voto per la tua mozione cercando di esprimere, al comtempo, una sintesi estrema della medesima?

Primo: stiamo facendo una discussione astrusa, indecifrabile e tutta ripiegata su se stessa, in cui si sprecano le formule di ingegneria partitica, mentre manca completamente uno sforzo di analisi del mondo, della società e delle classi subalterne e manco a dirlo un progetto comprensibile che parli di cose concrete: il carovita, la precarietà, lo scontro nel sindacato, gli effetti materiali dell’unificazione europea o della globalizzazione sulla vita delle persone. Cerchiamo di immedesimarci in un lavoratore che avesse la disgrazia di trovarsi in mezzo alla nostra discussione congressuale. Probabilmente si chiederebbe: ma io di un partito così cosa me ne faccio? Noi stiamo cercando di definire alcune condizioni politiche per costruire un partito utile, cioè uno strumento per portare a casa dei risultati, un partito marxista solido e combattivo, un partito di lotta e non di governo, radicato nella società, democratico e in grado di diventare un punto di riferimento per i settori più radicali nel sindacato, tra i giovani, nei movimenti di lotta.

Secondo: noi diciamo no alla liquidazione prima politica e poi organizzativa della rifondazione comunista e su questo siamo disponibili alla massima unitarietà con chi ci sta. Ma allo stesso tempo rivendichiamo la massima autonomia nel dire che o si svolta a sinistra rompendo con la politica di questi anni oppure si va rapidamente verso l’autodistruzione. In questo senso consideriamo positiva la contraddizione che si è aperta nella vecchia maggioranza e non siamo equidistanti tra Ferrero e Vendola. A Genova gli effetti della gestione “vendoliana” li abbiamo visti: la federazione si è trasformata in un comitato elettorale con annesso ufficio di collocamento per aspiranti professionisti della politica. Ma ai “ferreriani” diciamo che non si può contestare questo tipo di gestione e salvare la linea politica a cui tale gestione è funzionale, cioè stare dentro la Giunta Vincenzi, magari fino all’arresto dell’ultimo assessore, recitando la litania del programma. La contrizione è sempre un fatto positivo, ma se non subentra il pentimento operoso si rimane nel peccato. La metafora odora un po’ di sacrestia, ma penso che non dispiacerà né a Vendola né a Ferrero.