Riflessione sulla bomba

Qualche giorno fa (il 28 maggio) si è conclusa a New York la Conferenza sulla revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, cui hanno partecipato 189 paesi e che è durata quasi un mese. La stampa ne ha parlato poco e ha presto derubricato l’evento all’ennesimo esercizio di buone intenzioni senza risultati concreti. Quando si parla di armi nucleari il pessimismo è d’obbligo e certamente a seguito della conferenza il mondo non è oggi più sicuro contro una catastrofe nucleare. Tuttavia un passo avanti c’è stato.

La precedente conferenza del 2005 si era conclusa con un nulla di fatto senza che venisse approvato alcun documento. Erano gli anni della “trionfante” presidenza Bush. Gli Stati Uniti rivendicavano il diritto ad un “primo colpo” nucleare, si erano ritirati dal trattato anti missili balistici; il trattato START per la riduzione delle armi strategiche con la Russia era da anni su un binario morto.
Oggi il clima è cambiato. Fin dall’inizio del suo mandato Barack Obama ha affermato il suo impegno per un mondo denuclearizzato. L’ha fatto nel discorso alle Nazioni Unite del 2009 e in quello di accettazione del premio Nobel per la pace. A marzo è stato finalmente concluso un trattato START che riduce drasticamente gli arsenali nucleari delle due superpotenze. Poche settimane fa la Casa bianca ha emanato il nuovo documento di strategia nucleare (“Nuclear Posture Review”) in cui si impegna a non sviluppare nuove armi atomiche e a non usarle nei conflitti convenzionali. Un piccolo passo avanti l’ha segnato anche la Gran Bretagna, che per la prima volta ha dichiarato la consistenza del proprio arsenale nucleare (225 bombe di cui 160 attive). Si attende che anche gli altri paesi del club nucleare (Cina e Francia) facciano lo stesso.

Naturalmente i nodi rimangono e sono gravi. Mancano all’appello i tre paesi – India, Pakistan, Corea del Nord — che, non facendo parte del trattato, hanno sviluppato un arsenale nucleare e i sistemi missilistici per utilizzarlo in guerra. Manca anche all’appello Israele che non ha mai ammesso di avere la bomba, ma che sicuramente ne ha un numero paragonabile a quello del Regno Unito. Ci sono poi i paesi come l’Iran che ha un programma nucleare dichiaratamente a scopi pacifici, ma che potrebbe a breve trasformarsi in militare. E infine c’è il drammatico pericolo che organizzazioni terroristiche entrino in possesso di armi atomiche con cui colpire i propri avversari ideologici con attacchi che farebbero impallidire quelli dell’11 settembre. (Una possibilità concreta dato l’alto numero di armi nucleari smantellate e di materiale fissile in giro per il mondo.)
Si dirà anche che tutti gli impegni presi nella conferenza di New York sono non solo inadeguati, ma anche ipocriti, dal momento che nel mentre che si denuncia il pericolo delle armi nucleari, chiunque ne possiede una (o centinaia o migliaia) non è disposto a rinunciarvi. La storia dei tentativi di messa al bando della bomba è fatta di fallimenti. Nel 1946 il rappresentante americano nella apposita commissione delle Nazioni Unite, Bernard Baruch, ne propose l’abolizione totale, ma l’Unione Sovietica, che stava allora costruendo la propria bomba, vi si oppose. Da allora è stata una rincorsa continua a sviluppare sempre più e sempre più potenti, precisi e sofisticati ordigni nucleari. All’inizio degli anni ’80, prima che Ronald Reagan e Michail Gorbachev iniziassero a smantellarli, si calcola che nel mondo ci fossero oltre 65.000 ordigni, ridotti a circa 20.000 nel 2002 e a meno di 5000 dopo il nuovo trattato START.

La ragione dell’ipocrisia sta nel fatto che per gli uomini di stato (democratici e non) la bomba non è mai stato un male assoluto. Lo considerano sicuramente un pericolo, ma anche un’opportunità. A pensarlo non è soltanto lo scienziato pazzo di Kubrick (“Il dottor Stranamore”), ma studiosi internazionalisti “rispettabili” come John Mearsheimer o più di recente Gary Schaub (sul “New York Times”). La bomba, sostengono costoro, è servita a mantenere la pace durante la guerra fredda, che in assenza della minaccia di una Distruzione reciproca assicurata (MAD) si sarebbe trasformata in una guerra calda devastante quanto e più della seconda guerra mondiale. Ma è servita anche di recente ad impedire che i conflitti degenerassero in guerre distruttive. E’ il fatto che la Corea del Nord possiede la bomba atomica che in questi giorni ha impedito un’escalation ulteriore del conflitto tra le due Coree. E così in Medioriente. Certo, nella regione non c’è la pace, i palestinesi sono sottoposti ad inaccettabili sopraffazioni, ma chi si contenta può trarre soddisfazione dal fatto che dal 1973 non vi sia stata una guerra generalizzata tra Israele e gli stati arabi, proprio perché, disponendo Israele dell’arma atomica, i suo vicini sono stati dissuasi dall’attaccarlo (il che però non ha impedito che Israele attaccasse i palestinesi e i libanesi).
Magra soddisfazione, che può contentare chi ama la danza della morte sull’abisso! Perché, se è vero che l’arma atomica può essere un deterrente, non può esserlo indefinitamente via via che altri paesi ne entrano in possesso. In ogni caso si tratta di un gioco molto pericoloso – la cui posta è la distruzione totale — che presuppone il calcolo razionale di tutte le parti nel conflitto, il che non è detto che si verifichi sempre e comunque.

Su questo terreno di paura e di opportunità si è mossa la conferenza di New York. Ha ribadito che il mondo deve diventare non nucleare e ha fissato una data: il 2025 (poca cosa, ma è la prima volta). Sulla proliferazione, non si è limitata a condannarla, ma ha posto nuovi vincoli e controlli, ha istituito un nuovo organismo che dovrà renderli effettivi, ha invitato i paesi nucleari che non ne fanno parte ad entrare nel Trattato di non proliferazione. Soprattutto, ha dato concretezza all’impegno già preso e disatteso 15 anni fa, di creare un Medioriente non nucleare, convocando per il 2012 una conferenza appositamente su questo punto.
Nessuno si illude che senza una pace generale nella regione – e quindi senza porre fine una volta per tutte al conflitto israelo-palestinese — sia possibile portare avanti la denuclearizzazione del Medioriente. E tuttavia il passo avanti c’è. Se l’obbiettivo sarà raggiunto dipenderà da tutti i soggetti coinvolti, in primo luogo da Israele e dal suo principale alleato, gli Stati Uniti (che hanno accettato la proposta di conferenza, pur tra molti distinguo), ma anche dai paesi arabi e mussulmani, Turchia e Iran compresi.
Disarmo, non proliferazione, Medioriente non nucleare, sono i tre obbiettivi posti dalla conferenza per i quali vale la pena che la comunità internazionale e l’opinione pubblica mondiale si impegnino negli anni a venire.