Ricostruzione record targata Hezbollah

Gracias Chavez, sei un grande leader arabo» afferma la scritta sotto un poster del presidente venezuelano all’ingresso di quella che un tempo era la sede della televisione «Al-Manar» di Hezbollah. Parole polemiche verso quei leader mediorientali che si sono rivelati meno «arabi» di Chavez nel sostenere il popolo libanese durante i 34 giorni di offensiva israeliana. Accanto all’alfiere della riscossa sudamericana contro l’imperialismo Usa, non manca un ritratto enorme di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah e forse di molti milioni di arabi di tutte le fedi che in lui vedono il simbolo della «resistenza» a Israele e Usa.
È Ramadan e nel quartiere di Haret Hreik alla periferia meridionale di Beirut il rispetto del digiuno è assoluto da parte dei musulmani che vi abitano. Fa caldo, un caldo umido, e sul volto sofferente dei passanti si legge il desiderio di bibite ghiacciate. Eppure l’afa e la sete non bloccano, neanche per un solo minuto, le migliaia di operai impegnati nelle ricostruzione di case e palazzi, nella riparazione di appartamenti danneggiati dalle migliaia di tonnellate di bombe e missili sganciati in questa zona dall’aviazione israeliana tra luglio ed agosto. Il ritmo di lavoro è sostenuto, incredibilmente alto, e dove appena qualche settimana fa c’erano colline di macerie e distruzioni, oggi ci sono cantieri e mezzi pesanti al lavoro per ridare una abitazione a migliaia di famiglie (25mila secondo cifre ufficiose) rimaste senza un tetto. La casa dove viveva Nasrallah invece continua ad essere un cumulo di macerie, quasi a voler dire che qui non si fanno differenze e che ridare un tetto al leader non è prioritario. Non resta più nulla di ciò che un tempo erano l’ufficio e la residenza del sayyed Mohammad Fadlallah, ayatollah degli sciiti libanesi. Dall’altra parte della strada, a pochi metri di distanza, svetta ancora il campanile della chiesa greco-ortodossa che la domenica si riempie dei fedeli cristiani residenti ad Haret Hreik e Bir Al-Abed, le «roccaforti di Hezbollah», come amavano ripetere giornali e televisioni quasi a voler giustificare la devastante offensiva aerea israeliana. Qui invece vivevano e sono tornati a vivere semplici cittadini, operai, commercianti, insegnanti, libanesi di religioni diverse che in comune hanno una cosa: un reddito troppo basso per potersi permettere la vita scintillante del centro e dei quartieri ricchi di Beirut.
Sventolano comunque tante bandiere gialle di Hezbollah ad Haret Hreik e Bir Al-Abed, anche per testimoniare l’impegno di Nasrallah nel mantenere le promesse. «Il sayyed (Nasrallah) ci ha detto che presto avremo una nuova casa e noi siamo certi che manterrà la parola», dice Hussein Kateb, un commerciante, sposato con tre figli, che ha perduto tutto durante i 34 giorni di guerra. «Abbiamo già ricevuto i soldi necessari per pagare l’affitto dell’appartamento dove ora viviamo e non possiamo certo lamentarci», aggiunge tra i cenni di approvazione dei presenti.
La corsa contro il tempo di Hezbollah ha l’evidente obiettivo di dimostrare non solo la sua efficienza ed organizzazione ma anche la capacità di essere una «forza nazionale», al servizio di tutto il Paese e non solo dei musulmani sciiti. «Hezbollah ha consegnato a tutte le famiglie rimaste senza casa, comprese quelle cristiane e sunnite, un assegno di 12 mila dollari che copre per un anno il costo dell’affitto di un appartamento e sta facendo tutto il possibile per costruire di migliaia di case per gli sfollati. Abbiamo aperto centinaia di cantieri in tutto il paese», riferisce Ali Ashtan, un funzionario della «Jihad al-Binah», l’impresa di costruzioni di Hezbollah. È chiaro che l’eventuale successo di questa gigantesca operazione in corso – possibile grazie alle donazioni e ai generosi finanziamenti giunti dall’Iran – andrebbe ad aggiungersi alla «Nasr min Allah», la «Vittoria Divina» su Israele, evocata da Nasrallah dopo la guerra e che lo scorso 22 settembre circa un milione di libanesi (e non erano tutti sciiti) hanno celebrato a Beirut. Avrebbe peraltro un impatto forte anche sulla scena politica nazionale, dando maggior peso alla richiesta di Hezbollah di dimissioni del governo Siniora e di formazione di un esecutivo di unità nazionale nel quale, evidentemente, i partiti del fronte antisciita e antisiriano («14 marzo») abbiamo meno potere, meno influenza. A partire da «Mustaqbal» di Saad Hariri (figlio dell’ex premier assassinato Rafiq Hariri), alleato degli Stati uniti ma messo in grave imbarazzo dall’aperto sostegno offerto da Washington all’offensiva israeliana che ha causato la morte di quasi 1.300 libanesi e distruzioni immense. «(Saad) Hariri pensava con le sue imprese e quelle dei suoi alleati sauditi di arricchirsi ancora di più attraverso la ricostruzione del Libano ma la Jihad al-Binah lo ha impedito», commenta Ali Ashtan mentre si dirige al tendone eretto da Hezbollah nella zona dove un tempo sorgeva il quartier generale del partito.
Non fanno bene alla stabilità del governo in carica peraltro le polemiche sulla gestione della ricostruzione divampate dopo le dichiazioni al vetriolo rilasciate da Fadl Shalak, il dimissionario capo del «Comitato per la Ricostruzione e lo Sviluppo» (Crs) del Libano. Shalak, che pure accanto ad Hariri aveva svolto un ruolo centrale nella ricostruzione del paese dopo la guerra civile (1975-90), ha accusato il governo di aver «gonfiato» i danni alle infrastrutture in modo da poter avere fondi supplementari dalla comunità internazionale. Secondo l’ex responsabile del Crs, per ricostruire le strade, i ponti, le reti idrica ed elettrica, il governo ha bisogno di non più di 600 milioni di dollari e non di un miliardo di dollari (i Paesi donatori hanno promesso fondi per 896 milioni di dollari). Shalak ha accusato non meglio precisati esponenti del governo di avere rapporti con importanti imprese edili. Il nuovo capo del Crs, Nabil Jisr, respinge le accuse e precisa che i 98 milioni di dollari già investiti nella ricostruzione, sono stati assegnati seguendo i criteri scelti dai paesi donatori.