Ricostruire il Partito Comunista per dare dignità ad una generazione

Nel suo articolo sulla “rivoluzione antropologica italiana” Pasolini parla della FGCI, l’organizzazione giovanile del PCI, come l’unica scelta culturale possibile: il consumismo ed il pensiero unico hanno intaccato la società a tal punto da non lasciare scampo nemmeno alle forze della sinistra radicale ed extra-parlamentare. Pasolini salva la FGCI da questa “accusa”. Scegliere questa organizzazione non significava solamente chiamarsi fuori dalle logiche dell’ideologia dominante, ma costruire quotidianamente le basi per una nuova società che già viveva in forma embrionale dentro la FGCI stessa. Lo schema del “Paese buono dentro il Paese cattivo” utilizzato per descrivere il PCI era valido anche per la sua organizzazione giovanile.

Oggi che il PCI non c’è più (e bisognerebbe riflettere su cosa sia diventato il paese e la sinistra tutta, dopo la scelta di sciogliere il più grande partito comunista dell’Occidente), il muro di Berlino è crollato e la sinistra italiana stenta ad uscire dalla sua crisi, ci è difficile capire appieno il senso di queste parole. La cosa certa è che la crisi culturale e di radicamento del movimento comunista italiano, ed anche della sinistra, è arrivata ad un punto di rottura talmente profonda che dobbiamo capire gli errori che ci hanno portato a questa situazione e comprendere in che termini si può rilanciare oggi un progetto per la trasformazione sociale. Ingrediente essenziale di tutto questo è sicuramente un forte legame con le generazioni più giovani.

Non intendo soffermarmi troppo sull’analisi dei motivi della crisi, quanto concentrare l’attenzione su due delle spiegazioni che spesso vengono addotte per descrivere la parabola discendente del movimento comunista in Italia. La prima, impugnata da Occhetto passando per Bertinotti fino a Vendola, sostiene che non vi sono più le condizioni oggettive perché in una società come la nostra viva ed operi una forza comunista. Questa affermazione è smentita nettamente dai fatti: basta allargare gli orizzonti ed uscire dai confini nazionali per vedere come le forze comuniste in molte aree del mondo stiano crescendo ed accrescano continuamente la loro influenza nella società in cui operano anche in paesi che, come l’Italia, sono membri della NATO e dell’UE. Chi oggi milita in una forza comunista e crede che la tesi delle “condizioni oggettive” sia vera è meglio che cerchi immediatamente un’altra collocazione politica: è la scelta intellettualmente più onesta. La seconda argomentazione, a mio parere più raffinata, riguarda la tesi secondo la quale la sinistra è perdente e non riesce ad avere un ruolo di rilievo nella società, perché ha “introiettato il punto di vista del nemico”. E cioè ha accettato, metabolizzando inconsciamente e quindi acriticamente, il duro attacco sul terreno delle idee da parte del pensiero unico che, dopo il 1989, si è imposto in maniera assoluta e trionfante su scala mondiale. Ciò è avvenuto anche perché la discussione sull’auto dissoluzione del PCI non è stata mai realmente affrontata, neanche da chi, pur rifiutando la Bolognina, ha continuato a definirsi comunista, ed anzi è stata messa fuori dalla porta per poi rientrare dalla finestra nei momenti in cui il dibattito a sinistra ha inasprito i suoi toni. Questo processo ha condotto alla mancata elaborazione di una risposta culturale in grado di incidere significativamente dentro la società. L’aver assunto anche le passioni più tristi del pensiero unico ha mutato antropologicamente una comunità politica che ha progressivamente smesso di rappresentare quella diversità culturale, quel corpo sano dentro la società malata. Credo che questa sia una possibile chiave di lettura che tiene conto di un aspetto importante, quello, appunto, giocato dai comunisti dentro l’immaginario collettivo. Il che ha delle ricadute dirette sulle scelte tattiche e sulla linea politica.
Queste due tesi sono fortemente legate: “introiettando il punto di vista dell’avversario” si finisce col convincersi delle mutate condizioni che oggettivamente pongono ai margini, fino alla sua completa dissoluzione, una prospettiva comunista. Come se il capitalismo fosse tutto d’un tratto diventato più umano e le sue intrinseche contraddizioni risolte.

Questa chiave di lettura è valida anche per l’analisi delle organizzazioni giovanili che hanno rifiutato lo scioglimento del PCI e della FGCI ed hanno cercato, tra mille sforzi e contraddizioni, di rinnovare e rifondare un pensiero. Nel corso degli anni queste contraddizioni sono emerse ed hanno innescato un meccanismo che ha portato la discussione, schematizzo per semplicità, dal tema del “rinnovamento” e della “rifondazione” a quello della liquidazione. Il corpo dei GC è stato travolto da un mutamento antropologico molto forte: dalla teoria della fine del lavoro, arrivando alla liberazione dal lavoro, fino allo schema squisitamente “bertinottiano” della rappresentanza delle “marginalità”. A questo atteggiamento va sommata una linea politica ondivaga che, partendo dal massimalismo più duro, è approdata poi ad un governismo sfrenato, una delle cause della disfatta. Questo atteggiamento è stato l’elemento che ha contribuito maggiormente all’appiattimento sul piano elettorale che così è divenuto il momento principale dell’elaborazione e dell’iniziativa politica. In più la dialettica tra l’organizzazione giovanile del Prc (GC) e quella del Pdci (FGCI) è stata sempre vista dai primi come una dialettica tra il “nuovo” ed il “vecchio”, tra l’”innovazione” e la “restaurazione”, determinando così una lettura delle cose che, oltre a non fare i conti con la realtà, ha creato inutili divisioni e ulteriori frammentazioni. Oggi, dopo gli anni della liquidazione, ci troviamo di fronte alla necessità di ricostruire una forza comunista, e dentro questo processo di ricostruzione dobbiamo anche rilanciare un progetto in grado di cogliere il senso comune delle giovani generazioni per favorirne una maggiore consapevolezza.

Vorrei ragionare su un punto che mi sembra abbastanza centrale: le prospettive di vita di milioni di giovani. Credo che l’aspirazione al posto fisso sia meno pervasiva che negli anni passati e credo che un’etica anglosassone del lavoro stia affermandosi da qualche anno anche dentro la nostra società. L’idea della flessibilità, cioè una precarietà protetta da elementi nuovi di welfare state, si presenta spesso come una buona risposta, spesso come preferibile alla sicurezza e all’autonomia economica perché percepita come garante di uno stile di vita che permette all’individuo di spostarsi, di viaggiare, di fare nuove esperienze e aumentare il proprio patrimonio culturale. Penso che da un lato l’ambizione al posto fisso e alla sicurezza economica rimanga ancora negli strati della popolazione più disagiati che non hanno alcuna sicurezza se non, appunto, quella di un lavoro sicuro, mentre l’idea della “precarietà protetta” sia preferita da chi può comunque contare su una serie di certezze. Credo che uno degli effetti della crisi economica sia quello di ridurre al minimo indispensabile il ceto medio e di far svanire l’idea che ha iniziato ad affacciarsi all’inizio degli anni novanta, cioè quella della fine del lavoro. Non voglio farla lunga su questo punto, ma credo che sia un elemento dal quale partire per rilanciare una proposta politica all’altezza. Credo che negli anni l’assenza di una resistenza all’attacco frontale che il capitale ha mosso nei confronti del lavoro, cioè l’assenza di una forza radicata nella società, “organica alla classe”, in grado, grazie al suo radicamento, di esercitare un ruolo dentro il senso comune, sia stato uno degli elementi che da un lato ha favorito la riduzione del costo del lavoro e dall’altro ha determinato il progressivo annullamento di quegli anticorpi costruiti con anni di lotte in difesa dell’idea di lavoro come l’elemento di stabilità e di emancipazione. Con questa situazione una organizzazione giovanile non può non fare i conti. Dobbiamo essere in grado di produrre una elaborazione politica che si presenti come euristica, cioè che contenga in se gli elementi in grado di produrre un cambiamento della prospettiva di vita, un cambiamento risolutore.

La crisi economica e la crisi sociale non fanno altro che aggravare le condizioni precarie delle nuove generazioni: i tagli alla scuola, all’università e alla ricerca, lo smantellamento costante dei diritti, la continua precarizzazione del mondo del lavoro che si traduce nella precarietà dell’esistenza e la complessiva assenza di un futuro, sono gli elementi che marcano fortemente la nostra generazione. In un certo senso sono elementi peculiari della nostra generazione, ma credo che le cause vadano cercate nell’attacco di classe che il capitale ha sferrato contro il lavoro. Per dirla coi classici la caduta del saggio di profitto impone lo spostamento delle risorse su terreni di valorizzazione del capitale ( la guerra ) e impone un taglio ai diritti e al costo del lavoro per aumentare la produttività. Credo che questa sia la spiegazione principale -non escludo che vi possano essere altre spiegazioni marginali e supplementari- conseguente allo smantellamento dei diritti e alla negazione del futuro a milioni di persone.

Assumendo questa linea di pensiero ci risulta difficile continuare a trattare le questioni di cui abbiamo parlato fin’ora in termini esclusivamente generazionali. La risposta che dobbiamo costruire nella società è necessariamente una proposta che getti le fondamenta per la trasformazione sociale, in grado di parlare ad un vasto pezzo di società e che renda visibile il fatto che è il modello capitalista ad essere in crisi, costruendo su questo il primo elemento di coscienza.

Per tornare alla politica, credo che la costruzione di soggetti ampi ed inclusivi che vanno a produrre alleanze e unità di azione tra varie organizzazioni giovanili e in grado di intercettare vari pezzi della nostra generazione sia una proposta positiva, che comunque non può prescindere da un profondo e necessario confronto teorico-politico. Tuttavia credo che questa operazione, per avanzare nella società, dovrebbe assumere un forte carattere antagonista e riprendere le questioni di classe. In ogni caso è del tutto evidente che non esaurisce il bisogno di dare una risposta al tema della “questione comunista” in Italia.

Un fronte generazionale deve costituirsi ed avere il carattere più inclusivo possibile. E’ stato così nella storia. Basta pensare al Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, che aveva come minimo comune denominatore la lotta al fascismo, ma che non eludeva la necessità dell’organizzazione giovanile dei comunisti. Credo che sia un fatto molto positivo il fatto che si voglia creare una struttura eterogenea in grado di ospitare e rappresentare le differenze, in grado di includere associazioni e strutture politiche che si occupano esclusivamente di alcuni temi (ambiente, antimafia, beni comuni, scuola, università, ecc..). A patto di non far venir meno l’impegno per la costruzione di una nostra organizzazione giovanile comunista. Quest’ultima va organizzata a partire dalle forze in campo esistenti e deve svolgere il suo ruolo anche negli spazi di discussione, nei contesti e nei luoghi più diversi. Dobbiamo in questo senso dotarci di un punto di vista complessivo che sia in grado di penetrare in ogni ambito della società e sia in grado di dare una risposta generale riportando le questioni entro la loro dimensione strutturale. Per dirla schematicamente: dobbiamo dar vita ad un’organizzazione in grado di produrre lavoro di radicamento sociale e di proposta politica, di affermare un’altra concezione del mondo, alternativa alle dinamiche ed ai rapporti sociali costruiti dal pensiero unico. Credo che questo sia il nostro compito. Ben vengano i fronti ampi e le strutture partecipate ed attraversate da molteplici esperienze, ma questo non deve allontanarci dalla questione principale, quella della ricostruzione di una grande organizzazione giovanile comunista, altrimenti ci ritroveremo inesorabilmente ad aessere incapaci di costruire un punto di vista diverso (e rivoluzionario) al pensiero unico dominante.

Dobbiamo dotarci di una organizzazione giovanile che sappia essere intellettuale collettivo, in grado di porre in forte dialettica una grande elaborazione collettiva con l’attività politica, che parli un linguaggio comune e condiviso e che, soprattutto, sia in grado di incidere sulla vita delle persone. Da un lato essere soggetti protagonisti della lotta per il miglioramento delle condizioni di vita, cioè rappresentarne l’avanguardia, dall’altro costruire una comunità politica all’interno della quale prefigurare i caratteri di una società diversa.