Ricostruire gli anticorpi sociali

Da 36 giorni i lavoratori e le lavoratrici dell’Irisbus di Flumeri (AV) presidiano il “loro” stabilimento, decisi ad andare fino in fondo.

In queste settimane la politica ha portato la solidarietà, gli amministratori hanno annunciato che si dimettevano, si sono consumate pagine intere di giornali con dichiarazioni, le quali hanno rappresentato il nulla. Il governo in due incontri è stato “defunto”, la Fiat ha dimostrato di poter camminare senza freni e di decidere sul futuro dell’Italia, anche per colpa di una classe dirigente incapace di affrontare le questioni. Una classe dirigente priva di soluzione, di prospettiva di svolta, perché dagli anni novanta, ha abbandonato la sua funzione, per servire il potere economico e finanziario, che decide, ogni cinque anni quale coalizione votare.

La politica prima di parlare, a volte o forse sempre, dovrebbe stare in silenzio, ascoltare, toccare e scrutare negli occhi grandi, persi e poco dopo pieni di speranza degli operai, che fanno male, le loro proposte e fare diventare i loro problemi, le loro difficoltà e le loro paure, il vissuto di una classe dirigente che si è posta di governare. Quando la politica, non è grado di dare risposte e individuare soluzioni in senso propositivo, rappresenta il fallimento.

L’Irisbus di Flumeri ci parla del futuro incerto e avvilente; e proprio per questo non possiamo cancellare la memoria storica: lo stabilimento, nato nel 1978, prevedeva il lavoro per 3.000 operai, occupazione mai raggiunta perché nei periodi di forte produzione, ha lavorato circa 1.800 operai. La fabbrica Irisbus di Flumeri, negli anni settanta ha “rubato” il terreno più fertile di una popolazione a vocazione agricola, alla quale è stato proposto il passaggio da contadini a operai, raccontando il miraggio industriale anche per l’Irpinia.

Lo stabilimento ha avvicendato la terra, le vacche, gli orti, i trattori e i contadini. La gente era felice, i politici di turno, ringraziavo il “re” dell’Irpinia, Luigi Ciriaco De Mita e la produzione inizio alla fine degli anni settanta. Molte persone furono occupate e con il lavoro migliorano i loro requisiti di vita, come ha affermato qualcuno: “Ha consentito di far laurea mio figlio”.

Come scriveva Paolo Pietrangeli, in una notte, prendendo spunto dalle conversazioni che una certa vecchia borghesia faceva a proposito di un’occupazione e dalla cronaca di un piccolo sciopero avutosi a Roma in una fabbrichetta, dove il padrone, un certo Aldo, aveva chiamato la polizia contro i suoi operai che facevano picchettaggio: “Del resto mia cara di che si stupisce anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente che può venir fuori non c’è più morale, Contessa”.

Ben presto lo stabilimento è stato interessato, dai primi operai in cassa integrazione, finanziamento da parte dei vari governi, ma senza prevedere un piano industriale di rilancio. I lavoratori e le lavoratrici, in questi anni, hanno accetto ogni condizioni per il mantenimento del sito di produzione.

La Fiat Iveco con un documento consegnato alle Rus, ha avvertito la cessione a società che opera con logiche industriali e finanziarie anche nell’ambito di diversa area di business. La Fiat nel documento, scrive che la scelta è stata imposta dalla grave crisi che ha colpito il mercato di autobus, portando drasticamente la riduzione delle immatricolazioni. Il gruppo Fiat non racconta la verità, dimentica di aver vinto la gara di appalto per la produzione di sessantacinque autobus per la regione Piemonte. La commessa, anche come hanno rilevato i vertici sindacali, sarà dirottata allo stabilimento francese di Annonay, vicino a Lione, dove Fiat produce il 65 % degli automezzi Irisbus. La restante parte di produzione sarà realizzata nello stabilimento di Visokè Myto, nella Repubblica Ceca. La Fiat Iveco, nella verde Irpinia, chiuderà i battenti senza un motivo, senza un dialogo con gli operai, senza un’idea di progetto, del presente dei lavoratori, delle lavoratrici e delle loro famiglie. La questione Irisbus Valle Ufita, oggi, non è solo una questione interna, assume valore nazionale, perché rientra nella politica di delocalizzazione aziendale che il colosso Fiat sta portando avanti in Italia e nel Meridione. Rientra nel dissesto economico e sociale del Paese Italia. Dall’inizio del 2001 l’economia italiana è bloccata. Dagli ottanta è in atto un progressivo ridimensionamento della grande industria. Gli imprenditori preferiscono scegliere la strada della flessibilità o della delocalizzazione. In una parola, si è imboccata con decisione la “via bassa” dello sviluppo, basata sul contenimento dei costi: bassi salari e flessibilità. La questione Irisbus, come per gli altri stabilimenti del Mezzogiorno, è causa dei riflessi sociali di queste scelte gravi fatti dai governi del centro-sinistra e del centro-destra.

Nessuno parla di una “via alta” dello sviluppo, fondata sulla qualità (sociale e ambientale) e sull’innovazione di processi produttivi e di prodotti, sul lavoro non precario e sulla qualificazione professionale e salariale, sull’equità redistributiva.

La Fiat Iveco, vende lo stabilimento innovativo (la recente ristrutturazione è costata a Fiat o allo Stato, circa 8 milioni di euro), in grado di produrre autobus con requisiti d’innovazione e di efficienza, che consentirebbero all’Italia di non essere multata e deferita dall’Europa per il non rispetto di direttive comunitarie, sul tema ambientale e di sicurezza degli utenti.

In questi giorni, nei diversi appuntamenti al presidio si è parlato di “questione meridionale”, come tema nazionale. Qualche politico ha dimenticato che il rilancio del Mezzogiorno è stato derubricato negli ultimi decenni dall’agenda politica a causa dei cedimenti delle forze democratiche e dall’aggressività di un blocco conservatore, accompagnato dalla spinta antimeridionale della Lega. Si affida al Sud il ruolo di un’area di “modernità squilibrata”, di flessibilità, di precarietà, di alti tassi di disoccupazione e d’illegalità diffusa. A riprova di ciò, l’attuale governo e le forze economiche dominanti pensano al Sud come un territorio in cui applicare la politica speculativa delle grandi opere.

I cittadini irpini, oggi, hanno il compito di chiedere e di intensificare le lotte per fermare l’emigrazione dei giovani, una generazione dopo l’altra, come l’alternarsi delle stagioni. Il dovere di tutti e tutte è di imporre alla politica di costruire un serio programma di sviluppo, il quale non può prescindere da strumenti fiscali che avvantaggino il lavoro contro le rendite. In queste settimane i cittadini irpini hanno il dovere di andare allo stabilimento, perché gli operai e le operaie non possono essere lasciati soli. La loro sconfitta è la distruzione dell’intero territorio e la fine culturale, sociale ed economica dell’Irpinia. La Fiat Iveco e il governo con le non risposte e l’individuazione di soluzioni, vogliono sfibrare fisicamente e mentalmente i lavoratori, per fargli lasciare il presidio.

Per uscire dallo stallo, l’unico grande obiettivo per costruire una nuova società è la proprietà e il controllo sociale della produzione, la programmazione e pianificazione dello sviluppo economico, finalizzati al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità, la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e uno sviluppo equilibrato e rispettoso dell’ambiente, non subordinato alle esigenze di profitto di chi possiede i mezzi di produzione.

I lavoratori e le lavoratrici dell’Irisbus di Flumeri, ormai stufi di essere gli abitante della “periferia dell’impero”, si riprenderanno il loro presente, unendo i giovani alla loro lotta, per ricostruire quei pirati del pensiero, anticorpi sociali di un’umanità intera, per ritornare a sognare un mondo nuovo come fossero bambini.

* Federazione giovanile comunisti italiani Avellino