Ricordando Ken Saro-Wiwa il poeta che disse no alla Shell

Erano in tanti ieri mattina nonostante un clima già invernale, a voler rendere omaggio a Ken Saro Wiwa, poeta e attivista dei diritti umani nigeriano, giustiziato dal regime del suo Paese il 10 novembre di dieci anni fa. La rete di organizzazioni inglesi e nigeriane Remember Ken Saro Wiwa, aveva organizzato, qui e in decine di altre città del mondo, una serie di manifestazioni. Durante quella di Londra, sostenuta dal sindaco Ken Livingstone, si sono alternati interventi di attivisti ed artisti e letture di poesie, tra cui quelle del poeta ucciso. Nei prossimi mesi una serie di artisti dedicheranno Saro Wiwa una mostra. L’evento si è tenuto a pochi passi dalla sede della Shell, dove alle prime ore del giorno alcuni attivisti avevano tenuto una veglia di protesta. Ken Saro Wiwa, infatti, aveva passato gli ultimi anni della sua vita a lottare proprio contro la Shell, potente multinazionale petrolifera responsabile di pesanti devastazioni socio-ambientali nella regione di origine del poeta, l’Ogoniland, nel territorio del delta del Niger. «La campagna iniziata dieci anni fa ha reso cosciente il mondo intero della questione degli Ogoni, il pericolo è che ora quella lotta venga dimenticata e con essa le migliaia di persone uccise in quegli anni per cui nessuno ha pagato, né i politici né le multinazionali», ha dichiarato Ken Wiwa figlio di Saro Wiwa.

Ma quali furono le ragioni che portarono l’allora dittatura nigeriana ad inventarsi delle ridicole accuse di omicidio e a mandare a morte, dopo un processo farsa, Ken Saro Wiwa e altri otto attivisti ogoni? Si volle certamente tappare la bocca ad un poeta, che scriveva pamphlet incendiari per denunciare le devastazioni inferte alla sua terra in nome del petrolio, e manifestare tutta la sua indignazione davanti alla continua violazione dei diritti del suo popolo. Ma soprattutto si volle togliere di mezzo un infaticabile attivista, capace di metter su in pochi mesi il Mosop, il Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni, e di far scendere per le strade dell’Ogoniland ben 300mila persone, che nel lontano 4 gennaio 1993 dichiararono la sussidiaria della Shell in Nigeria persona non grata, riuscendo a scacciare in maniera pacifica il personale impegnato nelle attività estrattive. Un vero affronto per le elite politiche nigeriane, che fin dal boom del petrolio di inizio anni ’70 avevano considerato i ricchissimi giacimenti del Delta del Niger come una sorta di proprietà privata, da sfruttare a proprio piacimento. La Shell e le altre compagnie petrolifere furono subito incoraggiate ad occupare il territorio del Delta. Il tutto senza che le potenti multinazionali pagassero le dovute compensazioni ai legittimi proprietari degli appezzamenti di terra, oppure provassero a mitigare i micidiali impatti derivanti dalle loro attività.

Il barbaro assassinio di Ken Saro Wiwa scosse profondamente la società civile internazionale capace di lanciare la più grande campagna della storia contro una multinazionale, la Shell. Una campagna di successo, se è vero che la società anglo-olandese fu costretta ad abbandonare l’Ogoniland, sebbene non in maniera definitiva. Ma per la Nigeria, e in particolare per altri territori del Delta del Niger, la maledizione del petrolio continua. Gli scempi ambientali non si fermano, tra il crescente malcontento e le proteste, a volte violente, degli abitanti della regione, che dall’estrazione del greggio ricavano a stento le briciole. Molto attiva nella regione è anche l’italiana Eni, soprattutto nell’estrazione di gas naturale in progetti come Bonny Island, su cui grava la macchia di un pesante scandalo di corruzione che vede l’Halliburton di Dick Cheney sul banco degli imputati.

Nella zona negli ultimi mesi è stata considerevolmente aumentata la presenza di contingenti militari e alcuni leader locali sono stati detenuti per intere settimane. Secondo molti una vendetta del presidente Obasanjo contro quelli che vengono definiti «elementi sovversivi». Il rischio di una rivolta in grande stile c’è, ed è concreto. Proprio ieri si è aperto il processo contro Alhaj Dokubo Asari, capo della milizia indipendentista ‘Forza volontaria popolare del Delta del Niger’ (Ndpvf), accusato di «tradimento, cospirazione e assembramento illegale». «É una triste coincidenza e un cattivo presagio. Questa data ci ricorda che la popolazione del Delta del Niger è ancora assediata e che il governo si rifiuta di negoziare» ha commentato Ucche Ukwukwu, uno dei legali di Asari.

La situazione esplosiva del Delta del Niger non ha spaventato il G8, che nel summit di Gleneagles, hanno chiesto alla Nigeria di estrarre più petrolio. Tuttavia, secondo un recente studio condotto da autorevoli Ong ambientaliste (tra cui Friends of the Earth), per un Paese in via di sviluppo l’aumento dell’esportazione di petrolio comporta una crescita del debito. Il rapporto, che si basa sull’analisi dei fattori economici correlati all’estrazione e alla vendita del greggio degli ultimi trent’anni, prova come, contrariamente al senso comune, un raddoppio della produzione abbia generato in media un aumento del debito dei paesi produttori pari al 43% del loro Pil. Insomma quei profitti del petrolio che non sono stati rimpatriati dalle multinazionali, ma sono finiti in Occidente sotto forma di pagamento del debito. In base ai trend del passato possiamo prevedere che qualora il governo nigeriano confermi la sua volontà di estrarre il 160% di petrolio in più entro il 2010, nei prossimi sei anni il suo debito sia destinato a gonfiarsi di circa 21 miliardi di dollari.

Eppure ogni tanto sulla spinosa questione del debito sembra arrivare qualche buona notizia. Lo scorso 19 ottobre il Club dei creditori di Parigi, che include l’Italia, ha infatti confermato l’accordo di cancellazione parziale del 67% del debito nigeriano, per un ammontare di circa 18 miliardi di dollari. La minaccia del parlamento di Lagos di ripudiare il debito odioso, contratto in passato ai tempi della dittatura, ha senza dubbio sortito l’effetto sperato. Allo stesso tempo, però, la Nigeria si è impegnata a ripagare i rimanenti 12 miliardi dovuti ai Paesi creditori attingendo dal fondo petrolifero che potrebbe essere usato per lo sviluppo del Paese. «Dietro le apparenze, il G8 di fatto non perdona: se il prezzo del petrolio schizza alle stelle, per la Nigeria una parte del dividendo viene trasferito verso il ricco occidente in forma di ripagamento del debito. Un principio contro il quale Ken Saro Wiwa ha lottato gloriosamente fino all’ultimo» ha ricordato Jane Trowell di Platform, tra gli organizzatori dell’evento.

*CRBM/Mani Tese