Ricercatori precari, la realtà smonta ogni retorica

Il dibattito che si è svolto in queste pagine su come contrastare la precarietà riflette un bisogno reale nel mondo eterogeneo dell’auto-organizzazione dei precari: allargare la discussione coinvolgendo realtà diverse per territori, settori produttivi, culture politiche e del lavoro, percorsi di mobilitazione.
Essere precari a Milano, Firenze, Napoli non è la stessa cosa, così come essere ricercatori, giornalisti, metalmeccanici, addetti dell’anagrafe o lavorare in un call center. I toni netti possono essere utili a creare un clima di confronto finalizzato al raggiungimento degli obiettivi comuni: un welfare nuovo ed universalistico e la riaffermazione della dignità del lavoro. Di fronte alla piaga della precarietà nel capitalismo flessibile-cognitivo, entrambi gli obiettivi si devono confrontare con il problema comune della redistribuzione delle risorse, tanto per finanziare il welfare che per spingere davvero le imprese a investire nel lavoro e nell’innovazione.
Insomma, è banale dirlo, ma il conflitto non è evitabile. Se si assume che il vincolo a perseguire una politica di equità e di innalzamento della pressione fiscale su profitti e rendite e, con ciò, che il modello di sviluppo neoliberista siano dati immodificabili, si va poco lontano. Sentiamo oggi molte proposte gradualiste, che accettano questi dati, animate dalla buona intenzione di raggiungere risultati rapidi, per quanto parziali. Sono comprensibili se non portano avanti anche il terreno di lotta centrale? L’estensione, la gravità, la trasversalità del precariato si conciliano male con questa prudenza.
Prendiamo l’esempio dei ricercatori precari, una componente emblematica del fenomeno della precarietà: le stime dicono che questi lavoratori rappresenterebbero quasi la metà dei ruoli di ricerca e docenza dell’università italiana (circa 50.000 persone). In tre anni di mobilitazioni, né Università né Governo hanno messo a disposizione dati ufficiali esaurienti. Come è stato possibile nell’ultimo decennio – in un clima di montante retorica sulla necessità di flessibilizzazione – mettere ripetutamente mano a riforme sull’organizzazione dell’università senza preoccuparsi di monitorare (e rendere pubblici) i dati sull’evoluzione della sua struttura? E così sono cresciuti i ricercatori precari: quasi tutti dottori di ricerca, lavorano a tempo pieno con collaborazioni, assegni di ricerca, borse di studio, contratti di docenza (quindi non i liberi professionisti prestati all’Università per compiti circoscritti). Colmare questo deficit conoscitivo riguardo alla consistenza numerica dei ricercatori precari è la prima cosa da fare se il nuovo Ministro vuole rafforzare la sua posizione in un governo che ha appena confermato una riduzione dei finanziamenti all’Università. L’ennesima mazzata sul sistema pubblico, dopo anni di tagli alle risorse e di inascoltate mobilitazioni di precari e studenti.
Ma torniamo al problema della natura del lavoro dei ricercatori. Secondo il mainstream sulla flessibilità, i ricercatori dovrebbero essere figure «forti» sul mercato: il prototipo del lavoratore cognitivo, conteso per le sue competenze, flessibile, mobile. Compensi adeguati (oggi miseri in Italia, ma, secondo Confindustria ad un convegno primaverile della Crui, non competitivi con i costi del ricercatore cinese) e un buon welfare risolverebbero per questo lavoratore in posizione «forte» il problema dell’autonomia e del reddito, evitandogli di sottoporsi ad un antiquato sistema.
Purtroppo però le cose non stanno così: il ricercatore non è assimilabile ad un lavoratore autonomo che si muova in un mercato concorrenziale. Non solo le competenze sono sempre più riproducibili, codificabili, ma soprattutto sono valorizzate selettivamente attraverso un processo organizzativo e regolativo che vede il ricercatore in una posizione del tutto asimmetrica, indipendentemente dalle sue qualità di lavoratore. La taylorizzazione del lavoro cognitivo significa infatti una scomposizione del lavoro in fasi diseguali dal punto di vista delle opportunità di valorizzazione dei saperi impiegati nel prodotto finale, mentre il controllo su risorse strategiche (a monte, con il reperimento e il controllo delle risorse finanziarie-tecnologiche-organizzative e del reclutamento, e a valle sul mercato editoriale) tende a concentrarsi in gruppi ristretti.
Conservare l’autonomia al lavoratore-ricercatore sulla base di forme contrattuali instabili e finanziate dal mercato è molto difficile, soprattutto per chi volesse fare ricerca libera (che pretesa!) non inserita in scuole disciplinari consolidate o finalizzata ad immediati interessi di mercato. Né è scontato che questo processo di immaginaria competizione su base individuale, atomizzata, porti ad una maggior qualità ed innovatività degli ouput: perché la produzione di conoscenza ha sempre più un carattere collettivo e perché non è riducibile a logiche di mercato.
In conclusione, l’autonomia dei ricercatori e la valorizzazione del loro lavoro è ancora largamente dipendente dalla loro collocazione nella rete delle relazioni di potere. Per quanto sia scomodo da ammettere, e in contrasto con la retorica sulla società della conoscenza, è la dimensione del potere a partire dalle relazioni di lavoro che valorizza le competenze e i loro portatori, anche e non a caso in una società dove queste risorse appaiono più abbondanti.

* Università di Bergamo