Ricercatori e precari. A Pisa

Mentre a Venezia alcuni esponenti del centro sinistra e del centro destra ridisegnano il sistema formativo italiano con la trasformazione delle Università in Fondazioni, noi ricercatori precari dell’Ateneo pisano riaffermiamo con forza il valore di un sistema formativo pubblico.
Ci siamo costituiti come assemblea dei ricercatori precari alla fine del 2005 con lo scopo di dar voce a tutte quelle figure professionali, dottorandi con o senza borsa, assegnisti di ricerca, co.co.pro, cultori della materia, che di fatto “reggono” l’Università svolgendo sia attività di ricerca che didattica, ma a cui non sono riconosciuti né diritti né tutele.
Pisa, “università dell’eccellenza”, non rappresenta certo una realtà in controtendenza rispetto allo scenario italiano che ha visto negli ultimi anni una crescita esponenziale del lavoro precario; sono ormai circa 60000 i soggetti che forniscono a titolo precario almeno il 50% dell’attività scientifica e didattica prodotta negli atenei e negli enti di ricerca.
L’immagine di ateneo d’avanguardia nasconde una verità poco nota all’opinione pubblica: solo grazie al sovraccarico di lavoro sottopagato dei precari il nostro ateneo riesce a garantire corsi di laurea insegnamenti sempre più numerosi ed allo stesso tempo a mantenere l’attività scientifica agli attuali livelli di qualità e di avanzamento. Negli ultimi anni il ricorso al lavoro precario si è allargato enormemente e l’introduzione dei cosiddetti ricercatori in formazione ha peggiorato ulteriormente il problema. L’università di Pisa ha un corpo docente di ruolo anziano, composto prevalentemente
da professori ordinari e associati, con pochi ricercatori a tempo indeterminato.
Ci troviamo, infatti, in una situazione paradossale dove il rapporto tra ricercatore precario – di ruolo e professore ordinario è di uno a uno! Invece di investire nella ricerca e di conseguenza premettere l’immissione di nuove forze nel mondo della ricerca si lascia che persista una situazione di completo stallo.
Nell’intento di denunciare questa situazione ed insieme di delineare una strategia in grado di contrastare effettivamente questa tendenza abbiamo elaborato una piattaforma rivendicativa caratterizzata su due punti: 1 – combattere ed opporsi alla precarietà attraverso una serie di provvedimenti che il nostro ateneo può prendere miranti ad estendere il lavoro a tempo indeterminato e a ridurre considerevolmente le tipologie di lavoro precario; 2 –la richiesta del riconoscimento effettivo dei diritti individuali e collettivi per tutti i precari oggi assunti dal nostro ateneo.
Abbiamo cercato quindi di riportare alcuni elementi di chiarezza.
Contrariamente a quanto siamo soliti sentirci dire sull’impossibilità per gli atenei di accedere a nuove fonti di finanziamento, il singolo ateneo nell’ambito della programmazione può decidere di investire tutte le risorse disponibili per l’assunzione di ricercatori a tempo indeterminato sia attraverso il Fondo di Finanziamento Ordinario sia utilizzando le risorse derivate dai pensionamenti del personale docente.
Dopo avere steso una piattaforma rivendicativa abbiamo fatto una seria di assemblee per condividerne i contenuti e quindi arrivare ad una sorta di referendum consultivo che tenesse conto di tutte le proposte ed esigenze dei soggetti precari.
È chiaro che questo referendum non ha un carattere vincolante né fa riferimento ad alcuna normativa vigente, si tratta nei fatti di un esperimento, un tentativo di fornire degli strumenti, attualmente inesistenti, di rappresentanza a lavoratori che oggi all’interno dell’Università non hanno diritto di parola.
Non a caso abbiamo scelto uno strumento che fa parte di una certa tradizione sindacale e rimanda a tutte le battaglie per il raggiungimento di democrazia nei luoghi di lavoro. Nel corso dell’incontro con il rettorato per la richiesta di tutto il necessario per lo svolgimento del referendum ci è stato negato il riconoscimento dello status di lavoratori. “Siete personale in formazione. I ricercatori del domani”- così ha risposto il direttore amministrativo dell’Università di Pisa.
Bene, noi non siamo i ricercatori del domani, siamo i ricercatori dell’oggi e siamo dei lavoratori, i lavoratori della ricerca. La nostra battaglia è quindi una battaglia dei precari dell’Università, ma strategicamente anche dei precari di tutti i settori, dagli enti pubblici all’industria, che oggi non hanno alcuna rappresentanza e sono privati di qualsiasi possibilità di rivendicare i propri diritti.