Rice soffia sul fuoco: «l’Iran è la banca del terrorismo»

«L’Iran è la Banca centrale del terrorismo, il suo sostegno ai gruppi che agiscono in Medio oriente è una funzione di freno allo sviluppo della democrazia nella regione. Per gli Stati Uniti non c’è minaccia maggiore da parte di un singolo Paese che non quella dell’Iran, la cui politica mediorientale è distante 180 gradi dalla nostra». Non ha usato parafrasi e non gliel’ha mandata a dire, Condoleezza Rice ai religiosi che governano a Teheran. Come per Powell e la provetta all’Onu, ancora una volta la parte del falco è toccata a un segretario di Stato che fino al giorno prima usava toni pacati. Parlando davanti al Congresso, la Rice ha espresso per l’ennesima volta la preoccupazione che l’Iran stia per costruire una bomba atomica e che lasciarglielo fare moltiplica «per centinaia di volte» i pericoli che gli Stati Uniti già corrono.
Proprio mentre si avvicina il passaggio all’Onu, che già di suo presenta incognite e rischi per tutti gli attori in campo, la Casa Bianca decide di accelerare ancora e pur non evocando direttamente l’ipotesi militare, moltiplica gli argomenti in suo favore.

Il discorso del Segretario di Stato arriva alla fine di una giornata intensissima sul piano delle dichiarazioni al vetriolo e delle manovre diplomatiche per determinare quanto avverrà nella sala del Palazzo di vetro in cui si riunisce il Consiglio di sicurezza. Per primi (ma è solo per ragioni di fuso orario) hanno cominciato gli ayatollah e i dirigenti di Teheran, che mantengono la strategia della trattativa con Russia e Cina (e magari con l’Europa) e alzano la voce contro gli americani. La Guida suprema, Alì Khamenei, massima autorità politico religiosa del Paese, ha tuonato contro gli Usa spiegando che il loro «è solo un pretesto per attaccarci» e poi ha parlato di una Repubblica islamica più forte di prima capace di resistere alle pressioni «come l’acciaio»; il presidente Ahmadinejad gli ha fatto eco parlando di un «Iran invincibile». Entrambi hanno stigmatizzato gli Stati Uniti, che da quando è nata la Repubblica islamica perseguono una politica ostile, destinata a non essere abbandonata anche nel caso in cui l’Iran dicesse addio all’uranio arricchito. Da Vienna (dove c’è la sede dell’Aiea) arriva la minaccia di usare le esportazioni di petrolio come arma, mentre da Ankara l’ambasciatore di Teheran annuncia che l’Iran riprocesserà in Turchia il combustibile nucleare esausto. E’ dunque intenzione iraniana non mostrare segni di debolezza. Chi si trova in una strana posizione è la Turchia. Il Paese musulmano laico e atlantico per eccellenza decide di dare uno schiaffo a Washington (o di mandare un segnale sulla sua contrarietà a un eventuale conflitto, che aprirebbe la questione dell’indipendenza curda più di quanto non sia già avvenuto con l’Iraq).

A seguire, nella mattinata di New York, è venuta la riunione dei membri permanenti del Consiglio (Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna e Cina) si sono incontrati per discutere della partita e di quando portarla all’attenzione del consiglio. I punti di vista non sono affatto identici. L’ambasciatore americano John Bolton mena fendenti spiegando che le dichiarazioni iraniane dimostrano «quanto sia pericoloso che un Paese come quello abbia la bomba». La posizione americana è stata espressa in maniera piana dal sottosegretario di Stato Burns alla Commissione Esteri della Camera e prevede «una risoluzione del Consiglio Onu che isoli Teheran e ne influenzi il comportamento. Se l’Iran non risponderà, bisognerà pensare alle sanzioni». In linea teorica, insomma, la strada sembra essere quella dell’Onu, ma i toni usati da Bolton e Rice non sono quelli della diplomazia. In fondo, anche nei mesi che precedettero l’invasione dell’Iraq all’Onu si parlava. In quel caso le prove hanno mostrato in maniera abbastanza incontrovertibile che tutto era già deciso. Stavolta la situazione sembra un poco più fluida, soprattutto per i guai che gli Usa stanno trovando in Iraq e per le botte prese con la vittoria di Hamas in Palestina e il risultato ottimo dei Fratelli musulmani in Egitto. L’opzione di cui si parla molto è quella di finanziare l’opposizione interna – che ha dato segnale di sé qualche settimana fa con una bomba nel villaggio curdo dove stava per arrivare il presidente – e tentare di spaccare il gruppo dirigente. In questo caso particolare non sarà facilissimo: all’Iran serve il nucleare a prescindere dalle bombe, e su questo sono tutti d’accordo. Se fin dall’inizio si fossero usati toni diversi sarebbe stato più facile spaccare il fronte interno iraniano, oggi l’orgoglio nazionale sembra essere il sentimento prevalente.

Anche l’Europa, per bocca della Francia, parla di tappe successive e non di sanzioni. Tutti sanno bene che un’ipotesi di bloccare il commercio iraniano troverebbe la ferma opposizione della Russia e della Cina. La partita adesso si sposta a New York, nessuno ha ancora deciso quando il Consiglio di sicurezza discuterà del nucleare iraniano, ma sarà un giorno della prossima settimana. La speranza è che Bolton non si presenti in aula con una fetta di yellow cake, come fece Collin Powell con la provetta che dimostrava la presenza di armi chimiche in Iraq. Non sarebbe un bel segnale.