Rice: «L’Iran è la minaccia n.1»

Si è rimessa in moto, direzione Iran, la macchina modello Iraq che ha portato, giusto tre anni fa, al «regime change» e alla «liberazione» di Baghdad? Forse è ancora presto per dirlo e in ogni caso il cammino della macchina non sarà né breve né facile. Ma che si sia messa in moto è un fatto, dopo l’annuncio di mercoledì da parte del direttore dell’Aiea El Baradei dell’invio del dossier Iran al Consiglio di sicurezza e le dichiarazioni di ieri del segretario di Stato americano Condoleezza Rice. La Rice, parlando davanto a un commissione del Congresso di Washington, ha detto che l’Iran rappresenta oggi la maggior minaccia per gli Stati uniti perché è determinato «a sviluppare armi nuclaeri» – armi e non il nucleare pacifico come dice Tehran – «sfidando la comunità internazionale»; che l’Iran è «la banca centrale del terrorismo»; che il «sostegno iraniano al terrorismo sta ritardando e in qualche caso arrestando la crescita di governi democratici e stabili» in Medio Oriente e «la sua politica è diretta a sviluppare un Medio Oriente che sarebbe 180 gradi diverso da quello che ci piacerebbe nascesse».

Il Consiglio di sicurezza dovrebbe cominciare ad occuparsi del rapporto arrivato da Vienna la settimana prossima. Potrebbe decidere di rivolgere all’Iran un semplice monito perché si decida a rinunciare all’arricchimento dell’uranio o imporre sanzioni economiche o, in ultima istanza, avviare un’azione militare. Washington ha fretta. E preme per le sanzioni, se non ancora per un intervento militare, che si annuncia molto più difficile di quello in Iraq anche se avesse questa volta la copertura delle Nazioni unite (e la generosa manovalanza di Israele). Tanto più che avendola spuntata nel portare il caso Iran al Consiglio di sicurezza, nel Palazzo di vetro newyorkese in qualche misura giocherà in casa, con il suo ambasciatore John Bolton, uno dei più scatenato guerrafondai dell’amministrazione, a fare fuoco e fiamme.

L’Unione europea ha ancora una volta ceduto alle pressioni americane e il G-3, il gruppo formato da Gran Bretagna, Francia e Germania che in questi mesi si era incaricato di cercare una terza via fra il diritto di Tehran a sviluppare il suo nucleare «pacifico» e le sanzioni attraverso l’Onu volute fin dall’inizio dagli Usa, ha gettato la spugna. Una volta arrivato in Consiglio di sicurezza il dossier iraniano, la trojka europea perderà la Germania, che non ne fa parte (ammesso che la signora Merkel avesse qualche riserva), mentre l’Inghilterra di Tony Blair tornerà probabilmente a gettarsi senza più remore fra le braccia dell’America che potrebbe forse contare anche sulla ritrovata consonanza con la Francia di Chirac, dopo le tensioni e i malintesi sull’Iraq. Restano la Russia e la Cina. Che, per via della necessità di contrastare l’egemonia globale americana e dei vecchi e nuovi rapporti economico-energetici con l’Iran, sembrano per il momento contrari alle sanzioni.

Oggi e domani i 25 ministri degli esteri della Ue si ritroveranno a Salisburgo, in Austria, per una riunione informale in cui dovranno per forza occuparsi anche della patata bollente iraniana. Ma è presumibile che, a meno di sorprese, tutto finisca per ridursi a un nuovo e generico appello a Tehran perché faccia un passo indietro che consenta di riprendere il negoziato. Aria fritta.

Anche El Baradei spera ancora nel negoziato e auspica che l’invio del dossier Iran all’Onu non segni la fine ma «la continuazione» delle trattative e suggerisce anche che prima o poi Usa e Iran dovrebbero sedersi intorno a un tavolo per discutere direttamente della faccenda.

A Tehran non la vedono così. Ieri sia la Guida suprema Ali Khameni sia il presidente della repubblica Mahmoud Ahmadinejad hanno ribadito che l’Iran «ha il dovere» di andare avanti sullo sviluppo della tecnologia nucleare, che «il popolo e il governo sapranno resistere contro gli atti di forza e le cospirazioni», che «l’era dell’arroganza e della brutalità è finita», che se il mondo esterno ci provasse dovrà patire «danni e dolori». 195 deputati del parlamento, hanno diffuso un appello in cui si chiede al governo di mettere in pratica una legge passata l’anno scorso che prevede il blocco di ogni ispezione Aiea (finora scrupolosamente consentita) negli impianti nucleari iraniani nel caso il dossier Iran fosse arrivato in Consiglio di sicurezza.

In molti non solo in Iran ma anche a Burxelles si chiedono come si possa negare all’Iran il diritto di sviluppare il suo nucleare «pacifico» e sotto stretto controllo mentre paesi come l’India e il Pakistan, per non parlare di Israele, hanno potuto dotarsi di poderosi arsenali nucleari senza nessuno dicesse niente o quasi. Anche i tempi fanno discutere: il rinvio dell’Iran all’Onu giusto una settimana dopo che Bush ha benedetto il nucleare – anche militare – dell’India. Con l’Iran che ha firmato, e fino a prova contraria rispettato, il Trattato di non proliferazione nucleare e l’India che non lo ha mai neppure firmato.