Rice: «Ci ritiriamo presto. Anzi no»

Tre brigate saranno ritirate «presto». No, le brigate saranno solo due. La terza resterà nel Kuwait in caso sia necessario un «rapido ritorno», dicono le voci del Pentagono raccolte dal Washington Post. Il ritiro delle truppe americane comincerà «abbastanza presto» perché c’è il «sospetto» che il loro numero attuale «non sarà necessario ancora a lungo» visti «i progressi compiuti dalle forze irachene», dice il segretaro di stato Condoleezza Rice. «Un ritiro precipitoso sarebbe destabilizzante», avverte da Baghdad il generale John Vines, il responsabile numero due dell’operazione, che tiene a precisare che i militari faranno le loro «raccomandazioni» in merito sulla base della situazione della sicurezza in Iraq, non per ragioni di convenienza politica. Tutto questo a meno di 48 ore dal consueto «mantenere la rotta» ribadito sia da George Bush dall’Asia che dal suo vice Dick Cheney a Washington. I segnali che arrivano sono alquanto confusi, rafforzando l’idea che la Casa bianca – attaccata ormai quotidianamente sui due fronti di questa guerra, quello del «perché è stata cominciata» e quello della sua «conduzione incompetente» – mostra sempre meno di sapere che pesci pigliare. Bush, per rimettersi dalle fatiche del viaggio in Asia, se n’è andato nel suo amato ranch di Crawford, nel Texas, seguito come al solito dalla peace mom Cindy Scheehan almeno «in spirito», nel senso che essendo lei bloccata in casa dalla madre morente hanno provveduto alcuni suoi seguaci ad accamparsi nei pressi del ranch e a vedersela con lo sceriffo locale, decisissimo – dice – a fare rispettare la norma nuova di zecca secondo cui sulla strada che porta alla dimora di Bush adesso è proibito parcheggiare.

Sul primo fronte, quello delle «premesse bugiarde» di questa guerra, ieri se n’è saputa un’altra: che il 21 settembre 2001, dieci giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, Bush ha ricevuto una precisa indicazione dai servizi segreti che l’Iraq di Saddam Hussein non aveva nessun legame con i responsabili di quell’attacco, cioè al Qaeda. E’ una cosa risaputa, naturalmente, ma in questo caso c’è un aspetto ulteriore: che il Pdb (Presidents’s Daily Brief ) ricevuto quel mattino è stato accuratamente tenuto nascosto dalla Casa bianca, la quale ancora oggi non intende dire nulla e si limita ad ammettere che il documento esiste. Sul secondo fronte, quello della conduzione, la Casa bianca sembra avere accusato parecchio il colpo infertole l’altro giorno da John Murtha, il «falco» democratico che è stato uno strenuo sostenitore di questa guerra e che l’altro giorno ha pronunciato un appassionato discorso contro di essa.

La prima reazione era stata quella standard di denigrare chi critica. Da Pechino, il portavoce McClellan era stato mandato avanti con la sciagurata accusa a Murtha di essersi «allineato a Michael Moore». Poi, al Congresso di Washington una poveretta di nome Jane Schmidt, deputata di prima nomina che non sapeva neppure chi Murtha fosse – cioè un superdecorato ex marine – lo aveva accusato di «codardia», dicendo che stava riferendo le parole di un colonnello dei marines, il quale poi l’aveva smentita clamorosamente.

Quella maldestra volgarità, unita al timore dei repubblicani che il loro sostegno a Bush possa trasformarsi in un «abbraccio mortale» nel prossimo novembre, quando dovranno affrontare la rielezione, ha fatto sì che si arrivasse alla mozione dell’altro giorno in cui il Senato ha chiesto un cambio di rotta. La Casa bianca ha capito che la denigrazione non funziona più e infatti sia Bush che Cheney, pur continuando a ripetere le solite cose, hanno fatto fra grandi peana a Murtha, cercando di farsi «perdonare». Neanche quello è bastato, per cui non resta altro che arrivare a qualche forma, più o meno simbolica, di ritiro delle truppe, possibilmente fingendo che le prossime elezioni irachene fissate per il 15 dicembre procurino chissà quale svolta nella capacità del governo di Baghdad di «camminare da solo». Di qui i segnali confusi di cui si diceva, che nascondano l’unico segnale che conta davvero, e cioè che le elezioni capaci di determinare un’eventuale decisione non sono quelle di dicembre in Iraq ma quelle di novembre negli Stati uniti.