Revelli: «Là è nata la cultura critica di una generazione»

Sul Corriere della Sera di ieri, Ottaviano Del Turco, segretario aggiunto della Cgil dal 1983 al 1992, ha bollato Porto Marghera come «mitologia ridicola che non muore mai» che il sindacato dovrebbe superare «senza rimpianti». Marco Revelli, scrittore, storico, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, ha un’idea ben diversa: «Quel mito non era solo un mito ideologico, terzointernazionalista di qualche agitprop leninista o staliniana. E’ stato un meccanismo di identificazione di massa di una generazione operaia».

Professore, quale valenza ha Porto Marghera?

Un’intera generazione operaia ha trovato in quei luoghi, in quel radicamento, in quei contenitori di potenza sociale, la propria identità. E io non riesco a nascondere un fastidio per questo tipo di retorica del discorso, per questo bisogno, per essere a la page, di sputare sulla propria memoria in nome di un presente e di un futuro che sono sempre migliori.

Un mito ma anche la causa della morte di centinaia di operai e della distruzione dell’ambiente circostante…

Porto Marghera, Mirafiori, l’Italsider sono stati nuclei di forte insediamento sociale che in alcuni casi, come a Napoli, hanno avuto anche un ruolo di bonifica della città. Prima di sputare su quella memoria ne valuterei tutti gli aspetti. Detto questo, quel mito sarebbe oggi indifendibile, perché per molti aspetti quei poli industriali sono stati dei mostri sanguinari. Oltre a essere luoghi di identificazione erano luoghi di tormento, di sofferenza, come tutte le divinità pretendevano i propri sacrifici umani: le morti di cancro a Marghera non si contano, così come le vittime del siderurgico di Bagnoli o gli operai che hanno lasciato la pelle a Mirafiori. Non possiamo dimenticare questo aspetto ma non possiamo usarlo per sostituire la pesantezza materiale della produzione con la leggerezza dell’essere del Guggheneim.

I lavoratori hanno pagato sulla propria pelle i costi dell’industrializzazione…

Sì, e forse sarebbe stato meglio se il sindacato di Del Turco avesse negoziato un po’ meno e si fosse impegnato di più contro la nocività di quel lavoro. Allora a lottare con più forza contro la monetizzazione della salute erano proprio quelli a cui dava più fastidio l’intransigenza, mentre molti degli ultramodernizzatori di oggi allora la volevano monetizzare. Sì, i conti con quel ’900 sono complicati da fare. Io non posso esser certo accusato di essere un apologeta dell’homo faber, però se l’alternativa sono Briatore o i mercanti d’arte…

Il petrolchimico è stato anche il progenitore di una certa consapevolezza di classe, giusto?

Marghera è stato uno degli epicentri della grande ondata di resistenza e di lotta operaia degli anni ’70 e ’80. Con Mirafiori e la Pirelli formava l’asse su cui si è strutturato l’epicentro della lotta che ha dimostrato l’insostenibilità sociale del modello fordista. L’assenza di limiti, tipica del fordismo, si è verificata là, insieme alla nocività del lavoro e della produzione e alle ricadute ambientali. In quella conflittualità c’era un processo culturale straordinario, generazioni di giovani lavoratori costruivano una propria natura, una consapevolezza e una comprensione del mondo e dell’universo sociale in cui vivevano. La cultura critica funzionava attraverso il rapporto con gli studenti e gli intellettuali, con il dialogo e la rottura dall’isolamento, dalla solitudine dalla paura individuale, per scoprire la possibilità di essere una massa in grado di protestare.

E il sindacato dove si posizionava?

L’Flm l’ha capito perfettamente, un altro pezzo del sindacato no. D’altronde le successive vicende degli anni ’80 sono la storia della frammentazione e della subalternità dei delegati sindacali alla logica d’impresa, fino ad arrivare ad identificarsi con gli aspetti deteriori di quel modello: la disponibilità, la difesa del lavoro e della fabbrica in quanto tali, anche se nocivi, la difesa della fabbrica in quanto tale mentre dall’altra parte c’erano le vittime, i processi, il tentativo di inchiodare i dirigenti alle proprie colpe. E’ una storia tipica della crisi del modello industriale che rimbalza sul mondo del lavoro stesso e lo divide. E’ una storia che andrebbe ancora scandagliata e su cui dovremmo ancora interrogarci.

Esiste oggi un luogo con la stessa forza di Porto Marghera?

La condizione sociale in cui viviamo presenta ancora numerosi aspetti di quello sfruttamento, di quelle nocività e ferocia produttiva, però senza i contenitori di quella potenza che erano le fabbriche. Il lavoro si è frammentato, disarticolato, scomposto sul territorio. I luoghi di identità collettiva non ci sono più, il rischio è la subalternità fisica e psicologica che trova poi magari una compensazione nelle città che diventano vetrine. Ma a me piacerebbe che, per esempio, al Lingotto, oltre al centro commerciale e all’auditorium di Sergio Piano ci fosse qualcosa che mi ricordasse che là si lavorava.