Retate, raid militari e censura politica: nuovo giro di vite sui diritti palestinesi

Erano facce note dei Forum Sociali quelle viste ieri mattina all’Hotel Ambassador di Gerusalemme est. Erano andati nell’albergo a quattro stelle situato nella parte araba della città per partecipare ad una conferenza-dibattito sul dopo-elezioni in Palestina, organizzata dal Pngo, l’ombrello delle Ong della società civile palestinese da titolo “ Le implicazioni delle elezioni per il Consiglio legislativo palestinese, nel quadro politico attuale: verso un piano per salvare Gerusalemme”
Servizi di sicurezza, polizia, guardia di frontiera e militari israeliana li attendevano al varco già dalle otto. Esponenti dei servizi avevano già parlato col Manager dell’albergo, minacciando di chiuderlo, se l’incontro si fosse svolto.
L’ordine che ha impedito la conferenza è firmato Gideon Ezra, Ministro della Sicurezza Interna di Israele. Una conferenza, quella della società civile palestinese, «che non può tenersi né a Gerusalemme est, né in qualunque altra città israeliana». hanno spiegato senza mezzi termini gli uomini in borghese nella hall dell’albergo. «Hanno arrestato sei persone» (rilasciate nel tardo pomeriggio di ieri, n. d. r.) ha raccontato poco dopo l’accaduto Rana Nashashibi del Pngo nella Hall dell’albergo, dove per un altro paio di ore sono rimasti i partecipanti alla conferenza, mentre le camionette erano ancora all’esterno. «Abbiamo subito chiamato un avvocato», continua Rana, ed anche un membro della Knesset, Jamal Zahalka, esponente della National Democratic Alliance, il partito di Azmi Bishara. «Ci è stato detto che ogni rivendicazione va presentata presso l’Alta Corte israeliana». L’incredulità era il sentimento che serpeggiava tra le persone rimaste nella Hall dell’Ambassador, ancora scioccate per l’arresto delle sei persone: due insegnanti, Hani al Isami ed Abdel Atif Gahit; Muhammad Jedda, Abdel al Isami e Jacob Ode, esponenti di Ong palestinesi. «Ci impediscono anche di incontrarci per discutere» ha affermato ancora Rana Nashashibi in un’improvvisata conferenza stampa nella Hall. «Questo doveva essere un incontro di Ong. E quello che è accaduto mostra l’oppressione dell’occupazione».

Prima di invitare i partecipanti alla conferenza ad abbandonare l’albergo per timore di un nuovo intervento israeliano, ha preso la parola Jamal Zahalka, membro arabo della Knesset (il parlamento israeliano). «Israele cerca di impedire qualsiasi attività politica» ha dichiarato il deputato. «Tirano in ballo Oslo sostenendo che qualunque attività politica organizzata da palestinesi a Gerusalemme sia da attribuire all’Anp, anche se, come in questo caso, non lo è». Qualche ora più tardi con un comunicato stampa le Ong palestinesi facendo appello alla comunità internazionale hanno denunciato la continua violazione dei diritti, in questo caso quello di espressione. Nel comunicato si legge che Gerusalemme è una città palestinese occupata che ricade sotto l’autorità di Israele.

La mattinata di ieri non è cominciata in maniera turbolenta solo nella Città Santa.

A Gaza l’ esercito israeliano – Idf ha lanciato missili su strade d’accesso alla Striscia in risposta ai razzi Qassam lanciati dai palestinesi il giorno precedente. La West Bank è stata teatro di numerosi episodi di violenza. Quello più grave è avvenuto a Jenin (nord della Cisgiordania), dove vi sono stati pesanti scontri a fuoco tra esercito israeliano ed appartenenti alle “Brigate martiri di Al-Aqsa”, braccio armato di Fatah. I miliziani palestinesi erano asserragliati in una abitazione che i soldati israeliani hanno minacciato di abbattere. Ne è seguito uno scontro a fuoco durante il quale è morto un soldato israeliano di 20 anni, Ido Shapira, di Haifa. Nella serata di ieri è stata diffusa la notizia che ad uccidere il militare potrebbe essere stato “fuoco amico”.

Quattro dei miliziani palestinesi oggetto del blitz a Jenin si sono arresi ai soldati ed un quinto è stato catturato mentre cercava di scappare. Gli appartenenti al braccio armato di Fatah sarebbero ritenuti responsabili della morte di 21 israeliani. Nei pressi del check-point di Nablus dei palestinesi hanno ferito a colpi di arma da fuoco due guardie israeliane. Sempre ieri, ma dopo il tramonto, tre soldati e tre guardie israeliane sono rimasti feriti dal lancio di pietre nei pressi di Ramallah. Durante la notte tra mercoledì e giovedì l’Idf ha fatto irruzione in diverse città della West Bank per effettuare una quindicina di arresti tra le aree di Qualqilia, Tulkarem Nablus, Betlemme ed Hebron.

Il ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz ha esteso la totale chiusura dei Territori Palestinesi fino a sabato prossimo. In seguito alla cattura di Ahmet Saadat e di altri cinque esponenti del Pflp, (Fronte popolare per la liberazione della Palestina), avvenuta martedì in seguito ad una massiccia operazione militare che ha portato alla distruzione del quartier generale dell’Anp a Gerico, al cui interno si trovava il carcere in cui era detenuto Saadat, Fathi Hammad, esponente di Hamas e membro del neoeletto Consiglio Legislativo Palestinese ha annunciato che vi sarà una risposta alla «cospirazione di Stati Uniti e Gran Bretagna». L’esponente del movimento islamico ha dichiarato che i due paesi «hanno cospirato con Israele per l’arresto di Saadat e dei suoi compagni». Le brigate Abu Ali Mustafa, ala militare del Pflp hanno lanciato ordigni esplosivi rudimentali verso postazioni militari israeliane ad est della Striscia di Gaza. Fonti della sicurezza israeliana hanno dichiarato di aver ricevuto in seguito all’assedio alla prigione di Gerico 15 allarmi terrorismo che pongono Israele in Stato di allerta.

In questo contesto che mostra l’aumento della tensione tra palestinesi ed israeliani, l’inviato speciale del Quartetto (composto da Unione europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite) in Medioriente, minaccia di fare le valigie. Il suo mandato, ha affermato, non sarebbe più chiaro dopo la vittoria di Hamas. E dopo un balletto di notizie sul fallimento delle trattative per un nuovo governo a guida Hamas, sempre ieri, il portavoce al Parlamento del gruppo islamico vincitore delle elezioni legislatove palestinesi dello scorso gennaio, Al Baradweel, ha annunciato che entro lunedì si potrebbe formare il governo. Lo spazio per un ulteriore dibattito si sarebbe esaurito. «Non credo che altre discussioni cambieranno il programma» ha dichiarato Al Bardaweel, affermando che Fatah non può aspettarsi che Hamas adotti il suo programma, in quanto la cosa sarebbe in contraddizione con «la volontà del popolo».

Sempre ieri è arrivata la risposta del Ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni alle dichiarazioni del Presidente palestinese Abbas, secondo cui l’arresto di Saadat sarebbe «un crimine imperdonabile», oltre che un atto illegale.

La Livni, in riferimento alla vicenda che sta esasperando il dialogo in medioriente, ha affermato che «la responsabilità di Abu Mazen di essere un uomo senza potere» ricade interamente su quest’ultimo e «non è colpa di Israele», volendo con questo sottolineare la necessità dell’intervento dell’Idf dopo la partenza dei monitors britannici e ripetendo ancora una volta che il ritiro non era stato coordinato con Israele. Nella movimentata giornata di ieri, cadeva un anniversario. «I can go and see the ocean», posso vedere l’oceano, aveva scritto nel suo diario nel marzo del 2003. Dopo il ritiro di Israele da Gaza quei palestinesi che cercava di proteggere col corpo esile ed i capelli biondi raccolti sulla nuca, il mare possono andare a vederlo. Lei non lo vedrà più. Quella stessa primavera. Il 16 di marzo, rimase schiacciata da un bulldozer che minacciava di tirare giù l’ennesima casa a Rafah. Aveva 23 anni, era americana e si chiamava Rachel Corrie. Era una pacifista.