Resta il rischio cococò

Se la lotta alla precarietà, il destino della legge 30, la democrazia sindacale sono i nodi del lavoro più importanti affrontati dall’Unione, lunedì scorso i responsabili dei diversi partiti non sono riusciti a mettere un punto su tutti i temi. Viene rinviato al tavolo di Romano Prodi con i soli segretari la decisione se abrogare o meno la legge 30: quale messaggio politico lanciare con l’avvicendamento di governo. Sul fronte del lavoro «flessibile», tutta quella selva di cococò, lavori a progetto, occasionali e quant’altro in cui si annida il maggiore pericolo di abusi (a fronte di 16 milioni di dipendenti, nel nostro paese esistono ormai oltre 4 milioni di precari), l’intesa dice che «non deve costare meno di quello stabile». Un passo avanti (oggi i compensi sono liberi e i contributi molto più bassi), ma resta il rischio che questi lavoratori rimangano fortemente convenienti per le aziende, dato che non sono tutelati dall’articolo 18, e che continuino a essere «dipendenti mascherati». Sarebbe stato meglio esplicitare che devono costare «più» del lavoro stabile: così da essere scelti non per un puro risparmio, ma quando servono davvero; o, più radicalmente, eliminare del tutto questi contratti. Sulla rappresentanza sindacale, si parla di «concretizzare un quadro legislativo nel corso della prossima legislatura». Infine, è da segnalare una chicca dell’accordo: la possibilità per gli immigrati in nero che denunciano il datore di lavoro di avere un permesso di soggiorno. Ma procediamo per ordine. Il testo prende atto della contrarietà di tutta l’Unione «ai contenuti della legge 30 e dei decreti legislativi 276 e 368», riaffermando che «il lavoro a tempo indeterminato deve essere la forma normale di occupazione». Novità: si afferma che «le clausole del paese di origine in discussione a livello europeo (leggi Bolkestein, ndr) non debbano applicarsi almeno al diritto del lavoro e ai servizi pubblici essenziali». Si afferma poi che «il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile», specificando che per le collaborazioni «si deve tenere conto dei livelli contrattuali delle categorie di riferimento», «con una graduale armonizzazione dei contributi». Per i precari pubblici, «si devono adottare iniziative legislative per rendere certi i percorsi di stabilizzazione», mentre «i servizi che garantiscono i diritti tutelati costituzionalmente, devono essere parte integrante dell’intervento pubblico e non esternalizzabili» (un esempio: niente più personale sale operatorie in appalto).

Su esternalizzazioni e appalti si è ribadita la «piena responsabilità» delle imprese cedenti rispetto ai lavoratori. Saranno «cancellati il job on call, lo staff leasing e il contratto di inserimento». Verrà rivisto anche il lavoro interinale. Causali e percentuali per i contratti a termine. Sugli immigrati: «Occorre garantire il permesso di soggiorno a ogni immigrato che denunci la propria condizione di lavoro irregolare». C’è l’impegno a modificare la legge sul diritto di sciopero. Sul potere d’acquisto viene eliminata l’inflazione programmata. Sulla rappresentanza, si cita la legge Bassanini sul pubblico impiego: «può essere estesa ai privati», «tenendo conto delle posizioni dei sindacati, a partire dall’intesa raggiunta dai metalmeccanici». Ma non si parla di referendum sugli accordi.

Una delle parti più controverse resta dunque quella sul costo del lavoro flessibile. Non lo è per Cesare Damiano, dei Ds: «Affermare che non deve costare meno, può anche voler dire che costa di più: lo riportiamo ai livelli contrattuali e armonizziamo i contributi, eliminiamo tante forme precarie che neppure le imprese usano. Si stabilizza il lavoro pubblico. Sono grandi passi avanti». Non è sulla stessa linea Paolo Ferrero (Prc): «Certo è un compromesso, non è il testo che avremmo scritto da soli: noi avremmo voluto eliminare del tutto le collaborazioni, come chiede anche la Cgil. Riformando l’articolo 2094 del codice civile, e facendo sopravvivere solo gli economicamente dipendenti e gli autonomi. Ma l’intero accordo inverte 25 anni di deregolamentazione del lavoro, può fare da apripista a futuri miglioramenti». Critico anche Alessandro Genovesi (sinistra Ds): «Le collaborazioni dovrebbero almeno costare alle aziende di più del lavoro stabile; con la campagna “Precariare stanca” chiediamo la riforma dell’articolo 2094. Buone le regole sui contratti a termine, con causali e percentuali, ma servirebbe un limite alle reiterazioni. Sulle esternalizzazioni, puntiamo alla responsabilità comune delle imprese: la “codatorialità”».