Requiem per la Cultura nei maggiori teatri lirici italiani

Ieri, in occasione dello sciopero generale, nei maggiori teatri lirici italiani – dal San Carlo di Napoli al Regio di Torino, dalla Fenice di Venezia al Massimo di Palermo, dall’Arena di Verona all’Opera di Roma – sono andate in scena simultaneamente le esecuzioni delle Messe da Requiemdi Verdi, Brahms e Mozart, interpretate da oltre duemila musicisti intorno ai quali si sono strette rappresentanze del cinema, del teatro di prosa, della danza e di tutte le attività dello spettacolo, a simboleggiare la morte annunciata e decretata da questo Governo, attraverso i tagli operati dalla Finanziaria al Fondo unico dello spettacolo, non solo del settore dello spettacolo ma di tutta la cultura italiana in genere. Questa manifestazione, cui faranno seguito gli “Stati Generali dello spettacolo” – indetti, martedì 29 alle ore 15 al cinema Caprinica di Roma, da Anac, Agis, Anica, Sindacati dello spettacolo, doc. it e Apt – assieme all’altra imponente, per quantità e qualità degli intervenuti, svoltasi sempre al Caprinica il 14 ottobre scorso, danno il segno non soltanto del grado di indignazione, ma anche di una nuova e più incisiva consapevolezza del ruolo e della funzione che la cultura in genere, e lo spettacolo in particolare, svolgono nella società civile. Consapevolezza che trae origine da alcune considerazioni.
In primo luogo, analizzando questi tagli apportati dal Governo, è maturata la convinzione che non ci troviamo di fronte ad una mera, anche se dolorosa, operazione di finanza pubblica, quasi come se si trattasse di un semplice intervento di bilancio su un capitolo di spesa
che viene drasticamente ridimensionato per necessità di ordine superiore.
Se così fosse, si tratterebbe di un provvedimento che, oltre ad essere esiziale per un intero settore, sarebbe anche miope ed ottuso in
quanto il rapporto tra costi e benefici di un simile atto, si tradurrebbe in un sicuro deficit da qualunque punto di vista lo si volesse guardare. Intanto perché si tratta, quantitativamente, di cifre (quelle dei tagli) di pochissimo conto se riferite alle dimensioni di una manovra finanziaria e quindi non in grado di incidere, se non in misura irrisoria, sul bilancio complessivo della manovra stessa.
Ma di grandissimo conto se sottratte ad un settore, quello dello spettacolo e della cultura, già progressivamente depauperato, col risultato
di metterlo definitivamente in ginocchio. Sarebbe come privare di un bicchiere d’acqua una pianta di fiori per alimentare un fiume in secca. Da ciò nasce la convinzione che questi tagli, più, e oltre, che rispondere ad esigenze di bilancio, siano figli di una cultura. In questi anni si è progressivamente affermato un concetto in base al quale il valore di un’opera dello spettacolo (un film piuttosto che un concerto
o uno spettacolo teatrale) è stato misurato sulla base del successo commerciale ottenuto. Questa tesi è divenuta così invasiva da rendere il termine “successo commerciale” – termine quantitativo e non qualitativo – sinonimo di “consenso del pubblico”. In altri termini, nel momento in cui acquisto un biglietto, per vedere un film piuttosto che uno spettacolo teatrale, non solo, e giustamente, contribuisco al suo successo commerciale, ma vengo iscritto, automaticamente, tra coloro che hanno dato “consenso”, anche se dissento profondamente dal film o dallo spettacolo una volta che l’ho visto. Tutto ciò in perfetta sintonia ed omologazione con la nozione di “audience” sul versante dell’emittenza televisiva. Questa filosofia ha trovato adepti anche nel mondo della cultura e dello spettacolo sull’onda di un liberismo neo-con che ha sedotto, e purtroppo seduce ancora, anche alcuni strati del versante progressista.
La conseguenza naturale è stata quella di considerare qualunque opera intellettuale come merce da vendere su un mercato, e poco importa
se, come nel caso dello spettacolo, questo mercato non esiste più in quanto desertificato da scelte politiche sbagliate e da una totale
assenza di progettualità. Si è passati dal concetto di “opera” al concetto di “prodotto”. Con la logica conseguenza che quando un prodotto
non funziona sul mercato, si taglia. Si taglia la siderurgia, si tagliano interi settori dell’agricoltura, figuriamoci se non si taglia lo spettacolo. E’ da questa concezione traggono origine e giustificazione i tagli alla cultura e allo spettacolo. Ed è dalla confutazione di questa concezione che bisogna ripartire per riaffermare la diversità e la peculiarità della produzione culturale. Diversità e peculiarità anche dell’”utile” che produce. Un utile culturale che diventa utile sociale i cui effetti si fanno sentire sulla comunità in maniera diffusa e pervasiva, ma si fa sentire ancora di più la sua mancanza, così come l’aria che respiriamo: ne avvertiamo la vitale necessità quando comincia a mancarci. Un utile anche di natura economica, che produce i suoi effetti non solo in termini immediati, ma anche, e soprattutto, differiti nel tempo e negli ambiti. Si possono portare svariati esempi a sostegno di questa tesi, a partire dal neorealismo nel cinema italiano che non ebbe successo commerciale in termini di incassi, ma ebbe la straordinaria funzione di ricreare l’immagine che all’estero si aveva dell’Italia, con la conseguenza, tra le altre, di aprire la strada alle imprese italiane che furono guardate con occhi diversi e più ben disposti. O come è successo a Tokio dopo una rappresentazione della Madama Butterfly messo in scena dalla Scala di Milano: nei mesi successivi sono aumentate in maniera considerevole le commesse giapponesi per imprese italiane.
O ancora, come succede a Bilbao. Dopo l’apertura del Guggenheim, è diventata la seconda città spagnola, dopo Madrid, per afflusso di turisti. E si potrebbe continuare. Quello che occorre ribadire è il fatto che le risorse che uno Stato destina alla cultura e allo spettacolo, non sono da considerare come assistenza, ma come investimento. Investimento di tipo particolare e delicato, i cui frutti non si possono vedere in termini immediati. Investimento che deve nascere da una progettualità che riporti in primo piano la ricerca e la sperimentazione, fondamentali in qualunque attività produttiva, addirittura vitali per la cultura e lo spettacolo.
Queste considerazioni dovrebbero servire come punto di partenza per una riflessione, e forse anche per una riconsiderazione,
sul mondo della cultura e dello spettacolo, specialmente da parte di chi si candida a governare il futuro