Repubbliche Baltiche verso il ritorno al passato?

L’attuale fase economica e politica sta riaprendo i giochi nelle repubbliche baltiche; dopo la loro indipendenza da quella che fu l’Unione Sovietica nel 1991, le tre repubbliche (Estonia, Lettonia e Lituania) hanno virato di 180 gradi la propria collocazione geopolitica guardando a occidente e nello specifico all’Europa nascente, Europa non solo come riferimento politico ma anche e soprattutto economico, finanziario e di conseguenza culturale.

Ma oggi la crisi economica sta mettendo in crisi le scelte di questo recente passato, l’Europa non è quell’entità politico economica salvifica per le Repubbliche Baltiche e il riavvicinamento a Mosca sembra ormai solo questione di tempo. Alla radice delle difficoltà di oggi ci sono comunque scelte miopi su temi economici che sono state viziate e drogate da scelte ideologiche, con l’acquisizione dell’indipendenza si è scelto di gettare il bambino assieme all’acqua sporca, poco equilibrio nei rapporti internazionali e scarsa lungimiranza sono alla base dell’attuale decadenza.

La Lettonia ad esempio intraprese riforme economiche radicali e piene di contraddizioni; nella smania di volgere lo sguardo a ovest non si pose il problema di salvaguardare l’infrastruttura industriale dell’epoca sovietica procedendo a un suo veloce smantellamento, furono chiuse grandi aziende come la VEF (produzione materiale elettrico), la RAF di Riga (produce autobus per il mercato sovietico) e molte altre a scapito della manodopera che prevalentemente russofona era divenuta in quegli anni cittadina di serie B; anche l’altro settore produttivo per eccellenza, quello ittico, subì un forte ridimensionamento nel suo export. I settori divenuti strategici per il nuovo corso del paese furono quello commerciale e bancario; nei primi anni il 25% del Pil del paese proveniva dal transito delle merci russe, in prevalenza prodotti energetici, dirette sul mercato europeo. Molti gli investimenti dei paesi occidentali che attratti da privatizzazioni selvagge conducevano ingenti capitali dando una parvenza di una forte economia che molti economisti e analisti definirono frettolosamente la “tigre del Baltico”.

Nel 2008 infatti il reddito pro capite raggiunse gli 8.000 euro, ma da lì a poco la stagione della tigre ha ceduto il passo all’autunno dell’economia lettone, che prima delle ricadute della crisi finanziaria internazionale si è ritrovata con una drastica riduzione delle merci russe che transitavano per il suo territorio, orientate oggi sulle nuove infrastrutture portuali della regione di Leningrado. Il panorama economico attuale ci consegna indici catastrofici, il Pil del 2011 rappresenterà nemmeno il 90% di quello decadente e sotto embargo del 1990; gli stipendi sono calati dell’11% rispetto il 2008 a fronte di un rincaro dei beni e forte perdita del potere d’acquisto generalizzata. Il primo ministro Vladis Dombrovskis parla di necessità di ulteriore riduzione dello stato sociale, ulteriori tagli per 71 milioni di euro che intaccheranno l’assistenza sanitaria rendendo parte di questa a pagamento. La disoccupazione ha toccato il 14,3% nonostante il fenomeno crescente dell’emigrazione che ha ridotto in pochi anni la popolazione di 400.000 unità (20% della popolazione).

Anche la Lituania, come ci conferma il The Economist, versa in condizioni drammatiche, nel 2010 il Pil ha subito una caduta del 3,5%, indice di recessione tra i più alti al mondo, la disoccupazione come in Lettonia ha superato il 14% e il debito statale cresce in modo inarrestabile, passando dai 7 miliardi di dollari del 2008 ai 14 miliardi del 2010. La sua entrata nell’euro zona si è allontanata al 2014, ammesso e concesso che per quella data gli indici economici lituani consentano ciò che appare oggi come un miraggio.

Non deve stupire quindi se di fronte a un’Europa ripiegata sulle proprie contraddizioni e incapace di sostenere adeguatamente le proprie economie più deboli, i paesi baltici tornino sebben in modo recalcitrante, a svolgere lo sguardo verso la Russia. La visita del presidente lettone Valdis Zatler a Mosca il 20 di dicembre scorso è stata di fondamentale importanza, non solo perché la prima dalla proclamazione dell’indipendenza della repubblica baltica, ma perché rappresenta un’apertura frutto di uno scontro politico accerrimo tra la destra lettone che sostiene l’attuale presidente. La realpolitik ha avuto la meglio sull’ideologia antirussa che permane nella destra ma che è priva di spazi di manovra per risolvere i problemi economici del paese. Mentre Medveded si appresta a ricambiare la cortesia visitando Riga nei prossimi mesi, probabilmente verso l’estate in modo da rafforzare la posizione dell’attuale presidente in prossimità delle presidenziali, rimane terreno inaccessibile quello della Repubblica di Lituania; che di fronte alle difficoltà reagisce con un’ulteriore arroccamento e isolamento a est.

Sul terreno dello scontro Vilnius ha recentemente aggiunto un progetto di legge per scorporare la corporazione energetica nazionale “Lietuvos dujos” (Lituania Gas) in due imprese differenti: una di trasporto e una di commercio entro il 2012; l’impresa russa Gazprom che detiene il 37% delle azioni di “Lietuvos dujos” ha annunciato la possibilità di ricorrere a sanzioni. La guerra del gas che si sta conformando all’orizzonte tra Russia e Lituania non coinvolge le altre due repubbliche che al contrario hanno ottenuto una riduzione del 15% del prezzo sul gas erogato da Mosca.

E’ improbabile che la Lituania possa nel medio termine reggere alla contrapposizione con Mosca, l’economia continua a perdere colpi, l’Europa è sempre più lontana e alle prese con le difficoltà economiche dei propri paesi membri. In questi giorni inoltre il rapporto tra la Russia e la Bielorussia è entrato in una nuova fase di fiori d’arancio, la geopolitica sta mutando e Vilnius deve farsene una ragione. Concordare un processo di riavvicinamento oggi su basi paritetiche è sicuramente più vantaggioso che mendicarlo domani; perché questo può essere lo scenario futuro.