Reportage dlla Valle del Panshir

Lunedì 08 Ottobre 2001

VALLE DEL PANSHIR BAGLIORI oltre la montagna, esplosioni. «Bombardano, è cominciata»: esultano composti i mujaheddin dell’Alleanza del Nord che dalla valle del Panshir aspettano impazienti il segnale per scendere verso Kabul mentre rimbombano vicini i colpi contro la base area di Bagram. Un miliziano barbuto gioca nervosamente con l’otturatore del Kalashnikov scrutando l’orizzonte striato di luci al fosforo. Sibila nella sua lingua gutturale: «Sia onore al nostro grande comandante Massud, è giunto il momento di vendicarlo». Più in là un gruppo di uomini ascolta la radio, una voce concitata spiega in pashtun che l’offensiva aerea americana su Kabul e Kandahar è in corso. Alle prime luci dell’alba, quando si potranno superare i posti di blocco fino alla linea del fronte, si potrà verificare l’efficacia del bombardamento. Adesso, in questo buio illuminato dalle esplosioni e dai traccianti della contraerea che arabescano l’orizzonte lontano, non si riesce valutare la reazione dei taleban. La televisione iraniana avrebbe detto che un aereo americano è stato abbattuto, ma sono solo voci. In questo momento sarebbe troppo pericoloso verificare. Si sta rintanati tra le rocce, a contare i colpi delle esplosioni: una, due, tre e ancora. Sembra tutto finito, ma dopo un po’ il balletto ricomincia: un secondo raid si abbatte sulla capitale, una seconda ondata. Il sibilo di aerei che non si vedono squarcia gli intervalli tra un’esplosione e l’altra, ora il rumore monotono e sordo della contraerea ci arriva smorzato, probabilmente i caccia sono riusciti a colpire le batterie talebane. La difesa aerea i Kabul già morde con meno vigore. Dalle retrovie spunta un enorme fuoristrada del comando che porta sul tetto un’antenna satellitare. Chiedo notizie agli ufficiali che all’interno stanno facendo uno slalom parallelo tra al Jazira e la Cnn su un piccolo televisore giapponese, come si confà a questa guerra mediatica. Mi dicono che l’attacco è stato portato da 50 aerei che sono partiti dal lontano Missouri, riforniti in volo. A questo punto della notte, le incursioni sarebbero almeno 40, 23 gli obiettivi colpiti, tra cui Jalalabad dove si sospetta di nasconda lo sceicco terrorista. E lui? L’uomo che ha scatenato tutto questo? E Bin Laden?, «l’ambasciatore dei taleban in Pakistan – dice il comandante Akhmureddin con un sorriso cattivo – ha spiegato che “per grazia di Dio” Osama e il mullah Omar sono vivi». Il pensiero ora corre alle forze speciali americane che ieri erano giunte in una base dell’Uzbekistan. In questo momento staranno preparandosi a passare il confine. I taleban hanno spostato da 8 mila a 10 mila uomini lungo la frontiera uzbeka, ma una forza speciale, trasportata con elicotteri Black Hawk, può agevolmente entrare più in profondità, scavalcando le temibili ma sorpassate barriere dei taleban. I comandanti qui giurano (anche perché farebbe loro molto comodo) che gli americani puntano a neutralizzare l’aeroporto di Kabul e allora il luogo migliore per uno sbarco sarebbe proprio l’immensa base aerea costruita dai sovietici a Bagram, nella piana di Shomali, laggiù sotto i nostri occhi. Da qui, per arrivare a Kabul, non ci sono che una sessantina di chilometri. Da percorrere però in mezzo a villaggi densamente popolati: un ostacolo non indifferente per un esercito che ha la consegna di evitare il più possibile le vittime civili. A meno che americani e inglesi non lascino ai mujahddein dell’Alleanza del Nord il compito di avanzare sul terreno. Ma anche questa non sarà un’opzione facile se le forze aree americane non avranno prima fatto terra bruciata nella piana di Shomali, spianando la strada alle milizie del Nord. La reazione a catena è stata ormai innescata. Quanti saranno i morti e feriti non è possibile immaginare. Solo a Kabul e nei suoi immediati dintorni c’è una popolazione civile di un milione di persone. Bisogna dunque prepararsi al peggio. Ieri ero andato a vedere come si preparavano all’emergenza gli uomini e le donne di Emergency, qui ad Hanaba, dove opera l’unico ospedale di chirurgia per le vittime di guerra che in questo momento funzioni in Afghanistan. Gino Strada l’avevo trovato al capezzale di Malang, un bambino di 4 anni che una bomba ha «bruciato» per un terzo della sua superficie corporea. Non ci fosse stata Emergency, Malang sarebbe già morto. Insieme a Keith Rowlands e a Marco Garatti, l’altro chirurgo italiano, stavano organizzando un team mobile per la chirurgia d’emergenza. A Kabul, già funzionante ma chiuso dopo un’aggressione della polizia religiosa dei taleban, c’è il secondo ospedale afghano di Emergency. L’obiettivo di Gino Strada è riaprirlo appena possibile. Il che comporta trasferirvi un’imponente quantità di cose e persone: dai generatori elettrici a medicine, attrezzature, personale medico, addetti alla logistica e ai rifornimenti, una colonna di vetture. Come arrivare là è questione aperta, drammaticamente difficile in ore che si fanno sempre più angosciose. Cosa accadrà a Kabul nessuno lo può prevedere. Gino Strada vide con i suoi occhi e operò con le sue mani in mezzo alla «mattanza» – così la definisce lui stesso – del 1992, quando i mujaheddin vittoriosi cominciarono a massacrarsi tra di loro. E andò avanti così per quasi cinque anni. Adesso? «Siamo alla vigilia di un’altra tragedia umanitaria – dice scuotendo la testa – e non ci resta altro che intensificare i nostri sforzi per salvare più persone possibile. Quando fondammo Emergency ci auguravamo che la quantità dei nostri ospedali rimanesse limitata. Da allora ne abbiamo costruiti otto. Temo che dovremo costruirne altri, in luoghi dove allora mai avremmo pensato».