Relazione presentata dall’On. Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi,il 31.12.2004

Capitolo su “Le stragi insolute”

[…] Ciò che colpisce nelle nuove acquisizioni (per la parte in cui le stesse non sono coperte da segreto istruttorio) è il loro atteggiarsi come nuovi ulteriori tasselli di un mosaico, in cui coerentemente vengono ad inserirsi rendendone più chiaro il generale disegno, già sufficientemente intellegibile benché incompleto. In particolare si conferma che molti elementi utili alla conoscenza del quadro strategico, anche internazionale, in cui gli eventi di strage venivano ad inserirsi, erano noti agli apparati di sicurezza già nella immediatezza dei tragici eventi, ma che tali elementi non furono tempestivamente portati a conoscenza degli inquirenti in una logica di occultamento e spesso di vero e proprio depistaggio, dato questo che costituisce tuttora un elemento unificante idoneo a fondare sul piano di una consistente “prova storica” la riferibilità degli eventi di strage al delineato contesto unitario. Tale contesto è ben delineato da una pluralità di fonti che evidenziano, nella storia repubblicana anteriore alla stagione dello stragismo, la costante presenza di reti clandestine, che avevano come punti di riferimento diversi apparati istituzionali dello Stato, e cioè l’Amministrazione dell’interno e in particolare l’Ufficio affari riservati, il servizio militare di sicurezza, vertici delle forze armate: un reticolo fitto di contatti e di collusioni, un’ampia area non trasparente ed opaca, che conobbe fino al termine degli anni ’60, come si è già descritto, una situazione di sostanziale potenzialità operativa, e che venne ad attivarsi – in una logica che potremmo definire di innesco – all’esplodere delle tensioni sociali che caratterizzarono la fine degli anni ’60. Su tali basi i ricorrenti “depistaggi” delle indagini giudiziarie sui fatti di strage, se hanno operato quale ostacolo all’accertamento delle singole responsabilità degli autori degli atti criminosi, ben possono ora consentire l’individuazione delle aree e degli ambiti oggetto di copertura, fondando sul piano storico la valutazione che le responsabilità non accertate siano ragionevolmente da riferirsi alle aree e agli ambiti coperti. […] D’altro canto uno dei protagonisti di quegli anni, Stefano Delle Chiaie, ha di recente dichiarato ad organi di informazione in ordine alle responsabilità dello stragismo: “Le stragi vi sono state ed è un fatto. I servizi hanno depistato, ed è un altro fatto”. Egli ha così chiaramente ammesso che l’atto di depistaggio, se opportunamente decrittato, può valere a rendere leggibile, almeno in termini generali, l’ambito di responsabilità che si è voluto occultare.

8.1 Alcuni esempi in proposito sembrano alla Commissione illuminanti. Le indagini milanesi, cui più volte si è fatto riferimento, indicano nel leader di A.N. [Avanguardia Nazionale, ndr] Stefano Delle Chiaie, un uomo fortemente collegato non solo con il SID [Servizio Informazioni Difesa, ndr], ma con la struttura internazionale del terrore “Aginter Press”, facente capo a Guerin-Serac con sedi in Spagna, Portogallo e Francia (che funzionava da contenitore e coordinatore dei movimenti neofascisti nazionali, e agiva in posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto a questi, soprattutto garantendo rifugi per latitanti, rifornimento di armi e consulenza di istruttori militari) e con la mafia (in particolare con Frank Coppola ai tempi del golpe Borghese). Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all’ “anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; […] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac (175), cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona dove dirige l’agenzia Ager-Interpress (sic) […], è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; […] ha come aiutante un certo Leroy Roberto”. In realtà i documenti del SID erano due. L’appunto originale recava la data del 16 dicembre e differiva in alcuni punti significativi da quello trasmesso alla Polizia e ai Carabinieri il 17, probabilmente per proteggere la fonte del SID, che, secondo il documento stesso, “deve essere assolutamente cautelata, anche perché già interrogata dalla questura non ha fornito le notizie di cui trattasi”. Un particolare cruciale contenuto nel primo, e omesso nel secondo appunto, riguarda l’uso di congegni a orologeria negli ordigni usati a Milano. In quei primi giorni dopo la strage, gli inquirenti milanesi ritenevano ancora che le bombe fossero state fatte esplodere con una miccia a lenta combustione, e la stampa aveva dato ampio spazio a questa ipotesi; l’impiego di congegni ad orologeria fu scoperto solo più di un mese dopo. E’ allora “lecito chiedersi – secondo il P.M. Lombardi di Catanzaro – come mai la sera del 13 dicembre, o qualche giorno dopo, a Roma si potessero conoscere circostanze, alle quali non poteva certo risalirsi per analisi degli avvenimenti, ma solo per scienza diretta”. Altrettanto significativa appare la soppressione, nell’edizione purgata dell’appunto SID trasmesso a Polizia e Carabinieri, dell’informazione relativa all’infiltrazione di Mario Merlino, con funzione di guida nel gruppo “22 marzo”, definito come filocinese nell’appunto originario. In realtà tale formazione era costituita da un gruppuscolo esiguo di una decina di membri di orientamento anarcoide; esso costituì l’improbabile “pista rossa”, verso cui si indirizzarono immediatamente le indagini milanesi con enorme eco sui media (176). La scarsa consistenza del gruppo avrebbe dovuto rendere immediatamente inverosimile l’esclusiva riferibilità ad esso di una pluralità di attentati sincronizzati che, per tecniche e materiali usati (esplosivi, timers, contenitori degli ordigni, ecc.) apparivano chiaramente inseriti in un unico disegno, e cioè: la bomba che esplose nel pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nella sede milanese della Banca dell’Agricoltura; la bomba inesplosa rinvenuta sempre a Milano nella filiale della Banca Commerciale italiana di piazza della Scala; le tre esplosioni che quasi contemporaneamente si verificarono a Roma, una nell’agenzia della Banca Nazionale del Lavoro in cui rimasero feriti quattordici impiegati; le altre due nei pressi dell’Altare della Patria con ferimento di quattro persone. Un’operazione di alta professionalità, quella richiesta dalla simultanea collocazione di cinque bombe ad alto potenziale in due città distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra, che avrebbe dovuto sin dall’inizio renderne non plausibile l’attribuzione esclusiva ad un gruppuscolo come il “22 marzo”, peraltro plurinfiltrato. Dello stesso infatti, come ormai è stato accertato, faceva parte un agente di Polizia (Salvatore Ippolito, alias “il compagno Andrea”) che informava regolarmente i suoi superiori dei progetti e delle iniziative del gruppo, in precedenza quasi tutte miseramente fallite. Ma soprattutto rilevante è l’infiltrazione, nel gruppo di ispirazione anarchica, da parte di Mario Merlino, figura che a torto è stata più volte ritenuta ambigua ma che alla Commissione appare estremamente “tipica”, e la cui esperienza personale attraversa il “contesto” eversivo descrivendone con chiarezza le dinamiche evolutive. Merlino partecipa, infatti con Delle Chiaie al convegno dell’Istituto Pollio del 1965, quale componente di un gruppo di venti studenti universitari che l’Istituto stesso (diretta emanazione dei vertici militari) aveva “pregato – dopo una selezione di merito – di prendere parte ai lavori appunto come gruppo” (così testualmente nella già citata relazione introduttiva agli atti del convegno). Successivamente Merlino aderisce a Ordine Nuovo, alla Giovane Italia e poi ad Avanguardia Nazionale. Nella primavera del 1968 partecipa ad una “escursione” nella Grecia dei colonnelli, formalmente organizzata dall’Esesi, l’associazione degli studenti greci in Italia. La gita era guidata da Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Loris Facchinetti (leader di “Europa Civiltà”) e ad essa parteciparono alcune dozzine di militanti (oltre alla leadership di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale). I partecipanti furono accolti dai dirigenti del regime amico, e sottoposti ad una sorta di corso accelerato in quelle tecniche di infiltrazione a scopo eversivo che erano state impiegate con successo in Grecia l’anno precedente. Al rientro in Italia gli “studenti” si dedicarono a loro volta all’applicazione sistematica di queste tecniche, cercando di inserirsi in gruppi dell’estrema sinistra.

8.2. Analogo segno e quindi univocità direzionale ebbero, come è noto, le coperture che ostacolarono le indagini una volta che queste si concentrarono su una cellula neofascista padovana le cui caratteristiche e i cui scopi furono così ricostruiti già in una prima sede giudiziaria: “un’organizzazione eversiva operante nel territorio nazionale con una serie progressiva di attentati terroristici sempre più gravi finalizzati a conseguire, con lo sconvolgimento della tranquillità sociale, l’abbattimento delle strutture statali borghesi. […] Questo movimento sovversivo era nato con un’impostazione di tipo nazi-fascista; si articolava su una direttrice veneta che faceva capo al Freda, nonché su un’altra romana che faceva capo a Stefano Delle Chiaie, […] aveva elaborato la sua strategia di base in una fondamentale riunione, tenutasi il 18 aprile 1969 a Padova, alla quale erano intervenuti il Freda ed altri esponenti di rilievo della cellula eversiva veneta e di quella romana. In quella riunione si era concepito il programma della cosiddetta seconda linea o doppia organizzazione, secondo cui occorreva strumentalizzare, con opportune manovre di infiltrazione e di provocazione, i gruppi estremisti di sinistra, in modo da compromettere questi ultimi negli attentati e farli apparire come responsabili di una attività eversiva la cui reale matrice, invece, era di destra” (177). A tale gruppo, fanaticamente antisemita, possono essere certamente attribuiti ben ventidue attentati nel breve periodo intercorrente fra il 15 aprile e il 12 dicembre ’69, finalizzati ad una tipica strategia di provocazione e colpevolizzazione della parte politica avversa, secondo gli schemi caratteristici della guerra rivoluzionaria, che aveva avuto nel convegno dell’istituto Pollio il sottolineato momento di ufficializzazione. Organizzatore e in parte esecutore materiale di tali attentati fu il capo ed ispiratore del gruppo padovano, Franco (Giorgio) Freda, discepolo di J. Evola, avvocato, editore e ideologo; già membro del MSI e di Ordine Nuovo, legato a Rauti e Giannettini fin dal 1966. Anche il personaggio di Freda – come del resto Merlino – consente di verificare la partecipazione di medesimi soggetti in una pluralità di episodi successivi, in un fitto reticolo di intrecci che dimostra l’esistenza del contesto unitario dello stragismo ed insieme ne descrive i caratteri. Al riguardo, si noti che:

a) Freda con la collaborazione di Ventura è l’autore del volantino distribuito tra le Forze armate per iniziativa di sedicenti Nuclei di difesa dello Stato. Le recenti indagini milanesi già più volte richiamate tendono a dimostrare che i Nuclei per la difesa dello Stato non erano una mera sigla, ma una vasta rete clandestina di militari e civili operativa sin quasi alla metà degli anni ’70;

b) il contenuto del volantino richiama quello del noto pamphlet “Le mani rosse sulle Forze armate” opera di Guido Giannettini e Pino Rauti;

c) Giannettini è uomo vicinissimo, già nella metà degli anni ’60, ai massimi vertici delle Forze armate, come dimostra il suo ruolo nel convegno dell’Istituto Pollio;

d) la certezza che Freda sia stato l’organizzatore e l’autore degli attentati innanzi descritti dimostra che dalla primavera del 1969 lo stesso Freda pose in atto le metodologie operative che nel convegno dell’Istituto Pollio erano state studiate ed ufficializzate;

e) Guido Giannettini è oggetto, nella vicenda processuale di piazza Fontana, di uno dei più noti episodi di copertura da parte del SID, che ne svelò la sua qualità di fonte accreditata del servizio medesimo.

8.3. Il più importante – anche se non il solo – elemento di prova contro Freda per la strage di piazza Fontana può ancora oggi ritenersi l’acquisto da parte sua di cinquanta timers della stessa marca e dello stesso tipo di quelli usati negli attentati del 12 dicembre; acquisto che inverosimilmente Freda giustificò riconducendolo alla sua attività antisemita e assumendo di averlo operato per mandato di un fantomatico ufficiale dei servizi algerini (il “capitano Hamid”), cui li avrebbe consegnati già nella prima metà del ’69. La recente indagine milanese rafforza il significato accusatorio della vicenda dei timers e del loro acquisto da parte di Freda. Diversi collaboratori di giustizia provenienti dall’area di destra (Bonazzi, Calore, Izzo) hanno infatti confermato che l’attentato al treno Torino-Roma del 1973 (per cui furono condannati Nico Azzi ed il gruppo milanese La Fenice), si inseriva nel contesto di un’azione provocatoria, che comportava anche la collocazione di alcuni timers appartenenti al lotto usato a piazza Fontana in una villa di Giangiacomo Feltrinelli; il che proverebbe che ancora nel 1973 i timers erano in possesso del gruppo milanese La Fenice e non erano stati invece consegnati al fantomatico capitano Hamid. Un’ulteriore conferma di questa ipotesi viene da una delle fonti (Edgardo Bonazzi), destinatarie di confidenze di Pierluigi Concutelli, secondo cui questi, alla fine del 1978, sarebbe stato avvicinato nel carcere di Trani da Franco Freda che gli proponeva di farsi passare per il capitano Hamid, al fine di confermare la tesi difensiva. “Concutelli mi disse che proprio dinanzi a questa proposta si era convinto della colpevolezza del gruppo Freda, e aveva allentato i rapporti con Freda stesso che inizialmente erano stati buoni” (178). Da altra fonte (Salvatore Francia) si apprende poi che i timers sarebbero da ultimo finiti nella disponibilità di Stefano Delle Chiaie, che li avrebbe avuti da Cristiano de Eccher, militante trentino di Avanguardia Nzionale, cui li avrebbe consegnati originariamente lo stesso Freda; tale possesso avrebbe consentito a Delle Chiaie di tenere Freda “sotto controllo” (179). Tutto ciò si è voluto ricordare sia per dare ragione della formula dubitativa con cui si è pervenuti alla assoluzione finale del Freda dall’imputazione di strage, sia per confermare come le nuove indagini diano maggiore consistenza e spessore a piste indagative già percorse. Ma soprattutto il richiamo a tali aspetti, per larga parte noti, è apparso opportuno per sottolineare ulteriormente l’univocità direzionale delle attività di copertura, che in termini di certezza, possono ritenersi messe in atto sia da apparati dell’Amministrazione dell’interno che dal servizio militare di informazione; e in termini di fortissima probabilità possono considerarsi determinate dal delineato intento di ostacolare le indagini che avevano assunto un preciso indirizzo.

8.4. In sede giudiziaria è stato osservato come le indagini – non appena indirizzate sul gruppo padovano – incontrarono difficoltà ed ostacoli “caratterizzati da un segno comune: quello di occultare o disperdere gli elementi di prova che avrebbero potuto essere utilizzati a carico dei componenti la cellula eversiva veneta” (180). Si rammentano, senza pretesa di completezza: la campagna che andò ben al di là di un tentativo di delegittimazione, di cui fu vittima il commissario di Polizia Juliano, che per primo aveva sospettato la responsabilità del gruppo padovano negli attentati della primavera del 1969; il tentativo della Polizia di Treviso di screditare la pista indagativa appena imboccata, insinuando che Giovanni Ventura fosse un mitomane e Guido Lorenzon persona non qualificata a riceverne le confidenze; i ritardi e le incompletezze con cui furono portati a conoscenza dei magistrati inquirenti elementi indiziari utili, relativi alle borse che contenevano gli esplosivi; la distruzione dell’esplosivo, non soltanto di una delle bombe di Milano ritrovata inesplosa, ma anche di quello, ritrovato in possesso di Giovanni Ventura e di suo fratello, che fu fatto esplodere alla presenza di Franco Freda senza che ne fosse stato preavvisato il magistrato che aveva già disposto perizia e senza che ne fosse prelevato neppure un campione (ciò per il pretestuoso motivo che, essendo deteriorato, esso era pericoloso, compromettendo così la possibilità di compararlo con gli attentati del 12 dicembre 1969); la frequente vanteria di Ventura secondo cui il suo gruppo era saldamente protetto dietro “catene e catenacci”, possibile allusione al dottor Elvio Catenacci, capo dell’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno, che aveva condotto con le modalità descritte le indagini sulle borse ed aveva svolto l’ispezione amministrativa che condusse alla sospensione del commissario Juliano. In ordine a tutto ciò non può escludersi essersi trattato soltanto di negligenze colpose o di coincidenze casuali; ma in senso contrario colpisce la circostanza che nessuno dei funzionari coinvolti negli episodi medesimi subì conseguenze disciplinari da parte dell’Amministrazione degli interni.

8.5.1. Ancor più clamorose, anche per lo scalpore che suscitarono nell’opinione pubblica una volta disvelate, furono le attività del SID volte alla copertura di Marco Pozzan e Guido Giannettini. Pozzan, bidello di una scuola per ciechi di Padova, era uno stretto collaboratore di Freda e nel corso di due interrogatori alla presenza del difensore (21 febbraio e 30 marzo 1972) aveva fornito molti particolari sul ricordato incontro di Padova del 18 aprile 1969, affermando, tra l’altro, che Pino Rauti era tra i presenti e che fu presa in quella circostanza la decisione “di approfittare della tensione politica e sociale in atto inserendosi con iniziative utili ad acuirla”. Pochi giorni più tardi Pozzan dichiarò di aver parlato in condizioni di “inspiegabile confusione mentale”, ritrattando ogni cosa. Non appena rilasciato, si rese irreperibile. Qualche mese dopo venne “intercettato” da alcuni agenti del SID che lo convocarono a Roma dove fu ospitato per diversi giorni in un appartamento del Servizio. Dopo di che gli fu fornito un passaporto con falso nome e un sottufficiale del Servizio lo accompagnò in Spagna, dove fece immediatamente perdere le proprie tracce. Responsabile dell’operazione furono il generale Gian Adelio Maletti, capo del reparto “D” del SID ed il suo aiutante, il capitano Antonio Labruna (181). La versione – abbastanza inverosimile – da loro fornita in sede giudiziaria fu di non essere mai stati a conoscenza dell’identità di Pozzan, che sarebbe stato loro presentato sotto falso nome da una fonte non precisata, come persona che avrebbe potuto stabilire un contatto con Delle Chiaie. La sua scomparsa, una volta in Spagna, li avrebbe quindi colti di sorpresa. Questa versione, come si vedrà, non convinse la corte di primo grado, anche se fu accettata in sede di appello. Essa viene ora autorevolmente smentita da uno dei principali protagonisti di questa ed altre vicende, il capitano Labruna, che, interrogato dal giudice istruttore di Milano, ha confermato di essersi recato personalmente, insieme a Guido Giannettini, ad accogliere Pozzan alla stazione Termini, dove Pozzan sarebbe giunto accompagnato da Massimiliano Fachini, che peraltro neha l’episodio. Giannettini, invece, ammette la propria presenza (motivata a suo dire dal desiderio di far incontrare Pozzan da “qualcuno che conosceva”) ma ha affermato di avere un ricordo “evanescente” e “nebbioso” dell’episodio, che non gli consentiva di escludere, né di affermare la presenza di Fachini. Labruna ha inoltre di recente prodotto alla A.G. una serie di appunti manoscritti del generale Maletti contenenti delle vere e proprie disposizioni cui lo stesso Labruna avrebbe dovuto attenersi (come in effetti si attenne) nel corso degli interrogatori dinnanzi alla Corte di Catanzaro, per confermare la versione ufficiale fornita dallo stesso Maletti.

8.5.2. Guido Giannettini era una figura molto più importante del bidello padovano ed il coinvolgimento del SID nel suo caso andò ben oltre. Giovanni Ventura aveva “confessato” (marzo 1973) di essersi infiltrato nel gruppo di Freda per conto del SID, che il suo contatto con il SID eta Giannettini e che, in cambio, quest’ultimo gli trasmetteva rapporti informativi segreti. La copertura della fonte da parte del SID durò fino a quando fu fatta saltare, con modalità singolari, nel giugno del 1974 dal ministro della difesa Giulio Andreotti, che in una clamorosa intervista ammise che Giannettini era stato un regolare informatore del SID e che la decisione, presa ad alto livello (182), di coprirlo con il segreto di Stato era stata un grave errore. Comunque sia di ciò; la copertura di Giannettini potrebbe al limite ritenersi conforme alla normale prassi dei servizi. Ma il SID andò ben oltre. Poco dopo che Giovanni Ventura ebbe iniziato la sua “confessione” e, quando l’inquirente milanese stava concentrando l’attenzione su Giannettini, i due ufficiali che avevano gestito l’episodio Pozzan (Maletti e Labruna) realizzarono la medesima operazione con Giannettini. Questi fu inizialmente nascosto in un appartamento del SID (intestato a tal Colantuoni, membro di Gladio) e poi fatto espatriare in Francia (aprile 1973). La fuga ebbe luogo immediatamente prima di una perquisizione in casa Giannettini, quando la convocazione di questi da parte del magistrato era imminente e fu organizzata in modo da non lasciare alcuna traccia alla frontiera. Dopo la fuga, Labruna si incontrò con lui almeno quattro volte; inoltre il Servizio contribuì a finanziare l’esilio di Giannettini con un periodico invio di fondi (a Parigi) fino all’aprile 1974. Non resta alla Commissione che ricordare su entrambi gli episodi il lapidario commento che gli stessi hano ricevuto in sede giudiziaria: “Pozzan aveva parlato, poi ritrattato ed in seguito, per evitare di essere chiamato ancora dal magistrato, si era reso irreperibile ed, infine, era latitante quando fu spedito in Spagna; Fachini era un elemento utile per il rintraccio di Pozzan quando fu contattato dal capitano Labruna; Giovanni Ventura era alla vigilia delle sue rivelazioni quando gli fu proposto di evadere; le indagini del giudice istruttore stavano per arrivare al Giannettini quando questi fu fatto espatriare”.

8.5.3. Un ulteriore episodio di copertura da parte del SID, cui si è già in precedenza accennato, è stato chiarito soltanto di recente. Nel 1980 fu sequestrato (183), nell’abitazione del generale Maletti a Roma, un appunto relativo ad un colloquio del 5 giugno 1975 fra lo stesso Maletti ed il capo del Servizio (ammiraglio Mario Casardi). Il contenuto dell’appunto è il seguente: “caso Padova. Casalini si vuole scaricare la coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato agli attentati sui treni del ’69 ed ha portato esplosivo; il resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua mira su altri gr. padovano + Delle Chiaie + Giannettini. Afferma che operavano convinti appg. SID. Colloquio con M.D. prospettando tutte le ripercussioni. Convocare D’Ambrosio. Incaricare gruppo C.C. di procedere. SI”. Il significato dell’appunto è stato chiarito nelle recenti indagini milanesi condotte cui si è fatto già più volte riferimento. Gli esiti delle stesse – sia pur non ancora definiti – consentono di ricostruire la vicenda nel modo che segue: Casalini era un membro, seppure non di primo piano, del gruppo padovano di Freda. A seguito di una crisi di coscienza aveva cominciato a collaborare con il Centro C.S. di Padova, cui aveva fatto importanti rivelazioni in tema innanzitutto di traffico d’armi con la Turchia. Aveva inoltre descritto: il funzionamento del gruppo Freda, la sua disponibilità di un deposito d’armi in una cantina di Venezia; i rapporti fra Freda ed il reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto, Carlo Maria Maggi; il proprio legame con Marco Pozzan (all’epoca latitante in Spagna) con il quale era in corrispondenza tramite un indirizzo negli USA. La parte più importante delle rivelazioni riguardava il rapporto di Casalini con Ivano Tognolo (184), uomo di fidu cia di Freda e operativo nel suo gruppo; Casalini ammise di aver effettuato con Tognolo un viaggio a Milano nella primavera del 1969 (sicuramente il 25 aprile) in concomitanza con gli attentati di quel giorno (all’Ufficio cambi della stazione centrale e allo stand Fiat della Fiera campionaria, quest’ultimo con 21 feriti) trasportando esplosivo in una borsa. Casalini aveva dichiarato anche che Freda si era attribuito le responsabilità degli attentati. La decisione dei vertici del SID di “chiudere la fonte”, che indiscutibilmente risulta dall’appunto Maletti, sì da non consentirne la sua utilizzazione né ai fini investigativi né da parte dei magistrati inquirenti, concorre ad illustrare in modo eloquente la rete di protezioni istituzionali di cui beneficiarono gli appartenenti al gruppo padovano.

8.6. Come è noto tali coperture istituzionali hanno in sede pubblicistica e a diversi livelli consentito di avanzare l’ipotesi che piazza Fontana sia stata “una strage di Stato”. E’ conclusione cui la Commissione ritiene non sia consentito giungere, almeno secondo il canone che si è data e cioè in termini di ragionevole probabilità. Vuol dirsi cioè che non esistono elementi sufficienti, allo stato delle acquisizioni, che consentano di affermare che l’input stragista sia partito da settori istituzionali. Più ragionevole, e più aderente agli elementi conoscitivi di cui si è in possesso, è ritenere che l’evento di strage sia stato il risultato di una decisione autonomamente raggiunta da un gruppo eversivo organizzato; e che non sia stato quindi il gesto individuale di un folle, poiché la preparazione e l’esecuzione degli attentati in Roma e Milano presupponeva un’organizzazione adeguata. Questa non era certamente posseduta dal lo sgangherato gruppo del “22 marzo”; anche se sul piano di una ricostruzione logica della vicenda non sarebbe illogico ritenere che, quale conseguenza dell’infiltrazione di Merlino, componenti del gruppo anarcoide abbiano potuto essere coinvolti nell’organizzazione degli attentati romani contemporanei alla strage milanese (185). Comunque, da ciò e in una prospettiva più generale, non può escludersi che la determinazione stragista sia stata in qualche modo incentivata da infiltrazioni di singoli appartenenti a settori istituzionali, anche esteri, nel gruppo organizzatore degli attentati. Tale conclusione impone però comunque l’obbligo di dare una spiegazione alle coperture istituzionali che indubbiamente ci sono state. Le stesse possono ragionevolmente attribuirsi alla preoccupazione che le indagini ponessero in luce i legami, che almeno nell’intero quinquennio precedente, erano stati stretti tra la galassia dei gruppi eversivi – non tutti di estrema destra – e settori istituzionali dello Stato, anche ad alto livello. Illuminante in tal senso è l’appunto redatto dal generale Maletti sulla fonte Casalini, in particolare il riferimento al colloquio con il Ministro della difesa cui andavano prospettate tutte le ripercussioni che ci sarebbero state, ove fosse emerso che i componenti del gruppo padovano, nel loro collegamento con Delle Chiaie e Giannettini, avevano posto in essere gravi attentati “convinti dell’appoggio SID”. Una conclusione di tal tipo apre peraltro il problema delle responsabilità politiche su cui ci si soffermerà in sede conclusiva. Sin da ora però va rilevato che, se l’attentato di piazza Fontana sembra inserirsi in una prospettiva golpista indubbiamente presente nel “contesto unitario”, cui si è fatto più volte riferimento, apparendo su tale linea sostanzialmente anticipatorio rispetto al tentativo (peraltro abbastanza velleitario) di colpo di Stato del dicembre dell’anno successivo, non è un caso, ed anzi appare abbastanza significativo, che l’attività di copertura venne soprattutto da un settore del Servizio militare di informazione, cioè quello che faceva capo a Meletti, che indubbiamente appare aver seguito una linea strategica diversa, che divenne prevalente negli anni successivi: linea tesa ad utilizzare le tensioni sociali del periodo nella prospettiva ed in funzione della imposizione di scelte tecnocratiche ed autoritarie, superando gli aspetti più rozzi del golpismo. La Commissione aveva anche stabilito di procedere ad una libera audizione del generale Maletti (in Johannesburg), dopo averne acquisito il consenso; e ciò sia per approfondire gli elementi indagativi di più recente acquisizione, sia per dare al generale Maletti la possibilità di una replica agli addebiti formulati da Labruna. Ma una sopravvenuta indisposizione del Maletti non ha consentito che l’audizione avesse luogo in tempi utili ad apportare elementi di interesse per la stesura della presente relazione.