Relazione FLAI – CGIL

Care delegate, cari delegati, gentili ospiti,
dedichiamo il 4° Congresso della Flai CGIL ad un uomo, Michele Presta, assassinato nel luglio del 2005 quando era Segretario Generale della Flai della Calabria. In solitudine ha pagato con la vita la sua diversità.
Oggi nel terzo millennio siamo pervasi da una morale ipocrita e untuosa che attraversa tutti gli strati della società civile, senza distinzione alcuna, né di ceto, né di classe, né di schieramento politico.
I più illuminati comprendono, però condannano, altri provano repulsione forse perché ognuno di loro nasconde una diversità che nessuno dovrà mai scoprire.
Dimenticare in fretta, seppellire con la persona anche il ricordo del suo lavoro di sindacalista sarebbe stata una offesa indelebile alle sue capacità, al suo stile di leader della Flai della Calabria.
Noi qui ricordiamo; perché riteniamo che i diritti della persona vengano prima di tutti gli altri e ognuno senza nascondersi deve essere libero di vivere la propria esistenza senza enfasi e senza clamori nel pieno rispetto del prossimo così come si deve pretendere che gli altri lo rispettano, grazie Michele.
E su questo tema dei diritti della persona che apro il 4° Congresso della Flai CGIL, certo che un numero infinito di esseri umani nel nostro Paese e in tutte le parti del mondo vorrebbero far sentire la propria voce su questioni quali la libertà e la dignità dell’uomo.
Queste persone vogliono essere trattate non come pericolosi estremisti ma come cittadini che hanno radicato in sé il senso della coscienza, dell’etica e del rispetto per chi non la pensa come loro.
Queste persone chiedono diritti a sinistra, perché a destra nessuno potrebbe rispondergli; preoccupati di difendere la dignità di esseri umani, il valore della maternità, l’importanza di assumersi responsabilità verso gli altri.
E che non accettano di farsi demonizzare perché ciò che pensano e rivendicano non coincide con le posizioni del governo o della chiesa, perché ritengono che peccato non vuol dire reato e che esiste per loro una legge da rispettare, quella dello Stato.
E su temi quali la famiglia e le forme in cui si scambiano le relazioni basate sul rispetto, la reciprocità e la solidarietà nessuno ha la verità in tasca ne i politici, né la chiesa, né la scienza.
Garantire lo spazio pubblico a queste riflessioni, ampliando a dismisura il numero di donne e uomini che chiedono il diritto ad essere difesi, dovrebbe essere il compito principale della politica, invece in Italia è in atto un sistematico processo di intimidazione alle donne e di delegittimazione delle garanzie raggiunte a partire dalla legge 194.
Occorre ricordare a lor signori che l’aborto per le donne è un trauma, difficile da dimenticare, e che la scelta sofferta deriva sempre da una violenza o da un sopruso subito.
Dott. Pera del Senato presidente, le donne non partecipano a piccoli omicidi, non sono assassine, la donna è per la vita, la donna da’ la vita!
A questo punto qualcuno di voi si starà chiedendo se questi sono i temi di cui il sindacato si deve occupare.
Certamente si, perché il lavoratore, il pensionato, il disoccupato, l’immigrato prima di essere lavoratore, pensionato, disoccupato e immigrato è una persona, un cittadino.
Noi vogliamo con forza ricordare come la libertà non appartenga a nessuno; è un’aria in cui respiriamo tutti e non può essere sequestrata né da una religione né da un governo.
La dignità dell’uomo deve essere sempre difesa anche quella del diritto a morire senza clamore alcuno quando la vita è solo sofferenza e non è più vita, già Democrito nel 410 a.c. ricordava che esiste una causa naturale dietro tutto ciò che accade, una causa che si trova nella natura stessa delle cose.
Un ultimo accenno su un tema di carattere istituzionale: la difesa dello stato laico.
I segnali di pericolo sono tutti accesi:
La Chiesa come fosse un partito boicotta il referendum sulla fecondazione assistita, invita a votare solo i partiti cattolici che difendono la famiglia, è contro i Pacs e la legge 194 è per la scuola privata sovvenzionata dallo Stato, non paga l’ICI etc.
La difesa e il rispetto dei valori religiosi e delle istituzioni ecclesiastiche è compito primario di uno Stato di diritto in quanto i valori religiosi sono il segno della spiritualità e non della temporalità, lo stesso Stato deve garantire equità di trattamento per chi crede in altri valori.
Ma l’argomento che più di altri è l’emblema della distruzione irreversibile dei diritti della persona è la guerra.
Poche settimane fa un aereo USA teleguidato da militari americani entra in uno stato sovrano, il Pakistan, bombarda a tappeto un villaggio con lo scopo di uccidere un famoso terrorista, il terrorista non c’era e fa una strage di vecchi e bambini.
Cosa succede, nulla.
Ma se l’aereo fosse stato iraniano o cubano cosa sarebbe accaduto?
Lo stato sovrano per eccellenza che vigila, così dice, sulla nostra libertà, avrebbe deciso, senza chiederlo, una rappresaglia o una veloce esportazione della democrazia.
Ma i vivi e i morti non sono tutti uguali?
I genitori di quei bambini uccisi a chi si rivolgeranno per chiedere giustizia?
Settembre 2001 – febbraio 2005, quattro anni di guerre per diffondere la democrazia nel mondo.
Ma quale democrazia? Quella della paura come risposta alla follia del terrorismo o lo stravolgimento di regole e leggi che con la seconda guerra mondiale dovevano essere sepolte: divieto di torturare, umiliare e uccidere i prigionieri di guerra?
E’ vero che molti paesi, tra cui gli USA, non accettano questi principi però i diritti umani non derivano dalla cittadinanza ma sono prerogativa di ogni essere umano.
E poi ci sono i 45.000 morti in Irak.
Strategia di guerra?
E l’Italia che ripudia la guerra come mai è ancora presente in Irak con migliaia di soldati armati ed addestrati ad uccidere?!
Noi vogliamo che si alzino i venti di pace in un mondo impaurito dove il presidente iraniano ha sentenziato che la più grande strage perpetrata sugli uomini, l’olocausto di 6 milioni di persone, è una barzelletta dell’occidente.
Personaggi inquietanti, che dirigono masse bisognose di giustizia e di sviluppo, con il taglio di controrivoluzionari medioevali.
L’unica strada possibile da percorrere è quella del rispetto della storia, delle religioni e delle abitudini dei popoli.
L’incontro di pace tra popolazioni diverse che devono convivere per far progredire questo pianeta.
E’ la strada scelta dal sindaco di Firenze: riconoscere gli altri popoli nel rispetto delle reciproche tradizioni.
Una strada inversa a quella xenofoba e razzista di ministri del governo Berlusconi che vogliono creare un clima d’odio verso gli altri popoli a partire da quello musulmano.
Da questo Congresso lanciamo un caloroso appello a tutte le forze democratiche di Israele e della Palestina affinché non si interrompa il processo di pace e si costruisca finalmente lo stato di Palestina, libero e sovrano.
In Italia i diritti della persona, i diritti di cittadinanza partono dal dettato costituzionale l’avamposto della democrazia in Italia.
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme, cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
L’art. 36 della Costituzione afferma che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa.
Vincolati a questi principi calpestati dal Governo Berlusconi, occorre considerare che anni di sacrifici e di lotte sono stati necessari per ottenere nel nostro Paese il dettato costituzionale in difesa dei diritti dei cittadini, all’assistenza sanitaria, ad una pensione certa ed adeguata, alla parità fra uomini e donne, al diritto allo studio, alla progressività delle imposte come principio irrinunciabile di giustizia sociale e di equa ripartizione del reddito, alla realizzazione del diritto di libera associazione sindacale e di sciopero.
Sono queste le basi su cui dobbiamo operare per l’unificazione in Europa della democrazia dei popoli fondata sui diritti sociali, civili e politici e nella difesa della libertà basata sulla fedeltà a principi costituenti la Repubblica italiana primo fra tutti l’antifascismo che oggi vuol dire comprendere il mondo che cambia, lottare contro la repressione della libertà e contro i rigurgiti nazi fascisti protetti e tollerati, ricordando qui con forza i 29 mila partigiani uccisi dalle truppe nazi-fasciste.
Infine siamo profondamente preoccupati dal destino dei principi di uguaglianza e solidarietà e garanzia di pari diritti per i cittadini su tutto il territorio nazionale, a partire da quelli legati alla sanità, alla istruzione e alla sicurezza, a seguito della revisione della seconda parte della costituzione sulla devoluzione.
E’ nostra convinzione che in questo modo si vuole affermare un federalismo che non valorizza i principi della solidarietà e della specificità ma esalta particolarismi, differenze e xenofobia tra le diverse regioni e province senza peraltro risolvere nodi decisivi legati ad esempio alla attribuzione e alla distribuzione delle risorse, al miglioramento della qualità della vita in tutto il Paese.
A nostro avviso possono essere queste le grandi direttrici su cui si dovrà misurare il programma dell’Unione rilanciando il tema della competitività e dello sviluppo sostenibile.
La Flai CGIL ritiene che la flessibilità e la competitività del sistema produttivo, da non negare in un mercato mondializzato, non si ottengono riducendo il lavoro e i lavoratori a merce i cui prezzi, tempi di impiego, saperi sono battuti all’asta in un mercato senza regole che non tutela i soggetti deboli della transizione.
Noi riteniamo invece che il lavoro debba continuare ad essere fondamento della Repubblica italiana e per questo valorizzato, messo nelle condizioni di evolversi in forme crescenti di qualità, competenza, professionalità e sicurezza.
Ma questo non potrà mai avvenire se si rende precario il rapporto di lavoro, moltiplicando a dismisura le tipologie di rapporto, discriminando i lavoratori su tutele e diritti di rappresentanza.
E’ questo che ci hanno chiesto i lavoratori nelle 3.678 assemblee congressuali della Flai che hanno coinvolto direttamente 149.000 lavoratori in rappresentanza dei 290.000 iscritti e dove il documento congressuale ha ottenuto il 98,59% e le tesi rappresentate dal Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani in particolare la tesi 8 ha ottenuto il 93,34% dei consensi ed oggi 579 delegati sono stati eletti al nostro congresso: 261 funzionari e 318 dai posti di lavoro.
Un incredibile coinvolgimento del popolo della Flai fatto di emozioni, appartenenza, proposte, richieste, fiducia.
36% in più del 2002 le assemblee tenute
44% in più del Congresso del 2002 i votanti nelle assemblee.
Questi lavoratori operano nel settore più globalizzato al mondo dopo quello energetico: il settore dell’alimentazione, del cibo, dell’acqua, della vita.
Senza queste materie prime non solo non ci potrebbe essere sviluppo ma miseria e fame e come dice il mio amico Valentino Parlato non esiste alcune forma di produttività spinta che può convincere il corpo a non nutrirsi riducendo così i costi per l’alimentazione.
Quando si parla di globalizzazione in pochi ricordano che la grande sfida che dovranno affrontare le forze progressiste in Europa sarà quella della globalizzazione del progresso e dello sviluppo con l’integrazione delle aree periferiche che rimangono ai margini.
Lo sviluppo o il sottosviluppo di un paese dipendono dalla sua capacità o meno di adesione al circuito della rivoluzione della conoscenza e dell’informazione.
L’Italia, tra i paesi industrializzati può divenire l’esempio negativo in quanto i paesi tagliati fuori dalla rivoluzione tecnologica subiranno un impoverimento della loro capacità e i paesi incapaci e risolvere i problemi dell’educazione del capitale umano non potranno dare una risposta neanche ai problemi legati allo sviluppo sostenibile.
Ma la globalizzazione è una realtà e l’apertura internazionale dei mercati, del capitale e degli essere umani fa crescere le disuguaglianze in quanto per noi il meccanismo economico non è affatto il motore della storia e anch’esso la conseguenza di forze e movimenti che operano nelle strutture sociali e ideologiche.
Quando parliamo di processi mondiali della globalizzazione alimentare occorre ricordare che il sistema agroalimentare è una realtà industriale che in Italia occupa il secondo posto dopo quella metalmeccanica e il primo in Europa.
Un settore quello agro-alimentare che riteniamo l’unico settore in grado di assicurare uno sviluppo sostenibile per il Paese.
Ed è per questo che le aziende alimentari devono spezzare le catene che le legano ad una visione ridotta e provinciale della propria forza industriale e la Federalimentare deve occupare a pieno titolo la scena industriale del Paese.
Le forze sociali devono imporre ai Governi una politica alimentare, fare massa critica, costituire un Osservatorio istituzionale presso il ministero delle Attività Produttive per assumere come obiettivo prioritario il salto di qualità, strategico sotto l’aspetto societario, produttivo, commerciale e distributivo che le singole imprese da sole non potranno mai raggiungere.
Molte di queste imprese sono segnate da forme di capitalismo familiare. Queste forme sono positive, quando però sono svincolate dall’acquisizione di marchi senza una strategia industriale e all’unico scopo di accrescere il fatturato.
In queste condizioni il continuo ricorso al mercato finanziario per reperire risorse diventa obbligatorio e la proliferazione di società nei paradisi fiscali diventa inevitabile; la finanziarizzazione dell’impresa la trasforma in un titolo da giocare in borsa o nel mercato della speculazione finanziaria.
Si decide di mettere in vendita permanente le aziende industriali e ristrutturare pesantemente aziende e interi settori dalla macellazione, all’avicolo, all’ortofrutta o dismettere interi settori come il tabacco e lo zucchero. Il documento finale del congresso conterrà una analisi approfondita che per ovvi motivi di tempo non elenco.
In questo quadro di politiche settoriali si ristruttura senza una logica industriale si chiudono come per la Barilla gli stabilimenti nel Mezzogiorno, si abbandona il territorio dopo averlo devastato e ottenuti ingenti risorse dallo Stato e dalla Comunità europea.
Questo fare è per noi il principio opposto all’etica di impresa.
Qualcuno dentro e fuori l’azienda può anche pensare che il movimento sindacale sia stato sconfitto nella difesa dei posti di lavoro, per la Flai CGIL è l’azienda Barilla in un sistema politico connivente, la vera sconfitta.
Questo è un caso da manuale di un modello di relazioni industriali che l’azienda avrebbe voluto collusivo e verificato che non era possibile il padrone fisicamente è andato in assemblea ad arringare i suoi così ha definito i lavoratori della Barilla contro la CGIL.
Non siamo stati comprensivi e compassionevoli verso l’azienda, non abbiamo capito che era meglio che una delle ultime industrie della Basilicata quella di Matera doveva sparire, tutti licenziati e senza alternative, non ci siamo fatti carico di operazioni sbagliate con la Banca Popolare di Lodi per l’acquisto della Kamps, non abbiamo capito, ci dispiace non capiremo mai.
Un altro fatto è accaduto nel nostro Paese che la nostra esperienza ci porta a dire, unico nel mondo industrializzato: il caso Parmalat.
Parmalat è stata figlia di una cultura industriale declinante. La gestione Tanzi ha privilegiato il guadagno facile, assistito da un sistema bancario connivente nella convinzione di impunità, di totale carenza di senso etico dell’impresa, un sistema a delinquere aiutato da un contesto ideologico insofferente alle regole e ai controlli.
Nel nostro convegno unitario del 23 febbraio 2004 alla presenza dei Segretari Generali di CGIL-CISL-UIL e dell’intero Governo abbiamo sottolineato come se si voleva superare il trauma e fare tesoro dell’esperienza Parmalat, il suo futuro produttivo doveva divenire il banco di prova della fiducia del sistema Italia e lo spezzettamento dell’azienda non avrebbe dato alcuna risposta alle esigenze del Paese di difendersi e di dotarsi di un sistema di imprese agroindustriali efficienti e competitive.
Il Governo così come il sistema bancario bocciò la nostra proposta operativa, rimanemmo soli con i lavoratori e con quella parte sana del management che ancora credeva nell’Azienda.
Abbiamo vinto, anche se le banche e i fondi speculativi sono ancora lì e dopo aver partecipato alla scomparsa di 14 miliardi di euro vogliono rientrare in possesso dell’azienda per fare cassa.
Quello che è certo che il capitale lavoro ha sconfitto quello finanziario e a nome del Congresso della Flai ringrazio tutti i lavoratori e le RSU della Parmalat.
Ma la filiera agro-industriale ha un’altra centralità oltre a quella industriale, quella agricola.
La Pac è giusta benché contenga una serie di limiti da noi rilevati e segnalati e vi invito ad approfondire il tema nel complesso documento che la nostra Fondazione Metes ha elaborato, è uno dei pochi documenti politici e tecnici sulla Pac oggi circolanti in Europa.
Metes è la fondazione della Flai Cgil, ed ha lo scopo di diffondere i valori e le ragioni del lavoro nel settore agroalimentare, attraverso gli strumenti della ricerca, della conoscenza, della formazione e dell’informazione, per promuovere l’affermazione di un modello di sviluppo economico sostenibile e solidale.
Metes vuole essere un luogo di approfondimento, confronto e dibattito sui modelli di sviluppo, i processi di globalizzazione e di governo dei mercati internazionali e le politiche comunitarie.
Vuole lavorare al rafforzamento delle capacità di intervento e di innovazione sindacale attraverso l’aggiornamento e la formazione delle risorse umane.
Così come vorrei sottolineare il ruolo fondamentale della nostra affiliata l’Alpa che rappresenta in un quadro di agricoltura sostenibile le figure miste del mondo agricolo.
50.000 iscritti che si aggiungono ai nostri 290.000, una forza quella dell’Alpa insostituibile nel programma della rappresentanza di interessi lavorativi, economici e produttivi.
Dicevo la Pac accentua il ruolo dell’agricoltura verso lo sviluppo sostenibile incentrando sullo sviluppo rurale e modificando le coordinate produttive delle attività agricole sostenendo quelle che si rapportano alla strategia della qualità.
Purtroppo le cose nella realtà sono ben diverse; BSE, polli alla diossina, grano cancerogeno, semilavorati senza denominazione di origine con muffe e ormoni, prodotti del made in Italy che contengono materie prime pericolose per la salute dei cittadini, per non parlare di prodotti Dop quali il grana, l’olio, il pomodoro, carne di maiale, pollame, molti di questi prodotti sono di provenienza incerta e non rintracciabile.
La tracciabilità, la rintracciabilità e l’etichettatura sono gli obiettivi che vogliamo raggiungere per garantire la qualità e la sicurezza alimentare.
Siamo in completo disaccordo con il presidente del Comitato per la tutela dei marchi della Confindustria quando afferma la assoluta contrarietà delle aziende al marchio 100% made in Italy, in quanto spiega che le imprese italiane non potrebbero utilizzare produzioni e prodotti di filiera a costi molto più bassi di quelli italiani e quindi andare fuori mercato, perché continua, il Dott. Auricchio il made in Italy significa non la produzione di provenienza ma lo stile Italia.
Se è così non ci possiamo meravigliare che 200 lavoratori siano venuti a contatto con il grano cancerogeno e che 56.000 tonnellate di grano da distruggere siano state utilizzate nei pastifici grandi e piccoli del nostro Paese proprio in quelle produzioni definite made in Italy.
Questi temi ci portano come Flai CGIL a valutare l’attuale fase di stagnazione economica con grandissima preoccupazione.
L’assenza totale di qualsiasi politica di sviluppo industriale e sostenibile da parte del Governo sta distruggendo in modo tendenzialmente irreversibile il nostro tessuto produttivo.
Ed è per questi motivi che la disoccupazione non è più un fatto transitorio dovuto al rallentamento dell’economia ma uno stato profondo di malessere sociale derivante da un rapporto distruttivo tra lavoro e sistema economico.
Stiamo convivendo con un mondo fatto di cittadini e di potenziali lavoratori che si arrangia si precarizza senza un futuro, vive nel disagio e nel malessere più profondo.
Questo mondo chi lo rappresenta?
Sono sicuro che l’Unione non riterrà che l’occupazione sia solo un fatto economico, un mezzo di sussistenza da compensare proprio con l’assistenza. Per la CGIL il lavoro è la fonte primaria di integrazione sociale, l’unico legame che tiene insieme persone, famiglia, società.
La precarietà esaltata con la legge Biagi e il sommerso come modello di lavoro sono la negazione di questo legame.
Credere che la flessibilità del lavoro sia la risposta per rendere competitive le imprese, far crescere l’economia è una colossale bugia.
Mi dicono che dovremmo puntare alla flessibilità buona, quella cattiva è di destra.
La Flai ritiene che occorra sostituire la flessibilità con la prestazione lavorativa negoziata dove l’odl si modifica e si ricompone a seconda delle situazioni contingenti di mercato, della domanda e dell’offerta e appunto del valore della prestazione lavorativa.
Così come non si può leggere la flessibilità come libertà per le imprese di ridurre l’orario ricorrendo allo straordinario senza confronto negoziale, di pagare salari più bassi a parità di lavoro, esternalizzare il lavoro, ridurre le assunzioni con contratti a tempo indeterminato non superiori al 20% per il resto: lavoratori in affitto, consulenti, tirocinanti, apprendisti, parasubordinati e lavoratori atipici.
La legge 30 voluta dal Governo è indirizzata a marginalizzare il ruolo del sindacato quindi deve essere cancellata non lo dice una categoria, lo dice la CGIL.
Quando si destruttura la forza lavoro, si ottengono due risultati fortemente negativi: la discrezionalità delle imprese e minore resistenza dei lavoratori.
Difendere la qualità della prestazione lavorativa, difendere il lavoratore è patrimonio indiscutibile di una impresa definita come tale, e il valore di fondo ineguagliabile.
Occorre in questo quadro sfatare a sinistra l’idea che occorre ridimensionare e marginalizzare l’impresa e in particolare la grande impresa, che infatti sta scomparendo perché piccolo è bello anche se i contratti non vengono rispettati, la sicurezza sul lavoro e i diritti sono di la da venire e la contrattazione aziendale non viene esercitata.
Noi riteniamo che sia moralmente più apprezzabile in un quadro certo di regole da tutelare il lavoro e la collettività, realizzare utili producendo beni e servizi che non realizzare perdite e giocare con la finanza.
Nel lavoro organizzato nella impresa ha un alto valore morale il lavoro di gruppo, la professionalità, relazioni industriali negoziali.
E’ qui per il settore dell’industria alimentare e poi lo farò per il settore agricolo alcune proposte e valutazioni.
Si apriranno nei prossimi giorni le trattative per le contrattazioni di gruppo, e la contrattazione aziendale ed è aperto il CCNL dei lavoratori agricoli.
Partiamo da una valutazione sulle relazioni industriali nel settore dell’Industria Alimentare e in quello agricolo.
Quali relazioni le imprese vogliono perseguire: collusive, consociative, collaborative, convergenti, cooperanti, cogestite?
Dimentichiamoci queste pratiche che se ci sono state hanno fatto superare al movimento sindacale la soglia dello scambio facendole perdere un ruolo che deve essere sempre distinto da quello dell’impresa.
Riteniamo che l’unico modello di relazioni industriali possibile sia quello negoziale e le imprese che sono qui presenti la esercitano, dove l’impresa e il sindacato hanno ruoli e funzioni diverse di direzione da una parte e controllo dall’altra; che si negozi, nella contrattazione aziendale, su piattaforme approvate con il consenso e la partecipazione dei lavoratori: è la nostra democrazia di mandato.
Il secondo punto riguarda la produttività e dunque come sottolinea la Confindustria la stessa competitività dell’impresa? E con questo binomio occorre lavorare il sabato a parità di salario.
In Italia si lavorano 40 ore contro le 48 dei Paesi dell’Est, per non parlare dei Paesi in via di Sviluppo.
Il costo del lavoro in Italia è 20 euro contro lo 0,8 della Romania ecco perché le imprese italiane falliscono o delocalizzano, dice il documento della Confindustria.
Per esempio lavorando 44 ore il costo del lavoro scenderebbe a 17 euro ma l’altro sempre a 0,8 rimane. Che vogliono fare portare l’Italia a livello della Romania?
Anche un timido studente di media sa che la produttività è la resa dell’unità di lavoro in termini di prodotti vendibili. Dell’ora lavorata non del lavoro. Di conseguenza un aumento dell’orario a parità di salario determina una riduzione del costo del lavoro (20-17) non della produttività.
Questa è bassa in Italia, penultima in Europa perché il lavoro viene impiegato per fare prodotti di scarso valore che possono essere fatti a costi ridotti in Romania o in Cina.
La produttività aumenta solo se si impiega il lavoro per produrre beni ricchi e di qualità, questo già avviene in molte aziende alimentari, molto meno in altri settori.
Terza valutazione: una proposta operativa.
Il prossimo anno scade il CCNL dell’Industria Alimentare, un grande contratto, il secondo in Italia. Un contratto che negli ultimi anni ha fatto da apripista a tutti i contratti dell’industria in particolare sul mercato del lavoro, sull’orario e sul salario.
Due saranno gli argomenti centrali da affrontare, rivedere completamente il sistema di inquadramento della professionalità fermo da oltre 1/4 di secolo con una ODL che si è completamente modificata, puntando così a costruire polivalenze e verticalizzazioni legate alla prestazione e non più alla mansione e l’altro il valore economico della prestazione lavorativa: il salario, da definire in un sistema certo di regole condivise.
Oggi tutti vogliamo uscire dal protocollo del 23 luglio 1993 chi da sinistra sostituendolo con una strategia basata su un sistema senza regole riconquistando il conflitto.
Altri vogliono uscire da destra definendo relazioni industriali collaborative, tregue sindacali con penali, scioperi come estrema ratio, rispetto blindato del principio del ne bis in idem e aumenti salariali bloccati sull’inflazione programmata.
Per la Flai CGIL in un sistema senza regole un dato è certo, a perdere saranno solo le fasce deboli del Paese: i lavoratori.
Quindi occorre definire un sistema di regole da concordare tra CGIL CISL e UIL e un patto fiscale da negoziare con il futuro Governo per raggiungere l’eguaglianza dei cittadini di fronte al fisco, rinunciando ad ogni forma di condono fiscale, combattendo l’evasione e l’elusione fiscale dei grandi patrimoni mobiliari ed immobiliari, tassando le grandi ricchezze e i proventi derivanti dalle speculazioni finanziarie.
In questo patto occorre riaffermare come sia possibile evitare aumenti generalizzati dei prezzi grazie all’introduzione di alcuni strumenti di regolazione e controllo delle variabili derivanti nella distribuzione dei redditi.
Solo l’intreccio tra domanda aggregata, la cui forma dipende dal valore del saldo del bilancio pubblico e dall’aumentare nominale dell’offerta di moneta e dall’offerta aggregata la cui pendenza deriva in primo luogo dalla redditività dei salari alla variazione del tasso di disoccupazione, ha come risultato una politica dei redditi equa e solidale.
In questi anni di Governo Berlusconi l’intreccio possibile tra saldi pubblici, redditività dei salari e variazione del tasso di disoccupazione è saltato.
Occorre ristabilire il punto di intreccio fra le tre curve rafforzando l’impianto di prezzi-tariffe-fiscalità-potere di acquisto dei salari-sanità pensioni.
Sul modello contrattuale abbiamo già espresso le nostre valutazioni nel giugno del 2002, riconfermate nella Conferenza di programma del giugno 2004, ripetute più volte nelle riunioni del CD della CGIL.
– il recupero del potere di acquisto dei salari non si può fare nei 102 territori del nostro Paese in quanto ciò costituirebbe di fatto il presupposto per definire gabbie salariali provinciali, annullando qualsiasi possibilità a livello territoriale di sviluppare qualsiasi forma di contrattazione aziendale
– non si devono fare a livello nazionale due contrattazioni sulla stessa materia: tra l’altro l’eventuale slittamento dei tempi di rinnovo fa coincidere in una scadenza unica il quadriennio e quindi occorre superare il secondo biennio riportando la durata del CCNL a tre anni, ma cosa più importante di cui nessuno parla è come si costruisce la tutela del potere reale di acquisto dei salari.
L’aumento salariale si deve calcolare con un tasso negoziato si potrebbe meglio dire inflazione attesa e negoziata a cui occorre contrattualmente aggiungere forme automatiche di riallineamento salariale quando il tasso negoziato sia inferiore a quello atteso. Si corregge con una temporalità predefinita e una banda di oscillazione.
Ma supponiamo che tutto ciò sia possibile partendo dalla condivisione delle proposte tra Fai, Flai e Uila e dal consenso dei lavoratori, nessuna categoria può modificare la durata dei contratti senza che CGIL-CISL-UIL abbiano raggiunto un’intesa che modifica il dispositivo del 23 luglio 1993.
Diminuire la durata del contratto, aumentarne la durata rende il ruolo del CCNL debole e flessibile. Non se ne parla, non è possibile, si destruttura la contrattazione se ogni categoria sceglie la strada più opportuna, anche se obbligata. E’ una decisione confederale e tale deve restare.
Quando rinnoveremo il modello contrattuale dobbiamo anche tenere conto che la base di riferimento non è solo la grande fabbrica, c’è la piccolissima impresa, l’artigianato, la media.
Il tutto su due livelli di contrattazione dove il CCNL sia centrale nel sistema negoziale. E’ vergognosa la campagna di destra contro il CCNL definito un freno alla modernità o della tirannia contrattuale.
Ma veramente c’è qualcuno in questo Paese che non sa che attaccando il CCNL si vuole attaccare la confederalità, il ruolo del sindacato. Il ruolo della CGIL?
Spero che gli amici e i compagni della CISL e della UIL colgano questo gravissimo pericolo. Il CCNL tutela i forti e i deboli del mondo del lavoro, sostituirlo con la C.A. significa che solo il 20% del mondo del lavoro avrà forme contrattuali di tutela e pagherebbero tra le imprese le solite imprese quelle che già oggi rispettano i due livelli di contrattazione e si salverebbero in un condono millenario quelle piccole e medie che non rispettano ne il CCNL ne la C.A.
Infine occorre riaffermare la centralità della contrattazione negoziata non teorica ma reale.
Occorre conoscere cosa significa inflazione e il nuovo Governo dovrà modificare i riferimenti dei prezzi al consumo, superare il NIC indice che non tiene conto delle abitudini di spesa fortemente differenziate e l’IPCA per passare al FOI che è l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, i lavoratori dipendenti, indice oggi calcolato su elementi irrilevanti
Così come quando si contratta occorre ricordare che quando parliamo di orario di lavoro non si può non tenere conto del risultato ottenuto nel CCNL dell’Industria Alimentare con un orario massimo settimanale, non medio, di 48 ore, compreso lo straordinario e delle norme sul mercato del lavoro armonizzate al settore e nettamente migliorative del dettato legislativo.
Il 4° congresso della Flai è occasione inderogabile per imboccare con decisione l’ultimo miglio che ci separa dall’obiettivo strategico di unificare il lavoro agroalimentare, sancito dal congresso costitutivo della nostra Federazione.
Ma intendiamo dirlo con la massima chiarezza: il processo di ricomposizione del lavoro agroalimentare può essere completato e si completa solo mettendo in mora il sistema contrattuale agricolo connesso all’impianto degli armonizzatori sociali, alla previdenza ed al mercato del lavoro.
Per tale ragione, non riusciamo a comprendere le valutazioni che considerano il contratto agricolo paradigma di una riforma della contrattazione collettiva nazionale da far valere alla generalità dei lavoratori.
Permane nella cultura dominante – dalla quale discende anche la normativa vigente – la convinzione di ritenere la contrattazione collettiva agricola come elemento variabile, non decisivo, delle politiche di settore.
Non si comprenderebbe altrimenti la richiesta pressante che proviene dalle associazioni degli imprenditori agricoli di porre mano, al di fuori di ogni ipotesi di sviluppo e di riforma della politica agricola italiana e comunitaria, alla previdenza.
Per quanto ci riguarda la riforma della previdenza agricola non può essere considerata un incidente di percorso, ma un’occasione indispensabile per porre fine al “patto sociale” degli anni ’50 che ancora permane nella specificità agricola che va definitivamente superato.
Perciò lanciamo una sfida alle associazioni dei datori di lavoro, alla politica, alle istituzioni.
Una sfida che può essere vinta se sapremo sviluppare, insieme a FAI e UILA, un orientamento unitario per riscrivere un nuovo piano che poggia non più sulle circostanze storiche, sociali, economiche del passato, ma sull’obiettivo strategico di prefigurare le filiere agroalimentari ed i contesti territoriali come grande area in cui possano convivere nuovi e vecchi diritti tra i quali, anch’essi fondamentali, destinati alla tutela ambientale, alla sicurezza alimentare, alla salubrità dei prodotti.
Noi riteniamo che il mondo delle imprese, quelle che competono sui mercati per qualità di prodotti e non solo per quantità di produzione, abbia bisogno di manodopera qualificata e specializzata.
Il nostro settore si poggia su una grande anomalia strutturale del sistema agroalimentare, i numeri lo denunciano con evidenza: si chiama frammentazione.
36.600 aziende nell’industria alimentare, con 398.000 addetti dei quali, circa un terzo, lavorano in aziende che occupano meno di 10 dipendenti, mentre solo 6.650 imprese occupano più di 9 dipendenti. Gli addetti per impresa, in Italia, sono appena 6,3, meno della metà della media europea (14,1), e molto meno in Germania (19,4) e Francia (9).
1.911.919 imprese agricole. Un dato vero, con una formulazione azzardata. Nel senso che i dati INEA e ISTAT riportano tutti coloro che, in vario modo, coltivano o fanno coltivare un terreno: agricoltori, coltivatori diretti, imprenditori, cooperative, consorzi, produttori o semplici proprietari di terreno. Una miscellanea indistinta.
Lavoratori agricoli dipendenti al 2004, sono 1.023.511
Dati chiari. Ai quali se si aggiunge la miriade di sovrastrutture associative e di rappresentanza di produzioni e di prodotti, si rende evidente che quello italiano non è un “sistema” ma un agglomerato di entità diverse, spesso poco inclini al dialogo, se non quando mediato dalla politica nell’assegnare quote e finanziamenti.
Un agglomerato che, in verità, mal si adatta al bisogno di avere non singole aziende – poche eccellenze che competono sui mercati globali – ma un sistema vero, un insieme articolato, modulabile “dal basso” e governato da una politica agroindustriale in grado di far interagire i diversi soggetti nel contrasto delle autonomie locali, per affrontare la competizione globale.
La stessa riforma della previdenza agricola del governo è un inganno. Non è solo un giudizio politico, quello espresso, ma un atto d’accusa indirizzato anche a chi è preposto a controllare i conti pubblici e un segnale inequivocabile per il nuovo governo.
Il Governo, con la sua riforma, non riduce lo squilibrio strutturale tra le entrate e le uscite, più volte rilevato dalla Corte dei Conti, ma lo aumenta e l’aumenta in modo esponenziale.
Non si può intendere diversamente la pervicace volontà di concedere ai datori di lavoro una doppia sanatoria. Una, preventiva – a “futura memoria” – che incide sul futuro: abbatte ulteriormente le aliquote contributive, portandole al 25% nei territori montani ed al 32%, genera l’iniquità di far pagare, nelle aree montane, la quota maggioritaria della contribuzione previdenziale ai lavoratori dipendenti. L’altra, sul pregresso, una norma retroattiva, che consente alle imprese di pagare entro il 2030, cioè nei prossimi 25 anni, il dovuto, azzerando sanzioni ed interessi così come per il furto legalizzato delle quote latte, il tutto costerà al Paese 1 miliardo e 200 milioni di Euro nel prossimo triennio e saremo l’unico paese industrializzato a non rispettare le indicazioni del FMI e dell’OCSE sulle sanatorie fiscali e sugli aiuti a settori svincolati da qualsiasi programma di sviluppo anche in relazione al trentatreesimo rapporto sulla concorrenza della Comunità Europea.
Su questo rapporto esiste un mio parere come consigliere del CESE che il Parlamento Europeo sta verificando sugli aiuti di Stato mascherati da sanatorie e condoni.
Infine l’indennità di disoccupazione non è un sussidio, e non può essere inteso come tale, ma si tratta di un diritto, che nasce dal lavoro e nel diritto del lavoro deve essere ricondotto.
Per questa ragione ci siamo battuti con tutte le nostre forze in questi ultimi due anni, con iniziative nazionali, regionali e territoriali che hanno fatto rivivere una capacità di mobilitazione e di lotta che alcuni ritenevano impensabile.
Grazie a quelle lotte siamo riusciti ad imporre al governo una marcia indietro sull’ormai famoso comma 147 della legge finanziaria 2005, che riduceva i trattamenti speciali di disoccupazione agricola, e ad invertire la filosofia di fondo di quella scelta.
Giovedì sera il Senato ha approvato il decreto che cancella il comma 147 alla finanziaria 2005. Non posso che vivamente ringraziare i gruppi parlamentari dell’opposizione dei DS, della Margherita, di Rifondazione, dei Verdi.
Siamo riusciti a suscitare un interesse nuovo e diffuso nel Paese e nel Parlamento intorno alle nostre idee e alle nostre proposte affinché la riprogettazione del futuro passi dai diritti.
Abbiamo dimostrato che esistono i lavoratori agricoli, ci sono e peseranno nel rinnovo del CCNL agricolo.
Siamo stati con loro nei 4 scioperi generali unitari fatti negli ultimi 3 mesi davanti a Palazzo Chigi e al Senato. Abbiamo vissuto con loro la rabbia a stento controllata su promesse e ridicoli impegni disattesi.
Abbiamo dimostrato in modo fortemente unitario che con il conflitto si è modificato un articolo della legge finanziaria 2006.
Ecco dunque cosa significa per noi unificare il lavoro agroalimentare. Ridisegnare l’ambito dei diritti, per meglio tutelare la sfera dei lavori: quello occasionale, stagionale e a termine. In uno schema che tenga conto di una sostanziale novità, l’irrompere sul mercato del lavoro di lavoratori migranti.
In questi ultimi anni abbiamo destinato spazio e risorse per incrementare la presenza di lavoratrici e di lavoratori stranieri nella nostra organizzazione. Forse non basta. Ma avvertiamo vivo e forte il desiderio di creare condizioni ottimali, affinché i tanti giovani, uomini e donne, che lavorano nel comparto agroalimentare possano vivere nella FLAI sentendosi a casa propria. Oggi sono milioni non migliaia le persone della nuova immigrazione: diversità di colore, religione, costume, lingua ed una sola razza quella umana.
Per dimensione e diversità il flusso dei nuovi venuti non ha confronto con le migrazioni passate, verso le fabbriche del Nord o in Svizzera e Belgio.
Lì le differenze si sono sciolte in una generazione. Quando le caratteristiche di tale portata, l’incontro tra flusso migratorio e società di accoglienza, è una innovazione storica, non si esaurisce in pochi anni ed è destinato a trasformare in modo duraturo economia, cultura, struttura sociale, leggi, sistemi politici europei.
Quando affrontiamo il tema della migrazione non dobbiamo dimenticare che questo incontro tra popoli è dettato da una necessità, ma nello stesso tempo è frutto di una scelta unica che avviene guarda caso su un segno costruttivo e dimenticato: il lavoro, non quello distruttivo delle armi. I nuovi venuti ci hanno cercato per vivere con noi e nello stesso sono stati da noi cercati.
Non ci hanno invasi come nemici come è accaduto nei secoli passati in tanti i paesi europei ma sono stati chiamati dai nostri governi, dalle famiglie e dalle imprese e allora devono essere trattati come esseri umani non schiavizzati, accatastati in alloggi fatiscenti, perché alla fine diventeranno una generazione di sbandati in un paese che non li riconosce ma che li sfrutta.
Care delegate e cari delegati
La malattia della democrazia in Italia e in Europa ha come causa prioritaria l’emarginazione dell’autonomia politica del mondo del lavoro. Il declino industriale, il mercato, ridimensiona la forza sociale critica che ha costruito in Europa la democrazia come elemento qualificante della vita dei cittadini.
Oggi la sinistra deve riprendersi la centralità del lavoro e se questa tendenza non verrà ristabilita il ruolo identitario e di controllo della società civile da parte dei lavoratori si ridimensionerà sino a scomparire.
Anche quando parliamo di diritti contrattuali contro la precarizzazione, la flessibilità selvaggia, l’orario senza regole, la sicurezza sul lavoro tutto si lega con l’identificazione nel lavoro del proprio ruolo sociale. E’ quindi fondamentale che il mondo del lavoro si senta fortemente rappresentato.
Oggi la destra propone una società basata sull’arricchimento personale, il superamento delle leggi, l’individualismo e l’impresa non è più considerata come confronto tra capitale e lavoro ma come l’antica dittatura del capitale sul lavoro.
Questo progetto politico ha bisogno di tre condizioni per potersi realizzare: uno Stato che libera definitivamente l’impresa da regole e leggi, forze politiche distratte e la subalternità del movimento sindacale.
Di fronte alla grande trasformazione del lavoro, alla mondializzazione dei capitali, di uomini e merci, la sinistra rimane agnostica perde il riferimento della trasformazione della tipologia del lavoro su milioni di lavoratori che non operano più nella fabbrica fordista dove era ben visibile il contrasto tra capitale e lavoro come per esempio nell’agricoltura, edilizia, commercio, pubblico impiego.
Siamo di fronte ad un grave processo di svalorizzazione del lavoro.
Eppure i lavoratori dipendenti si sono accollati il peso da soli nel difendere questo Paese. Hanno evitato il crollo del sistema economico nel 1992. Hanno consentito il risanamento dei conti pubblici pagando con una violenta riduzione del potere di acquisto dei salari per poi sentirsi dire come i lavoratori agricoli, che il loro lavoro è un non lavoro e che riconoscere i lavoratori e le RSU quale unico riferimento in azienda è una storia vecchia del passato, e modernamente dovremo riconoscere altre forme di sindacato come in Inghilterra dove il sindacato è scomparso.
Qualche mese fa in una simpatica descrizione futuristica e post politica, sono stato collocato dietro il muro di Berlino, io e ovviamente tutto l’esercito della Flai CGIL.
Una specie di avamposto sperduto nel difendere valori e ideali superati dalla storia.
Questa descrizione l’ho accolta sinceramente come una grande complimento, specialmente con riferimento alla frase: >.
Si è vero noi difendiamo una classe quella dei lavoratori; un sindacato rosso? In un mondo sbiadito il rosso non stona anzi è una speranza.
Oggi se l’Italia può dirsi fondata non più sul lavoro ma su rendita e profitti non è vero che la situazione non possa rovesciarsi.
Sarebbe sufficiente per le forze di opposizione riconoscere questa possibilità per tornare alla centralità del lavoro.
Vorrei ricordare che la questione lavoro non è materia economica e contrattuale da delegare al mercato o al sindacato ma riguarda il senso, i contenuti della rappresentanza politica.
Oggi all’operaio, al giovane precarizzato o disoccupato, al pensionato, la vita appare diversa solo in un ipotetico altrove, una fuga costante verso il nulla.
I lavoratori così perdono la loro rappresentanza politica, la loro capacità e possibilità di autorappresentarsi sul terreno politico.
La centralità del lavoro può dare una nuova identità alla sinistra, stimolando nuove appartenenze.
C’è un ponte per raggiungere i diritti della persona, i diritti dei cittadini, i diritti dei lavoratori, questo ponte è il movimento sindacale è la CGIL che senza imporre né strategie, né linee politiche, rappresenta questa centralità.
Centralità è il contrario di parzialità.
La CGIL non sarà assorbita come parte omogenea di uno schieramento di opposizione o di governo, costretta a rifugiarsi tra gli infiniti partiti di opposizione, ma occorre stabilire da subito un nuovo e mai praticato rapporto critico e dialettico tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica che si misurano a livello paritario.
Tutto questo ardire per sperare di far rinascere una vera forza di sinistra, per fermare questa attrazione ipnotica verso il centro.
E’ giusto, politicamente onesto stringere alleanze e patti con le forze progressiste di matrice cattolica e laica ma per farlo occorre che venga ricostruita una grande forza di sinistra, dove vengano esaltati donne e uomini capaci come scrive Tabucchi, di frequentare la virtù rara della modestia.

Care delegate, cari delegati
Nel concludere ho scelto di non fare l’elenco tragicomico delle malefatte del Governo Berlusconi, le leggeremo con dovizia di particolari nell’enciclopedia della vergogna che sarà pubblicata dopo il 10 di aprile.
Devo confessarvi che ho tentato di ricordare tutte le leggi e le normative approvate ma non ci sono riuscito perché ad ogni legge si legava un processo e l’intervento della magistratura, o la magistratura a un processo e una legge per impedirlo, e così via all’infinito.
Abbiamo preferito guardare al futuro, al cambio radicale della politica nel governo del Paese, affidando all’Unione che governerà nei prossimi cinque anni perché andrà così il compito di ricostruirlo.
Lavoro, pensioni, sanità, scuola, politica industriale e di sviluppo sostenibile, diritti della persona, politiche dei redditi, politiche fiscali, sono a nostro avviso i temi su cui si dovrà sviluppare il dibattito al Congresso Nazionale della CGIL.
Il più grande evento politico e mediatico prima delle elezioni, una occasione unica anticipata da una discussione fortemente sentita che ha coinvolto più di 1 milione e 200 mila lavoratori, delegati e strutture della CGIL.
Quei delegati e la Flai con loro, non permetteranno di segnare il congresso nazionale della CGIL con litigi e discussioni infinite sulla composizione dei gruppi dirigenti affiliati per appartenenza di gruppo o sulla marginalità dei centesimi di rappresentanza.
Esiste un documento unitario quindi linee, scelte e programmi comuni da difendere senza distinzione alcuna? Si? E allora i gruppi dirigenti non possono che essere espressione di questa scelta.
Le tesi di minoranza che avrebbero ottenuto una percentuale di adesioni, il C.D. della CGIL ha ritenuto che non dovevano esprimere delegati. Così non è stato.
La Flai CGIL è in assoluto, disponibile a trovare in modo fortemente unitario una soluzione nella composizione degli Organismi dirigenti, ricordando due cose, la prima che nessuno di noi può essere scelto solo perché appartiene ad una maggioranza o a una minoranza a prescindere dai criteri di capacità, qualità, direzione, rappresentatività; secondo ritengo un errore insistere nel dividersi su liste elettorali contrapposte, una divisione che non è solo una modalità di voto.
Concludo e vi ringrazio per la vostra gentile pazienza ricordando che il primo Congresso della Federterra si è tenuto il 25 novembre del 1901.
Quel primo congresso fu presieduto da Andrea Costa e concluso da Filippo Turati.
Nel 1906 nasce la Confederazione Generale del Lavoro.
Molte cose sono cambiate da allora, sono state superate alcune delibere in quegli anni dove ancora vivevano le passioni e gli ideali che prevedevano per esempio >.
E’ passato un secolo, oggi la CGIL con la sua attività di centinaia di strutture dalla CdL, ai Regionali, alle categorie, ha fatto crescere la sostanza e l’idea di giustizia sociale e questa giustizia sociale ricordatevi sarà sempre negata se il movimento sindacale non contrasterà lo scambio ineguale tra lavoro e capitale.
La Flai CGIL è una organizzazione libera, priva di condizionamenti, correnti e cordate, qualcuno e non sapendo ci fa un complimento, dice senza governo.
Siamo una categoria fortemente confederale ed è per questo che abbiamo chiesto a due Segretari Generali dell’Emilia Romagna Danilo Barbi e della Sicilia Italo Tripi di intervenire al nostro congresso e abbiamo come unico riferimento la CGIL.
Dall’ultimo Congresso molti fatti sono accaduti, ne titolo tre: Il C.D. della Flai del 16 aprile 2003 che anticipa la decisione del C.D. della CGIL del 7 maggio ed all’unanimità si schiera a favore del referendum sull’art. 18, una grande battaglia di civiltà, una trasparente autonomia dai partiti, una vittoria della CGIL.
30 giugno 2004, la nostra Conferenza di Programma a Milano dove abbiamo tracciato le linee e le direttrici per il nostro lavoro sindacale e politico.
30 giugno 2005 la Conferenza delle delegate e dei delegati Flai CGIL a Venezia, un appuntamento che sarà normato nello statuto della Flai come strutturale.
E poi decine di iniziative, convegni, manifestazioni, scioperi, picchetti, blocchi, vittorie e sconfitte, in breve la storia del movimento operaio.
In questi mesi di assemblee congressuali ho ascoltato le voci dei nostri dirigenti, dei delegati.
Ho sentito crescere questa incredibile e unica forza di appartenenza alla Flai che le mie parole non riescono a descrivere.
Così si inizia a lavorare, si pensa di essere indifesi e poi qualcosa accade, si accende una luce, una speranza di cambiamento.
Ogni giorno le compagne e i compagni della Flai CGIL, nelle fabbriche, nei campi, nelle leghe, nei comuni, nelle province, nelle regioni, al nazionale accendono centinaia di queste luci.
Cresce la consapevolezza di far parte di un mondo del lavoro dove ci si sente uguali dove ci sarà sempre un padrone o un caporale che sfrutterà ma ci sarà sempre un sindacato che difenderà i lavoratori con la forza della passione civile e politica.
La Flai CGIL oggi ha superato definitivamente il periodo dove erano sempre compagni prestigiosi che venivano da esperienze diverse dalla categoria, che la guidavano; una nostra forma di assuefazione e di incapacità a dirigere.
Stiamo costruendo la Flai del futuro e vi garantisco perché so che è questo il mandato che mi affidate che a tutti i livelli dal territorio al nazionale per la Flai CGIL la metamorfosi avverrà nella continuità interna della direzione politica della categoria.