Relazione all’iniziativa “Ottobre rosso”

È giusto e opportuno legare un’iniziativa di ricordo e di analisi della Rivoluzione d’Ottobre alla questione delle lotte e delle prospettive politiche che si aprono oggi. Ogni processo rivoluzionario – ogni cambiamento radicale dello stato di cose presenti – nasce dall’incontro di almeno due fattori: una dinamica sociale – che è frutto a sua volta delle contraddizioni di classe, e in particolare della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali che non tengono il passo, e dunque della incapacità delle classi dominanti di offrire risposte progressive ai problemi che lo sviluppo stesso dell’economia e della società pone – e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che si fa elemento di coordinamento o di guida del processo di trasformazione.
L’Ottobre bolscevico è forse l’esempio più importante nella storia di questo incontro tra spinta sociale e progetto politico. La spinta nasceva in primo luogo dalle condizioni economiche, politiche e sociali della Russia zarista, in cui classi dominanti ottuse e reazionarie resistevano a ogni riforma, mentre le condizioni dei lavoratori – masse rurali in primis – erano ancora di tipo semi-feudale, servile, talvolta semi-schiavistico. È questa arretratezza del quadro sociale e politico – con uno Stato zarista autoritario, che perseguita gli oppositori politici, li manda a morte o in Siberia – che nel 1905 dà origine alla prima rivoluzione russa, una rivoluzione democratico-borghese che però vede sorgere quei soviet che si pongono come espressione diretta del proletariato: sono Consigli di contadini, di soldati, e soprattutto Consigli operai, che poi diventano Consigli dei deputati operai, e quindi organismi di direzione politica complessiva, al di là della singola fabbrica. La dinamica sociale, dunque, investe subito il problema dell’organizzazione e della rappresentanza politica, e infatti dopo il 1917 quei soviet daranno vita a una struttura complessa, piramidale o se vogliamo a cerchi concentrici, che dal più piccolo Consiglio locale giunge fino al Soviet supremo.
Accanto a ciò, già nel 1905 c’è l’elemento della soggettività politica organizzata, c’è il Partito, in quel caso non ancora il Partito bolscevico ma il Partito operaio socialdemocratico russo, nato nel 1898 e che nel 1903 si era diviso in due frazioni: quella menscevica, minoritaria, legata alla concezione evoluzionistica del marxismo tipica della II Internazionale, e che dunque auspicava per la Russia una fase democratico-borghese, di modernizzazione e accumulazione di forze da parte del movimento operaio (e dunque poneva l’obiettivo di un partito di massa di tipo socialista); e quella bolscevica, maggioritaria, che aveva invece una concezione rivoluzionaria del superamento dello zarismo e intendeva accelerare i tempi della trasformazione socialista (e dunque prefigurava un partito di quadri di tipo rivoluzionario, un partito comunista). I bolscevichi si costituiscono in partito autonomo nel 1912, ma è importante sottolineare che la loro organizzazione politica non nasce dal nulla, ma nasce dal seno della principale organizzazione politica del movimento operaio russo, nella quale Lenin e i suoi compagni avviano dall’inizio del ‘900 un serrato dibattito politico, in parte sintetizzato nel Che fare?. Qui Lenin polemizza in particolare con lo spontaneismo, che svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica di fatto condanna il proletariato e le masse a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi di tipo sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia ideologica borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse […] tanto più aumenta […] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve portare il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascun conflitto il respiro di una visione e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dalla singole lotte per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione dell’organizzazione politica, del Partito.
Il contributo teorico di Lenin riguarda però anche l’analisi della società russa, del capitalismo russo, similmente a quello che avevano fatto Marx ed Engels rispetto al proletariato inglese o tedesco, o a quanto farà Gramsci con la sua analisi sulla storia e la società italiana che consoliderà il retroterra teorico del Partito comunista in Italia. Tutto questo ci fa capire che ai due elementi prima citati – la spinta sociale e l’organizzazione politica – deve aggiungersi un terzo fattore essenziale, quello dell’analisi, dell’elaborazione, della “teoria rivoluzionaria” senza la quale non c’è Partito e non c’è rivoluzione.

Su queste basi nasce dunque il Partito bolscevico, e quando la Prima guerra mondiale fa deflagrare la II Internazionale, ponendo le basi per la nascita dei partiti comunisti, i bolscevichi sono pronti; e lo sono nel momento in cui le sconfitte militari e il malcontento dei soldati russi al fronte, e delle masse popolari nelle retrovie, ponevano le basi per la Rivoluzione di Febbraio del 1917. Quest’ultima è pure una rivoluzione democratico-borghese, sebbene il ruolo della classe operaia e dei soviet sia molto maggiore rispetto a quella del 1905. La Rivoluzione di Febbraio abbatte lo zarismo e manda al potere una coalizione di forze diverse (liberali, menscevichi, socialisti-rivoluzionari), aprendo un dualismo di poteri: da un lato il nuovo Parlamento, la Duma, e dall’altro i soviet, organismi autonomi delle masse popolari. Tra i bolscevichi, inizialmente, non mancano le incertezze riguardo alla prospettiva: parte dei “vecchi bolscevichi” non giudica maturo il tentativo di una rivoluzione socialista. È Lenin, con le sue Tesi di aprile, a far sì che si superi l’impasse e a spingere per il passaggio in tempi brevi dalla prima fase della rivoluzione (quella democratico-borghese) a una seconda fase, che dia il potere al proletariato e ai contadini poveri, e sostituisca al vecchio Stato il potere dei soviet, il potere socialista, lo Stato-Comune come egli lo delineerà di lì a poco in Stato e rivoluzione. E in breve questa linea, di cui un punto di forza centrale è anche la richiesta di una pace immediata (contrariamente a quello che sta facendo il governo provvisorio), conquista non solo il Partito bolscevico ma anche i soviet stessi e le masse popolari, che alle elezioni per la Duma premiano i bolscevichi dando loro la maggioranza. C’è una orofnda sintonia, una vera e propria fusione tra Partito e masse, che sarà descritta bene da Victor Serge: “Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […] Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica”.
Due episodi traumatici accelerano il corso degli eventi: la fallita insurrezione di luglio, spontanea, prematura, disorganizzata, che si conclude in un massacro; e il tentato colpo di Stato del generale Kornilov, inizialmente appoggiato dallo stesso Kerenskij. A questo punto Lenin chiarisce che non c’è spazio per soluzioni intermedie, e le due alternative sono l’instaurazione di una dura dittatura borghese o la dittatura del proletariato. Il 29 ottobre il Partito bolscevico approva l’insurrezione, e il 7 novembre 1917, mentre il Congresso panrusso dei soviet approva la presa del potere, già è partito, guidato dai bolscevichi, l’assalto al Palazzo d’Inverno.
All’indomani della presa del potere e dell’instaurazione del governo dei soviet, i bolscevichi mantengono gli impegni presi, facendo approvare i decreti sulla pace, sulla terra (con cui si abolisce la proprietà privata sulla terra e si procede alla confisca dei latifondi da parte dei soviet distrettuali, mirando a una proprietà sociale gestita dal nuovo Stato), sul controllo operaio sulla produzione, ai quali si aggiunge la Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia.

L’Ottobre bolscevico avrà quindi il valore di una rottura storica di straordinaria importanza, e questo per vari motivi: 1°) perché per la prima volta nella storia consegna il potere al proletariato e alle masse lavoratrici organizzate; 2°) perché apre la strada al primo tentativo nella storia di sottomettere l’economia alla volontà cosciente e organizzata delle masse, sostituendo all’obiettivo del profitto individuale o aziendale quello del benessere collettivo; 3°) perché dà il via a un processo rivoluzionario che di lì a poco si estende non solo in tutta la Russia, non solo in vari paesi d’Europa (con le repubbliche sovietiche di Baviera e Ungheria stroncate nel sangue), in larghe zone dell’Asia (dalla Mongolia alla Cina), e che è destinato ad avere un ruolo centrale in tutta la storia del XX secolo: un processo che vedrà la nascita dei primi paesi socialisti, il risveglio dei popoli oppressi e la crisi del sistema coloniale, la vittoria sul nazifascismo, la nascita di Partiti comunisti ovunque, il rafforzamento della classe operaia e la nascita del Welfare State, l’affermarsi di una nuova idea di democrazia, ora legata anche ai diritti sociali.

All’indomani della pesa del potere, i bolscevichi di trovano però dinanzi a problemi e sfide enormi: come organizzare la produzione e l’intera economia, come “socializzare effettivamente la produzione” (ciò per cui Lenin propone “l’organizzazione di un censimento, il controllo delle aziende più importanti, la trasformazione di tutto il meccanismo economico statale in una sola grande macchina” che funzioni sulla base di “un piano unico”, e la formazione di “una rete di comuni di produzione e di consumo che registrino […] la loro produzione e il loro consumo, economizzino il lavoro, ne elevino continuamente la produttività, riuscendo così a ridurre la giornata lavorativa a sette, sei ore e anche meno”); e ancora, come costruire un appartato statale di tipo nuovo, che non sia un corpo separato di funzionari ma un apparato di massa, come costruire insomma una forma superiore di Stato. Scrive a tale proposito Lenin: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta soprattutto nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”. “Combattere sino in fondo il burocratismo – scrive infatti Lenin – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedisce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori, esercitato dallo strato di avanguardia del proletariato, ma non dalle masse lavoratrici. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”.
Ben presto sarà chiaro a Lenin e al gruppo dirigente bolscevico che questo processo è più lungo e complesso di quanto si fosse immaginato: “Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo – scrive – […] ci proponevamo […] di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare – con un lavoro di una lunga serie d’anni – il passaggio al comunismo”. Bisogna dunque “costruire dapprima un solido ponte che […] attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo”. Il primo compito da affrontare è dunque quello di avviare la modernizzazione del Paese, sapendo che dal socialismo la Russia è separata da un abisso ma pure che occorre “gettare un ponte” su questo abisso, ponendo le basi dello sviluppo economico, culturale e politico, a partire dalla creazione di un nuovo “apparato statale” e di partito.
Né ovviamente questo comporta un cambiamento di giudizio sulla Rivoluzione. A chi ripropone la tesi menscevica secondo cui, mancando le condizioni per il socialismo, i bolscevichi non avrebbero dovuto prendere il potere, Lenin replica: “Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzitutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo?”. E sull’importanza del nuovo Stato sovietico aggiunge: “Per la prima volta è stata scoperta una forma non borghese di Stato. Può darsi che il nostro apparato sia scadente, ma si dice che anche la prima macchina a vapore fosse scadente; non si sa neppure se funzionasse o no… Ma l’importante è che ora abbiamo le macchine a vapore. Per quanto scadente possa essere il nostro apparato statale, esso è stato creato; è stata fatta la più grande invenzione della storia, è stato creato un tipo di Stato proletario”.

Portare avanti questo processo sarà il compito che il gruppo dirigente bolscevico si assumerà dopo la morte di Lenin. Il percorso avviato negli anni ’20 e ’30 vedrà risultati e vittorie stupefacenti, legati alla industrializzazione del Paese e ai successi della pianificazione, ma anche gravi errori e il crearsi di pesanti deformazioni proprio nell’organizzazione della società e del potere, e dunque nel ruolo delle masse, del loro consenso e della loro partecipazione, nel processo rivoluzionario. E nuove contraddizioni si apriranno negli anni ’50-70, a seguito delle riforme economiche varate in quegli anni e dell’avanzare di una certa spoliticizzazione delle masse.
Tuttavia questa rivoluzione ha cambiato la faccia al mondo, e proprio oggi che la sua parabola si è conclusa ne vediamo tutta l’importanza e ne avvertiamo la mancanza. Nuovi processi rivoluzionari sono però in corso, in America Latina in particolare, dove Cuba e il Venezuela si muovono verso il socialismo del XXI secolo; la Cina conosce un formidabile sviluppo delle forze produttive, dagli esiti ancora incerti, ma che il PCC prefigura come “lunga transizione al socialismo”; persino in Europa, dalla Grecia alla Francia alla stessa Italia, sia pure con forza e modalità diverse, c’è una ripresa del conflitto sociale.
Lo sviluppo delle tecnologie e delle forze produttive renderebbe oggi più possibile di ieri una organizzazione socialista dell’economia e una vera liberazione del lavoro. I limiti con cui bisogna fare i conti sono tutti limiti soggettivi: sul piano del senso comune e quindi della battaglia culturale, sul piano politico, e quindi della formazione di un Partito comunista degno di questo nome, sul piano del programma e della prospettiva politica, sapendo che la complessità delle società a capitalismo avanzato richiede uno sforzo di analisi e un lavoro politico enormi. Tuttavia, anche in questo senso, segnali di discontinuità si vedono: da più parti, dall’area dell’Ernesto e dal PdCI, ma anche da altri settori di Rifondazione comunista e da organismi e realtà esterni ai due partiti, si torna a porre all’ordine del giorno l’obiettivo della unificazione dei comunisti in una sola organizzazione. Sul piano della battaglia culturale, la nascita dell’associazione Marx XXI pone le basi per la ripresa di un impegno organico in tal senso. E il lavoro fatto nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari, come quello che voi fate, arricchito da momenti di riflessione come questo, mi pare vada nella stessa direzione.