Referendum e contratti: I PASSI OBBLIGATI DELLA CGIL

1.È mia opinione che la lotta alla precarizzazione del lavoro costituisca – insieme alla irriducibile contrarietà alla guerra – l’elemento di svolta più profondo maturato nella Cgil a cavallo del XIV° Congresso.
Si può (e si deve) discutere di quanto quella scelta sia stata effettivamente metabolizzata dall’intero corpo dell’organizzazione e di quanta resistenza, attiva e passiva, ancora viva nella pratica contrattuale di più di una federazione di categoria, ad ogni livello. Resta pur tuttavia il fatto che il gruppo dirigente centrale ha impresso una sterzata secca alla linea della Confederazione, reggendo la prova del nove della rottura sindacale e giungendo sino alla promozione di iniziative unilaterali di sciopero, ancora ieri autentico tabù in Cgil.
Abbiamo più volte sottolineato come alla base di questa rivoluzione copernicana vi sia certo l’arrembaggio alle conquiste del lavoro da parte di Confindustria e il sodalizio di quest’ultima con un governo, che ha fatto dell’eversione costituzionale la propria missione. Ma decisiva è stata la constatazione che siamo in presenza di un rapido, organico processo demolitorio dell’intero impianto giuslavoristico il cui esito, a breve, è la balcanizzazione del mercato del lavoro, la progressiva individualizzazione dei rapporti di lavoro, la conseguente atrofizzazione della contrattazione collettiva, la trasformazione del sindacato in ingranaggio di un sistema corporativo.
Il nuovo paradigma, nella sua cinica brutalità, è semplice: il lavoratore resta solo, davanti al padrone, tanto nel subire le mutevoli condizioni di un’assunzione, quanto nel soccombere di fronte all’imperativo di un licenziamento arbitrario.
La formidabile intuizione della Cgil è consistita nel far vivere non solo ai lavoratori, ma all’intero paese l’enormità di questa ingiustizia e di opporvi un progetto diametralmente opposto: l’estensione dei diritti e delle tutele, nel nome di una riscoperta idea di uguaglianza. Questo messaggio è arrivato dritto al cuore e alla mente di milioni di persone, che hanno vissuto la lotta per l’affermazione del diritto a non essere licenziati senza giusta causa come un elemento fondativo della democrazia. Esse hanno compreso come un diritto fondamentale possa essere difeso contro quanti vorrebbero spacciarlo per privilegio soltanto se lo si estende a tutti, vale a dire se lo si rende davvero universale.
Nessuno, prima d’ora, era riuscito a fare tanto e così in profondità.
Si spiega così anche lo stupefacente consenso riscosso dalla petizione, attraverso la quale la Cgil ha contratto un patto vincolante con i milioni di lavoratori e cittadini che l’hanno firmata: a. fermare l’erosione dei diritti, promuovendo due referendum abrogativi (della Legge delega sul mercato del lavoro e dell’eventuale trasformazione legislativa delle limitazioni al campo d’applicazione dell’Articolo 18, frutto del ‘Patto per l’Italia’); b. estendere diritti e tutele ai parasubordinati e ai dipendenti delle piccole imprese, presentando due proposte di legge di iniziativa popolare.
Una pars destruens e una pars costruens, dunque, da far vivere non soltanto affidandone gli esiti al corpo elettorale e al Parlamento, ma da calare anche nella contrattazione, come stanno facendo i metalmeccanici della Fiom con la piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale.
Il valore di questo progetto sta nello sforzo di ricostruire una linea sindacale solida, durevole, capace di fare definitivamente i conti con una prolungata stagione ‘debole’, nella quale l’offensiva ora diventata travolgente delle destre aveva posto molte delle sue premesse.
Spero vi sia piena percezione che la svolta iniziata deve essere portata sino in fondo, perché diversamente il processo rifluirà insieme al patrimonio di credibilità che la Cgil ha accumulato.
2. L’impianto della proposta, già delineato in modo convincente per ciò che riguarda gli ammortizzatori sociali, deve essere ora completato con la parte sui licenziamenti illegittimi.
Quando queste note appariranno il Comitato direttivo della Cgil avrà compiuto la propria scelta. Mi auguro nel senso di un’estensione, la più ampia possibile, della ‘tutela reale’, il cui valore consiste nel mettere in capo al lavoratore il cui licenziamento sia stato riconosciuto ingiustificato dal giudice il diritto di scegliere fra la reintegrazione nel posto di lavoro e un congruo risarcimento monetario.
Anche sotto la soglia dei 15 dipendenti, il vulnus della privazione arbitraria del lavoro non può essere compensato con un indennizzo, per quanto più consistente rispetto alle risibili sanzioni irrogate dalla Legge 108 del ’90, che tutto sono meno che un deterrente per i licenziamenti ingiustificati. Né è accettabile che sia il giudice – su richiesta del datore di lavoro condannato alla ‘reintegra’ – ad attualizzare l’entità del «danno futuro reale» da liquidare al lavoratore: troppo ampia sarebbe la discrezionalità, fondata su considerazioni di natura geografica, ambientale, professionale, sociale, ecc. Per non dire delle soggettive opinioni e interpretazioni dei magistrati, che darebbero luogo ad un ginepraio di soluzioni le più diverse, senza offrire alcuna certezza del diritto.
Non convince neppure l’ipotesi di una soglia «congrua» di fatturato aziendale al di sotto della quale un’impresa minore condannata alla reintegra possa liquidare al lavoratore un risarcimento meno oneroso: sarebbe come sancire che il dipendente di un’azienda di pulizie che ha per strumento di lavoro una scopa può percepire, come risarcimento per un licenziamento illegittimo, meno di un addetto ad una macchina a controllo numerico: il valore di un diritto leso non può essere ridotto ad una funzione del fatturato aziendale.
Quanto poi alla preoccupazione che una norma di reintegra troppo estesa irrigidisca oltre misura e ragionevolezza rapporti di lavoro fondati su relazioni personali fiduciarie, basta ricordare ciò che è nell’esperienza corrente di qualsiasi ufficio vertenze del sindacato: e cioè che in questi casi le parti trovano da sé un accordo che è spesso di separazione consensuale: l’importante è offrire alla parte più debole il modo e il titolo per non diventare inesorabilmente soccombente.
Insomma, la proposta, nella sua articolazione, deve essere chiara e forte, valere per l’oggi e per il domani, di fronte a questo governo e anche – come tutti ci auguriamo – di fronte ad un governo diverso.
3. La Cgil sarà – presto o tardi – chiamata a pronunciarsi anche sul referendum abrogativo delle limitazioni, che la legge oggi prevede per l’applicazione dell’Articolo 18.
Proverò ad argomentare perché a mio avviso alla Cgil convenga pronunciarsi per il ‘si’ e farlo molto rapidamente.
Intanto, occorre prendere atto che il referendum si svolgerà, senza ombra di dubbio, in una data ancora imprecisata della prossima primavera. Potrebbero determinarne il rinvio soltanto le elezioni anticipate; oppure esso potrebbe essere ‘superato’ da una legge varata a tempo di record dal Parlamento, purché in linea con gli intendimenti dei promotori del referendum medesimo.
Se la prima ipotesi sembra remota, la seconda pare letteralmente impossibile. A meno che non si ritenga che un governo che trova nel Libro bianco la propria ispirazione programmatica, che ha fatto dell’attacco ai diritti e della deregolamentazione del lavoro il proprio distintivo, che ha appena varato una Legge delega, che riconduce la legislazione lavorista agli anni ‘30 e che si appresta a portare in aula la manomissione dell’Articolo 18, si converta improvvisamente nel suo contrario. Poiché nessuno pensa una simile sciocchezza, è evidente che insistere nel dire: «noi siamo per la via legislativa», come se questa costituisse una plausibile e concreta risposta alla via referendaria, è come erigere una trincea virtuale e traguardare l’obiettivo a un tempo che verrà, mentre la cruda realtà fa precipitare, qui e subito, l’esito dello scontro sociale su un ben diverso e più ripido piano inclinato.
Ben inteso, la Cgil fa bene a sostenere sino in fondo la propria proposta, che dovrà possedere un’organicità e si dovrà avvalere di un’intelaiatura che nessun referendum potrebbe sostituire. Soltanto, va chiarito che quella che la Cgil ha tracciato, anche nella forma dell’articolato legislativo, è tuttavia, essenzialmente, una linea politica, che fino a ieri mancava, da perseguire nel tempo con tenacia, coerenza, attraverso una molteplicità di strumenti. Io dico, ivi compreso quello referendario. Che per altro la Cgil stessa ha già deciso di promuovere in proprio, di fronte alle ricadute legislative dell’azione di governo, sia pure con caratteristiche e intenti difensivi.
Del resto, se guardiamo senza ipocrisie al tormentone che attanaglia la Cgil a proposito dell’appuntamento referendario, scopriamo che esso è originato da ragioni e moventi fra loro alquanto diversi.
C’è, innanzitutto, chi polemizza sul mezzo ma, in realtà, dissente sul fine. Si tratta di una parte non irrilevante, anche se silente, della Cgil che ha vissuto assai male tutta la campagna sui diritti e che considera la fase attuale come una sorta di libera uscita, se non di un vero e proprio impazzimento, da cui emendarsi al più presto possibile.
Qui la divergenza è davvero profonda, perché il dissenso è fra chi crede che i diritti siano forieri di una crescita sana ed equilibrata dell’economia e della società e chi pensa, al contrario, che senza un’estesa flessibilità del lavoro risulterebbero compromesse le opportunità competitive delle imprese.
C’è poi chi ritiene che il referendum ‘estensivo’ divida e indebolisca il fronte amplissimo che ha fatto quadrato nell’epica battaglia per i diritti, che ha attraversato l’Italia per un anno intero. Obietto che ogni proposta – anche quelle avanzate dalla Cgil – dividono qualcuno e uniscono qualcun altro. Lo abbiamo potuto constatare dalle reazioni negative con cui, all’indomani del ‘Patto per l’Italia’, anche parte della sinistra accolse l’intento abrogativo della Cgil nei confronti della Legge delega sul mercato del lavoro e dell’annunciata modifica dell’Articolo 18.
La stessa convinta adesione di Cna, Confesercenti, Lega delle cooperative e dintorni alla linea governativa di precarizzazione del lavoro, lasciano presagire che le forze che si opporranno all’estensione dell’Articolo 18 sarebbero, con poche eccezioni, le stesse che ne ostacolerebbero la conferma entro gli attuali limiti.
Quanto ai timori per i contraccolpi che una eventuale sconfitta potrebbe produrre sulle chances future di riforma, vale la pena di osservare che non viviamo affatto in una condizione di stallo politico, ma che siamo costantemente sotto schiaffo.
Si provi ad esaminare analiticamente, nelle parti e nell’insieme, la nuova disciplina dei rapporti di lavoro, come riplasmata dal Parlamento, e si capirà all’istante quanto sia rischioso non ostacolarne immediatamente il percorso, prima che l’emanazione dei decreti attuativi incida materialmente nei rapporti sociali.
Una presa di distanza dal referendum da parte della Cgil, in qualsivoglia modo motivata, risulterebbe incomprensibile. È illusorio e pericoloso immaginare che la Cgil possa rimanere estranea o indifferente all’esito della consultazione, quasi non la riguardasse, o quasi essa potesse, in tal modo, esorcizzarne un eventuale esito negativo. Ci sono battaglie che devi dare anche se non hai scelto tu il terreno dello scontro.
Chiunque abbia una frequentazione sufficiente del mondo del lavoro sa che ben pochi, fuori dagli apparati sindacali, capirebbero una posizione men che esplicita della Cgil e una sua reticenza nel sostenere la campagna per il ‘sì’ attraverso un proprio ingaggio diretto. Ne risulterebbe indebolito il patrimonio di consenso che abbiamo guadagnato sul campo e deluderemmo le aspettative che abbiamo così potentemente contribuito a suscitare.
Ci sono fortunati momenti in cui lo scontro sociale e politico si semplifica, senza per questo volgarizzarsi, e in cui diventano finalmente centrali e dirimenti le questioni che contano per l’avvenire del paese. Credo che quello che stiamo vivendo sia uno di quei momenti. E sono persuaso che, nella percezione comune, il voto proposto dal referendum sia vissuto come il confronto fra chi, da posizioni di forza, vuole esercitare l’arbitrio e chi vuole invece mettere un argine alla precarizzazione e alla prepotenza.
Non si presti troppo ascolto alla tradizionale aritmetica elettorale. Quando in gioco sono i temi sociali, i comportamenti delle persone non coincidono con le indicazioni dei partiti di riferimento, ma ne divergono, anche vistosamente. Non lo provano tanto i sondaggi di opinione, dei quali personalmente diffido. È semmai l’anno straordinario che abbiamo alle spalle, sono i movimenti nei quali si è incarnato il riscatto della politica come partecipazione consapevole e come responsabilità personale che annunciano una possibile nuova stagione della democrazia.

note:
1 Bruno Contini, Osservatorio sul mercato del lavoro in Italia, Il Mulino, 2001.
2 Vedi supra, pp. 8-11.