«Razzismo e degrado sociale: i giovani delle banlieue esclusi due volte»

La Francia postcoloniale, che in trent’anni non è riuscita a dare casa e lavoro ai suoi immigrati; la Francia che ha dimenticato le periferie delle sue città; la Francia che deve affrontare la rivolta di migliaia di suoi giovani figli dell’immigrazione, disperati e rabbiosi, colpiti dal razzismo e dalla brutalità della polizia; questa Francia sta scivolando irrimediabilmente verso uno stato di violenza permanente. Dominique Vidal, caporedattore aggiunto de Le Monde Diplomatique, segue con attenzione quanto sta succedendo nelle banlieues parigine, per due anni e mezzo ha visitato 25 città ed ha parlato davanti a 20mila giovani nel corso della Tournée des villes et des banlieues, pensata per parlare del conflitto israelo-palestinese. E le periferie le ha girate in lungo e in largo parlando con giovani, operatori sociali, attivisti politici, artisti e lavoratori per scrivere il suo libro – pubblicato nel 2005 insieme a Karim Bourtel – intitolato Le mal-être arabe (“Il malessere arabo”), nel quale si trovano descritti tutti i sintomi di una malattia drammaticamente esplosa in questi giorni. Ma che cosa sta succedendo davvero nelle periferie-ghetto parigine? «Secondo l’inchiesta ufficiale – spiega Vidal – la polizia sapeva che i due adolescenti finiti fulminati nella centralina per nascondersi erano lì, ma nessuno ha fatto niente per cercare di farli uscire. Da quando Nicolas Sarkozy è diventato ministro dell’interno, le forze dell’ordine si sono sentite autorizzate ad agire con metodi ancora più violenti. Quello delle periferie è un cocktail esplosivo – continua Vidal – una realtà di cui i giovani si sentono vittime due volte. Prima di tutto per la situazione disastrosa in cui si trovano a vivere: nei quartieri il fallimento scolastico è due volte più elevato che ne resto della città, la disoccupazione è al 50% e c’è un deserto culturale, per cui oltre ad essere senza lavoro non hanno neppure niente da fare. Nelle banlieues scompaiono anche gli uffici postali, gli sportelli bancari… In secondo luogo perché i giovani – sono soprattutto ventenni quelli che si stanno confrontando con la polizia in questi giorni – percepiscono di essere vittime anche di un sistema di discriminazione razziale. Ecco, quella che si vive in Francia oggi è una forma di Apartheid, non politico come era in Sud Africa, ma sociale e urbano. Di fatto i quartieri sono dei ghetti dai quali lo stato si ritira».

Come è stato possibile arrivare fino a questo punto?

Negli anni ’80 la parola “integrazione” piaceva anche a sinistra, perché suonava meglio di “assimilazione”. Ma in realtà con questo concetto si punta il dito sull’immigrato, dicendogli “perché non ti integri? “, quando invece la domanda dovrebbe essere posta alla società francese: “Che cosa hai fatto in 30 anni per risolvere i problemi degli immigrati? “. Nel suo rapporto del 2005 la Corte dei Conti ha affermato che il degrado delle banlieues è il risultato di anni di malgoverno, fosse esso di sinistra o di destra.

Il “malessere arabo”, dunque, è in realtà quello della Francia postcoloniale.

Sì. Io non amo paragonare il presente al periodo coloniale francese: le cose da allora sono cambiate, molti figli di immigrati maghrebini e africani sono riusciti a uscire dai quartieri e farsi strada, molte sono le associazioni che si battono per le pari dignità. E’ vero, siamo nel postcolonialismo, ma non si può non vedere che ancora oggi la maggior parte di questi francesi restano ghettizzati, confrontati quotidianamente al razzismo: in loro si crea una faglia identitaria profondissima e pericolosa.

La religione c’entra qualcosa in questi scontri?

Non centra assolutamente nulla. Anzi. Direi che i religiosi che si sono visiti per strada in questi giorni tentavano di calmare gli animi. In realtà la questione del velo dibattuta in Francia lo scorso anno ha provocato una “islamizzazione” del dibattito attorno all’immigrazione che non ha fatto altro che nascondere i problemi reali, e in questo tranello è caduta anche la sinistra.

Di fronte agli incidenti di questi giorni il Partito Socialista non fa altro che addossare le colpe a Sarkozy, con atteggiamento ipocrita, dimenticando che la situazione delle banlieues è anche frutto delle sue politiche.

Qual’è la soluzione a tutto questo?

Ciò che mi inquieta di più è che non ci possono essere soluzioni se non radicali. Ci vogliono per esempio politiche serie per la casa e che rompano la ghettizzazione, imponendo ai quartieri borghesi la presenza degli immigrati, la diversità. La legge prevede che ogni volta che si edifica, il 20% dei volumi siano destinati a case popolari, ma le città preferiscono pagare multe salatissime pur di non rispettarla. La questione di classe è il cuore del problema: se la società francese non riuscirà a trovare una soluzione, conosceremo un’estensione di questi episodi di guerriglia urbana. In questi giorni, per la prima volta, si è sparato sulla polizia: è un sintomo molto inquietante.