Razzismo, dieci scienziati per un nobel della vergogna

Questa è una storia di viltà. Grottesca, se non fosse che per i suoi effetti perversi finì col divenire tragica. È la storia del Manifesto della razza varato il 14 luglio 1938 da dieci studiosi dieci. In ottemperanza preventiva a una direttiva sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre 1938, quella che avrebbe poi aperto la strada alle leggi razziali, convertiti in legge il 14 dicembre di quello stesso anno con controfirma del sovrano. Ce la racconta per filo e per segno, un bel libro di Franco Cuomo, giornalista e scrittore, in uscita in questi giorni per Baldini Castoldi Dalai: I dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il manifesto per la razza (pagg. 273, euro 14,50). Viltà dunque. Commista a faide accademiche e a riciclaggio di carriere, a tragedia consumata.
Come nel caso di Nicola Pende, celebre fisiologo al quale ancor oggi sono intitolate strade, istituti e premi scientifici, e che negò nel dopoguerra di aver sottoscritto quel manifesto. Con la scusa che il nome gli era stato estorto. Laddove invece, pur professando un razzismo «ario-italico e mediterraneo» che gli valse le critiche di un Telesio Interlandi, Pende non si smarcò mai dalla cultura delle leggi razziali. E anzi le avallò, in quel manifesto e altrove.
Tragicommedia inoltre. Come nella vicenda di Guido Landra, antropologo, vero estensore e correttore, su imbeccata di Starace e su bozza di Benito Mussolini, del Manifesto. Quel Landra che nel 1938 va in visita ufficiale con Lino Businco a Berlino. Nella sede dell’equivalente nazista dell’Ufficio stampa e propaganda per la razza del Minculpop (cioè l’Ufficio della razza del Partito nazista). E ci va per concordare linee guida sul comune razzismo italo-tedesco. Salvo poi impantanarsi in una discussione con Alfred Rosemberg sullo specimen del razzismo italiano, «biologico» ma tendente a una sua «originalità spirituale». Un po’ come quando Bocchini e Petrillo, capi della polizia italiana, nel 1936 si impantanano a Berlino con quelli della Gestapo, a «salvare» la vittoria italiana della prima guerra, tutt’altro che «ordita da ebrei e massoni», come invece i tedeschi affermavano nel denunciare «i giudei» dietro la catastrofe prussiana. Talché nell’uno e nell’altro caso viene ribadita diplomaticamente la subalternità italiana alla linea razziale germanica, mentre Guido Landra viene rimosso dall’Ufficio della razza, pur conservando importanti incarichi in riviste e consulenze ben pagate.
Ma c’è il risvolto tragico, più importante delle miserie di cui sopra. Cioè il legame operativo tra la rivoluzione culturale razzista, secondata nelle scuole da Bottai, e la persecuzione degli ebrei in Italia. Non solo gli ebrei vennero espropriati, cacciati dalle scuole, privati di cattedre universitarie (e occupate senza imbarazzi da illustri «ariani»). Ma vennero censiti, con l’eccezione parziale dei «misti», con solo due nonni ebrei e che avevano rinunciato alla loro fede o avevano qualche merito di guerra (il tutto da appurare con commissioni centrali e locali ad hoc). E i «censiti» furono oltre 58mila, 8mila dei quali deportati senza più ritorno al tempo della Rsi che considerò gli ebrei «nemici» e non più solo stranieri.
E tutto il censimento fu possibile grazie all’ufficio della «Demorazza», diretto dal giurista Antonio La Pera, apparato affiancato da un Consiglio Superiore per la Demografia e la Razza con dentro alcuni dei firmatari in prima persona del Manifesto sulla Razza (Visco e Savorgnan), più tutti gli altri aderenti, illustri e meno illustri. Ad esempio Cesare Frugoni e Gaetano Azzariti, il secondo presidente dell’apposito Tribunale per la Razza e poi presidente della Corte Costituzionale della Repubblica democratica italiana.
Fu quindi questo castello bizantino, fatto di riviste, enti, uffici, Consigli superiori, tribunali e commissioni, a fornire il presupposto delle politiche di internamento della Rsi. Uno stato che aveva individuato ben 38 campi di smistamento per gli ebrei rastrellati che venivano consegnati ai tedeschi dai repubblichini. Quattro i nodi terminali chiave: Cuneo, Bolzano, Trieste, Fossoli. E tipico lo status giuridico di ciascuno dei quattro: campo nazionale della Rsi sotto diretto controllo del comando germanico (per Fossoli l’autorità era la Gestapo di Verona). Sicché in linea di principio, moralmente, giuridicamente e politicamente, il fascismo e la Rsi, malgrado distinguo «italici», furono volenterosi carnefici ad occhi aperti e operativi dell’Olocausto. E non già passivi esecutori, né tantomeno soggetti fuori dal «cono d’ombra» della Shoah, come sostenne Renzo De Felice. Semmai alla periferia di quel cono: ma inequivocabilmente dentro. E a monte di tutto il famoso Manifesto, firmato dai dieci, su bozza di Mussolini: Lino Businico, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco (preside a Scienze nel dopoguerra) Edoardo Zavattari. Ecco i concetti base di quel manifesto. «Le razze esistono»; «il concetto di razza è puramente biologico»; «Gli taliani sono ariani»; «Una leggenda l’apporto di masse ingenti di razze di verse nei diversi periodi della storia italiana»; «Esiste una pura razza italiana»; «È tempo di proclamarsi francamente razzisti»; «Distinzione tra mediterranei d’Europa e orientali e africani»; «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana»; «I tratti razziali italiani non devono essere alterati in alcun modo».
Sterili pagliacciate? No. Su queste basi veniva messa in pratica una selezione e una separazione tra ebrei e italiani. Cancellati i diritti civili di oltre 58 mila cittadini. Puntellato il legame col nazismo tramite riviste, scambi, progetti eugenetici e misure organizzative di internamento, che conobbero l’apice nel biennio 1943-45. Infine inquinate la cultura e il costume giuridico nazionale. E senza che nessuno di quei dieci pagasse, o almeno riconoscesse l’errore. Dulcis in fundo, la Chiesa. Difese solo la disciplina dei matrimoni misti, né chiese la revoca delle leggi del 1938 dopo il 25 luglio. Fu anzi complice con Padre Agostino Gemelli e i gesuiti, nel dar man forte all’antigiudaismo, fatale ingrediente del razzismo.