Ramallah, la sinistra divisa guarda al governo

Alla ricerca di una sua identità precisa, schiacciata tra Al-Fatah e Hamas, la sinistra palestinese si presenta alle elezioni di mercoledì prossimo con l’intenzione di tornare a recitare un ruolo da protagonista nella politica nazionale e. «Siamo convinti di rappresentare un punto di riferimento per tutti quei palestinesi che non accettano il bipolarismo Al Fatah-Hamas e che, soprattutto, credono che la lotta contro l’occupazione israeliana sia finalizzata alla costruzione di uno Stato palestinese fondato sull’uguaglianza dei suoi cittadini e la giustizia economica», dice Zaher Shashtari, dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), il più importante dei partiti di sinistra rappresentati nel Comitato esecutivo dell’Olp. Propositi interessanti che si scontrano però con un quadro politico che sembra non lasciare spazio ai valori e ai programmi delle forze progressiste. L’ultimo sondaggio prima del voto (reso noto ieri dall’istituto dell’esperto di scienze sociali Khalil Shikaki nelle stesse ore in cui si recavano alle urne i 60.000 membri delle forze di sicurezza che mercoledì saranno impegnati a mantenere l’ordine) ha confermato che Al-Fatah ed Hamas assieme raccolgono oltre il 70% dei consensi in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est: il 42% dei palestinesi intende votare per Fatah e il 35% per Hamas. Nei distretti elettorali, che eleggeranno 66 dei 132 deputati del Consiglio legislativo, Hamas è in vantaggio nei centri più grandi: Gaza city, Deir el-Balah, Hebron e Tulkarem (secondo Shikaki, se Hamas vincesse a Gaza City ed Hebron, potrebbe ottenere più seggi di Fatah). Il partito del presidente Abu Mazen invece sarebbe in testa a Gerico, Ramallah e Qalqiliya e nei distretti di Rafah e Khan Yunis. Testa a testa a Nablus, Betlemme, Jenin, Salfit, Tubas e a Gerusalemme. Una partita a due che lascia alle altre forze politiche solo il 15-20% dei seggi. In questo contesto a soffrire di più è proprio la sinistra, che all’appuntamento elettorale è giunta malconcia avendo sofferto in questi anni gli stessi mali che hanno afflitto la sinistra in tutto il Medio Oriente, a cominciare dalla mancanza di progetto politico adeguato ad un mondo senza più blocchi contrapposti e, soprattutto, senza più l’Unione sovietica che per decenni era stata il punto di riferimento di gran parte dei progressisti arabi. Inoltre il forte slancio dell’islamismo, parallelo al declino delle ideologie, ha avuto un impatto importante in Cisgiordania e Gaza dove soprattutto i più giovani vengono attratti dal messaggio politico-religioso di Hamas. «Senza dubbio raccogliamo gran parte dei consensi in fascia di età tra i 35 e i 50 anni, ovvero in quella generazione cresciuta in un diverso contesto storico, ma ci stiamo rinnovando e negli ultimi tempi abbiamo registrato anche tra i più giovani una crescita dell’interesse verso la nostra proposta politica», assicura Saleh Rafat, leader del partito riformista Fida. La consapevolezza delle difficoltà e dell’urgenza di elaborare programmi politici alternativi ad Al-Fatah e Hamas non ha impedito di commettere un nuovo grave errore: arrivare divisa al voto del 25 gennaio: il Fplp ha presentato una sua lista capeggiata dal segretario generale Ahmed Saadat (in carcere dal 2002 nella prigione di Gerico). Correrà da solo anche lo stimato esponente della società civile Mustafa Barghuti (lo scorso anno sfidò Abu Mazen alle presidenziali) alla testa della lista «Palestina indipendente». Il programma del suo partito è tra i più interessanti: coniuga la resistenza pacifica all’occupazione ad una politica di protezione e assistenza a più livelli della popolazione civile, assieme al movimento no global e le ong locali e internazionali. Barghuti tuttavia è un «solitario» che stenta a stringere alleanze con altre forze progressiste limitando così le possibilità della sua azione politica. Corrono da soli anche il Fronte di liberazione nazionale fondato Abul Abbas (morto in prigione nell’Iraq occupato dagli Usa) e il Fronte di lotta popolare di Samir Goshe. Hanno invece creato una lista unica – Badil (Alternativa) – Fronte democratico, Fida e Partito del popolo (ex comunisti).

Questa frammentazione certo non favorisce un buon risultato elettorale. Il dopo-voto tuttavia potrebbe rivelarsi più roseo poiché la sinistra e altre forze «liberal» (come Terza via di Hanan Ashrawi) saranno importanti per la formazione della coalizione di governo. Al-Fatah e Hamas difficilmente stringeranno un’alleanza e da sole non potranno governare. Lo scenario post-elettorale più credibile perciò vede Al-Fatah, partito di maggioranza relativa, formare un nuovo esecutivo con altre forze laiche. Le rivalità personali tra i leader dei partiti progressisti sono il pericolo più serio per questa soluzione politica. «La strada di una maggiore unità e di un progetto politico comune è ancora lunga», prevede Zaher Shashtari.