Raid aerei in Iran? Per Bush sono «illazioni»

Non è passato inosservato, nella capitale iraniana Tehran, il lungo articolo pubblicato sabato dal settimanale The New Yorker, dove l’esperto di questioni militari Seymour Hersh dice che gli Stati uniti stanno preparando piani per attaccare le installazioni nucleari iraniane – e che i piani includono l’uso di bombe nucleari tattiche, quelle chiamate «bunker buster» perché possono penetrare siti bunkerizzati sotterranei. Non è passato inosservato, e ha suscitato commenti duri: simili rivelazioni, ha detto il capo del Consiglio di sicurezza nazionale Ali Larijani, fanno parte di una «guerra psicologica» contro il programma nucleare iraniano, e ha aggiunto che se Washington avesse davvero simili piani li terrebbe segreti. Il capo di stato maggiore dell’esercito iraniano, generale Abdolrahim Mousavi, ha dichiarato che l’Iran reagirà, se attaccato.
Il presidente degli Stati uniti George Bush ieri ha definito «pure illazioni, del tipo che circola spesso qui a Washington», le notizie di raid aerei sull’Iran. Va bene la «prevenzione», ha detto Bush parlando agli studenti di relazioni internazionali della John Hopkins University, ma nel caso dell’Iran «prevenzione significa diplomazia». Poco prima il suo portavoce Scott McClellan aveva detto che non si può «trarre conclusioni generali a partire dalla normale pianificazione di emergenze». Una portavoce della Cia si era limitata a dire che l’articolo contiene delle «inessattezze».
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadi Nejad non ha commentato. Ha invece annunciato, rivolto agli iraniani, che darà presto alla nazione «ottime notizie» circa il programma nucleare. Secondo il quotidiano Jomhuri-ye-Eslami («Repubblica islamica», conservatore), annuncerà che l’Iran è riuscito ad arricchire uranio al 3,5%, il livello necessario per le centrali nucleari civili – il quotidiano non cita la fonte della sua induscrezione. L’annuncio del presidente iraniano, quale che sia, coinciderà con la visita in Iran di Mohammed el Baradei, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica; sabato 5 ispettori dell’Aiea hanno ripreso le loro ispezioni.
L’articolo del New Yorker solleva in effetti parecchi problemi. Afferma che «funzionari militari e dell’intelligence americana, in servizio o ex», dicono che l’aviazione Usa sta compilando liste di possibili obiettivi (gli impianti nucleari e molti altri: industrie chimiche, basi aeree), e che commandos delle truppe speciali Usa sono già in Iran, in segreto, per raccogliere informazioni su possibili obiettivi e stabilire contatti con «gruppi delle minoranze etniche», azeri, baluchi e kurdi, e minare il regime. Questo, dice Hersh, è consono con la politica del segretario alla difesa Rumsfeld, di ampliare il ruolo delle forze speciali dell’esercito nelle operazioni segrete (che, se condotte dalla Cia, hanno bisogno del beneplacito presidenziale e vanno riferite al Congresso).
Soprattutto, Hersh dice che l’obiettivo ultimo del presidente Bush non è solo impedire lo sviluppo del programma nucleare iraniano ma attuare il «cambio di regime» in Iran, e che i piani di attacco sono «fondati sulla convinzione che una sostenuta campagna di bombardamenti umilierà la leadership religiosa e porterà gli iraniani a rivoltarsi e rovesciare il regime» (idea considerata folle da alcuni dei suoi interlocutori militari, afferma Hersh). Quanto alle bombe atomiche tattiche, dice Hersh che i vertiti militaru Usa considerano folle la sola ipotesi: ma l’avevano avanzata in prima istanza, e quando hanno suggerito di ritirarla la Casa Bianca ha rifiutato.
Ieri i ministri degli esteri dell’Unione europea hanno discusso le «opzioni» di possibili misure restrittive contro l’Iran, nel caso Tehran non sospenda il suo programma di arricchimento dell’uranio (le opzioni erano delineate in un documento di Javier Solana, capo della politica estera dell’Ue). Il capo del Foreign Office britannico Jack Straw ha detto che «si tratta solo di un esercizio di pianificazione», e Solana ha aggiunto che non ci sono decisioni da prendere perché l’Unione continua a volere una soluzione diplomatica. La riunione di ieri non ha fatto parola di sanzioni ma di possibili bandi sui visti di certi funzionari iraniani, controllo sugli studenti di materie delicate, restrizioni sull’export di certe tecnologie. Un modo per alzare la pressione.
I vertici di Tehran definiscono tutto questo «guerra psicologica», ma tra gli iraniani le rivelazioni su possibili piani d’attacco militare alimentano l’allarme. A questo contribuisce anche il silenzio ufficiale sul braccio di ferro tra l’Iran e le potenze occidentali: i giornali iraniani hanno avuto l’ordine esplicito di non scrivere nulla sulla crisi nucleare che non sia di fonte governativa. Eppure, i segni di dissenso si moltiplicano.