Rafah, la frontiera blindata

Dovrebbe essere un giorno d’intensa attività al valico di Rafah, al confine con l’Egitto, aperto per il secondo giorno consecutivo, un evento eccezionale negli ultimi tre mesi in cui Israele ha imposto la chiusura dell’unica finestra di Gaza sul mondo. E invece sono poche centinaia i palestinesi che hanno raggiunto il terminal. «Fish betrol bil balad», non c’è carburante a Gaza, ci spiega Ibrahim, l’autista del nostro taxi, facendo ampi gesti con le braccia. «Tanti sono rimasti a casa perché i mezzi pubblici sono a secco, anche io posso permettermi solo un altro paio di viaggi da nord a sud», aggiunge accarezzando la sua vecchia Mercedes color arancio. A Gaza si vive così, in totale dipendenza dalle decisioni di Israele. Se apre Rafah allora rimane chiuso il valico di Karni e quando Karni apre allora si scopre che al transito di Nahal Oz non c’è più una goccia di carburante da portare a Gaza. A complicare la situazione è sopraggiunto un contrasto tra l’Anp e la compagnia petrolifera israeliana Dor che distribuisce benzina e gasolio nei Territori occupati. Così i trasporti pubblici rallentano, i mezzi di soccorso (ambulanze comprese) escono il meno possibile e dalle strade di Gaza, solitamente intasate, sparisce gran parte del traffico automobilistico.
«Lasciate passare l’hajje, fatevi da parte», urla più volte un giovane che sbuffando porta, o meglio trascina, la valigia di una signora di mezz’età diretta alla Mecca. La chiamano già hajje (il titolo che spetta ai musulmani che compiono il pellegrinaggio) anche se lo diventerà solo dopo aver raggiunto i luoghi santi in Arabia saudita. L’hajje si chiama Umm Samir ed è felice. «Ho sognato per molti anni questo momento – dice – sono stati i miei figli a pagarmi il viaggio, fino a Gedda in aereo e poi alla Mecca in autobus. Al mio ritorno, inshallah, potrò dire di aver rispettato i miei doveri di fronte a Dio».
Già, il ritorno. Umm Samir non può far altro che affidarsi al volere divino (inshallah) perché sa bene che a casa potrebbe tornarci ben più tardi di quanto previsto dal suo biglietto aereo. Oggi il valico di Rafah è aperto e forse lo sarà anche domani, ma è sempre Israele che sceglie se tenerlo aperto o chiuso. E le decisioni spesso sono repentine. Il dramma è per i palestinesi di ritorno a Gaza che rimangono, talvolta per molti giorni e in condizioni di grave disagio, bloccati sul lato egiziano del passaggio. E qualcuno ci ha anche rimesso la vita. Hani, 39 anni, commerciante, è rimasto in attesa ad El-Arish per una decina di giorni e ha appena passato i controlli di sicurezza. «Finalmente sono a Gaza, purtroppo ho speso molti soldi in hotel e ristoranti ma non potevo fare diversamente, il valico è stato aperto l’ultima volta il 23 settembre», racconta mentre a passo veloce si avvia verso uno dei pochi taxi presenti nel parcheggio.
Da oltre tre mesi gli abitanti di Gaza che hanno bisogno di andare in Egitto – per lavoro o per curarsi – non possono far altro che sperare. Eppure appena un anno fa le fanfare dei media di tutto il mondo avevano salutato l’accordo sul passaggio all’Anp della frontiera tra Gaza e l’Egitto come il primo «inequivocabile segno» della nascente sovranità palestinese. Non solo, Condoleezza Rice fece notare con orgoglio di aver strappato a Israele l’assicurazione che al valico commerciale di Karni, tra lo Stato ebraico e Gaza, sarebbero transitati quotidianamente almeno un centinaio di autocarri carichi di merci. A Karni invece di mezzi pesanti ne passano ben pochi, perché Israele spesso lo tiene chiuso «per ragioni di sicurezza». Rafah invece è rimasta una frontiera controllata ancora dagli israeliani. Come? Grazie proprio allo «storico» accordo di un anno fa (che scade il prossimo 24 novembre). Preso alla gola dalla necessità di far riaprire il confine rimasto chiuso per quasi tre mesi dopo l’evacuazione di coloni e soldati israeliani da Gaza (agosto-settembre 2005), il presidente palestinese Abu Mazen diede la sua approvazione a una intesa che lasciava nelle mani di Israele la chiave del valico.
Il mandato assegnato agli osservatori europei (Eubam, 80 agenti di 15 paesi, tra cui 18 carabinieri italiani) incaricati di monitorare le operazioni della polizia palestinese al posto di confine, prevede che il contingente abbia la sua base ad Ashkelon, in Israele, e che i suoi uomini debbano necessariamente passare per il valico israeliano di Kerem Shalom. In questo modo le autorità dello Stato ebraico possono facilmente bloccare il percorso verso Rafah degli osservatori e, di conseguenza, l’apertura del valico con l’Egitto.
Tutto ciò è avvenuto in questi ultimi tre mesi, dopo la cattura, lo scorso 25 giugno, di un soldato israeliano (Ghilad Shalit) da parte di un commando palestinese. I dati ufficiali dell’Eubam dicono che tra il 25 novembre 2005 e il 25 giugno per Rafah sono passati 309 mila palestinesi (in media 1.324 al giorno). Tra il 25 giugno e il 26 settembre 2006, appena 30mila. Il valico in quel periodo è rimasto aperto appena 10 giorni su 97. Il picco massimo si è raggiunto lo scorso 2 settembre, quando circa 7mila palestinesi, in gran parte rimasti bloccati sul versante egiziano del confine, riuscirono finalmente a rientrare a Gaza dopo una attesa che durava dal 19 agosto.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato la politica israeliana e non sono mancate anche critiche nei confronti del governo presieduto da Ehud Olmert da parte di personalità della politica internazionale. Il ministro degli esteri Massimo D’Alema, lo scorso 21 settembre, a margine dei lavori della 61ma Assemblea Generale dell’Onu, ha definito la chiusura del valico di Rafah una «evidente violazione degli accordi internazionali». Qualche giorno prima era stato il generale dei carabinieri, Pietro Pistolese, comandante della Eubam ad auspicare l’immediata riapertura del confine. Eppure nulla si è mosso a livello internazionale e l’Europa e gli Stati Uniti di fatto mostrano di giustificare le incursioni israeliane nella Striscia di Gaza – che dal 25 giugno hanno fatto quasi 250 morti, in maggioranza civili – nonostante le leggi e le convenzioni internazionali proibiscano tassativamente punizioni collettive a danno di una popolazione sotto occupazione.
Pistolese, che pure insiste quotidianamente con le autorità israeliane affinché aprano il valico e consentano all’Eubam di esercitare il suo mandato, tuttavia ritiene che l’evoluzione positiva della situazione sia compromessa «dal terrorismo» dei palestinesi. «Se lei ogni giorno vedesse partire da Gaza razzi Qassam diretti contro Israele e l’utilizzo di tunnel per lanciare attacchi cosa farebbe?» dichiara il generale rispondendo alle domande del manifesto. Secondo Pistolese il punto è che «le due parti (Israele e militanti palestinesi, ndr) devono avere un interlocutore (Abu Mazen) in grado di controllare la sua gente. L’Autorità nazionale palestinese deve tenere sotto controllo tutte quelle parti che agiscono (sul terreno)…siamo in una situazione in cui ci sono gruppi (palestinesi) che compiono azioni violente e c’è un’altra parte (Israele) che non intende subirle e che non vuole vedere i suoi cittadini assassinati».
Ma i palestinesi avranno pure il diritto alla vita, ad eleggere i loro leader liberamente, a difendersi dalle aggressioni esterne, a proteggere le loro terre dalle confische, a sviluppare la loro economia, a viaggiare senza correre il rischio di morire assassinati dall’aviazione israeliana? A questo interrogativo la «comunità internazionale» non risponde e se il valico di Rafah riaprirà a singhiozzo anche dopo la liberazione di Ghilad Shalit, qualcuno troverà un motivo per giustificare la decisione israeliana di tenerlo chiuso.