Radiografia di Hezbollah

Che fare con il “partito di Dio”? La discussione divampa anche in Italia e può essere riassunta in un solo quesito: quale è lo strumento più efficace per eliminare dalla scena o ridurre l´influenza di Hezbollah? L´azione militare o una politica di respiro strategico e di lungo periodo? La risposta non può prescindere da un´analisi delle forme organizzative e delle politiche della formazione di Nasrallah. Il “partito di Dio” trae la sua forza dall´essere una struttura poliforme: un movimento religioso; una rappresentanza comunitaria; un partito politico di massa; un´organizzazione militare che adotta forme di “guerra asimmetrica”; un formidabile gestore di welfare. Hezbollah è il principale rappresentante di quella comunità sciita che, prima della sua comparsa, occupava l´ultimo gradino della scala sociale negli equilibri confessionali libanesi.
Una sorta di condanna perenne in un paese in cui non solo le cariche pubbliche, parlamentari, di governo, amministrative ma anche le politiche pubbliche si esercitano in base all´appartenenza comunitaria o confessionale. Hezbollah è per gli sciiti il “partito della rivincita”. Rivincita dei “diseredati” abbandonati da uno stato che li ha lungamente trascurati. Rivincita contro gli occupanti stranieri: siano israeliani, americani, francesi. Hezbollah si presenta come “forza di resistenza” islamonazionalista. Per metterla in atto si è dato una struttura militare. Sempre meglio armata e addestrata grazie agli aiuti iraniani. Quello che sofisticati analisti chiamavano, vent´anni fa, “l´esercito di straccioni”, ha lasciato il posto a una macchina da guerra capace di sostenere per oltre un mese gli attacchi di Tsahal. Ciò gli vale oggi un immenso prestigio in un mondo islamico che assiste per la prima volta all´incrinatura della capacità di deterrenza, psicologica prima ancora che militare, di Israele. Fare come Hezbollah, è oggi lo slogan che percorre le inquiete società islamiche di fronte a quella che viene percepita come la seconda vittoria su Israele, dopo quella del maggio 2000, di Nasrallah. Una vittoria salutata, appunto, al grido di Nasrallah, Nasrallah!
Un gioco di parole che permette di inneggiare alla “vittoria divina”, la traduzione letterale del cognome del leader del “partito di Dio” e allo stesso leader. Il radicamento di Hezbollah, che gli ha consentito nel tempo di arruolare cinquemila combattenti, di avere duecentomila iscritti, una cifra molto più grande di simpatizzanti, viste le preferenze elettorali, due ministri, ventitré deputati, un terzo dei consiglieri comunali libanesi, non sarebbe stato possibile senza il suo essere “stato nello stato”. Senza la sua costante azione su altri versanti, da quello dell´amministrazione della giustizia a quello dell´erogazione di servizi. Funzioni che Hezbollah esercita, all´interno della comunità sciita, svolgendo un ruolo di supplenza istituzionale di cui si è appropriato nel tempo per compensare i penalizzanti effetti delle politiche su base confessionale.
Il welfare religioso è il principale strumento di consenso del gruppo. E´ finanziato dai trasferimenti delle bonyad, le potenti fondazioni, iraniane; dal versamento delle imposte dei membri della comunità sciita libanese; dalle generose donazioni della diaspora sciita all´estero, non tutta su posizioni islamiste ma che, nella politica antisraeliana del gruppo e nella necessità di “proteggere” la parte di famiglia rimasta in Libano, trova motivo per donare. Hezbollah non si limita solo a ridistribuire il reddito ma anche a crearlo: ha quote in molte imprese libanesi, dai ipermercati alle pompe di benzina, dalle agenzie di viaggio all´editoria. Il suo “core business” è, però, l´edilizia; la fondazione “Jihad al Binna”, ha costruito in questi anni migliaia di alloggi, ospedali, moschee, strutture produttive. In queste ore ha già avviato la ricostruzione dei villaggi e quartieri bombardati; i suoi seimila dipendenti, aiutati da migliaia di militanti, stanno sgomberando le macerie; un compito che il debole stato centrale libanese non riuscirebbe mai svolgere in tempi così rapidi. La compagnia ha già acquistato i titoli di proprietà delle case distrutte; in cambio Hezbollah finanzierà per un anno il pagamento degli affitti ai senza casa e l´acquisto di nuovi mobili. Potrà poi ricostruire i quartieri e assegnare le nuove case secondo precisi criteri religiosi e sociali.
I proventi dell´economia di mercato sociale del “Partito di Dio”, finanziano i servizi. A partire da quelli forniti dall´Unità educativa, la struttura che gestisce il sistema scolastico, del tutto gratuito, e che nel settore investe milioni di dollari l´anno. Solitamente il doppio di quelli stanziati dallo stato libanese. Un sistema che comprende scuole di ogni grado, università e accademie religiose; e permette la formazione di un sostrato culturale, religioso e ideologico, in cui prospera poi la visione del mondo di molti sciiti libanesi. Sulla scorta del modello iraniano, Hezbollah gestisce fondazioni, come quella dei Martiri, che assiste migliaia di famiglie di combattenti e i loro orfani; come quella dei Feriti, che ha in carico oltre diecimila persone e distribuisce circa settemila pensioni di invalidità. La protezione dei “diseredati” è affidata al Comitato Khomeini, che assiste più di centomila persone e finanzia più di duemila borse di studio l´anno. Ma non basta. In campo sanitario Hezbollah spende cinque milioni di dollari per assistere, mediamente, quattrocentomila persone l´anno; controlla sei ospedali, ambulatori, dispensari. Ne pagano i servizi solo quanti possono. Si può dissentire o meno da D´Alema, ma quando il nostro ministro degli Esteri afferma che siamo di fronte a un fenomeno che non può essere cancellato con lo strumento militare ma che per contrastarlo occorre una politica di grande respiro strategico non fa che prendere atto della realtà.