Raddoppia la sete del mondo

Il problema della scarsità d´acqua annega nei paradossi. L´indiana Cherrapunji, per dire, è la città più piovosa del mondo ma dai rubinetti escono solo poche gocce. Mancano le infrastrutture, ha denunciato nei giorni scorsi un gruppo ambientalista. E mentre nel mondo un miliardo di persone non ha accesso ad acqua potabile e 2,6 miliardi non sanno cosa siano servizi sanitari negli ultimi cinque anni il consumo di acqua in bottiglia è cresciuto del 57%. In questa classifica sprecona di chi beve più litri per persona il Messico, nella cui capitale si apre oggi il quarto forum mondiale dell´acqua, è secondo solo all´Italia.
L´appuntamento, che ha lo scopo di raggruppare una sorta di super-lobby dei diritti idrici che comprenda politici, imprenditori e ong, si tiene ogni tre anni ed è organizzato dal Consiglio mondiale dell´acqua. E ogni volta, a guardare i numeri, la situazione peggiora. Se le riserve mondiali per abitante erano di 16.800 metri cubi nel 1950, nel 2000 erano scese a 7300 e nel 2025 si assesteranno a 4800. Checché ne dicessero una volta i professori di economia negli esempi delle loro lezioni, l´acqua è una risorsa “finita”. E come tale è preziosa. Eppure la gente, nello spicchio ricco del mondo, si comporta come se non fosse così e uno scarico di una toilette occidentale ne usa tanta quanta ne serve a una persona nei paesi poveri per le esigenze di un giorno intero. Per non dire dei 30 litri che servono per produrne uno di birra, i 4500 per 1 chilo di riso e i 100 mila per un chilo di alluminio.
Le contraddizioni sono ancora più radicali. In America latina e in Africa equatoriale, dove l´acqua è naturalmente abbondante, da un quarto a metà della popolazione ha difficoltà a berne di pulita. Le ragioni sono politiche e finanziarie. «Per uno stato – spiega su Le Monde Pierre Victoria, direttore delle relazioni internazionali di Veolia-eau – è più semplice partecipare alla distribuzione dell´energia o delle grandi infrastrutture. Ma bisogna convincersi che è più importante investire sull´acqua che sui telefoni cellulari». Non foss´altro perché la carenza di questi ultimi non provoca 8 milioni di morti all´anno, addirittura più vittime di quelle da malnutrizione. Le multinazionali l´hanno capito e riempiono i buchi lasciati dalle amministrazioni. Alla loro maniera, però, sino a quando la popolazione si arrabbia. Come è successo a Cochabamba, in Bolivia, dove la privatizzazione da parte di una società controllata dalla californiana Bechtel portò a rincari del 300% che i campesinos non potevano permettersi. All´inizio del 2000 ci furono scontri, 6 morti e centinaia di feriti e alla fine la municipalità cancellò il contratto capestro.
L´Onu si è data un obiettivo: dimezzare entro il 2015 il numero di persone senza acqua potabile o servizi sanitari (ovvero quelle che non dispongono di 20 litri al giorno a una distanza inferiore a 1 chilometro). Per raggiungerlo servono i soldi di chi il problema lo apprende da giornali e tv, magari sorseggiando una Perrier, ovvero investimenti tra i 7,5 e 25 miliardi di euro all´anno contro i 4 stanziati oggi. L´impegno terrà banco al forum. Dove qualcuno cinicamente ricorderà che altri appetiti sono in gioco da momento che Fortune ha valutato in 403 miliardi di euro l´anno il valore dell´industria dell´acqua («il miglior settore dove investire»), pari al 40% di quella del petrolio.